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Libri di Lore "dimenticati"

Discussione in 'The Elder Scrolls V: Skyrim' iniziata da Varil, 26 Novembre 2018.

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Vorresti vedere libri che trattano in particolare quali argomenti?

  1. Vampirismo

    6 voti
    40,0%
  2. Lord Vivec

    6 voti
    40,0%
  3. La storia di Daggerfall

    10 voti
    66,7%
  4. Cosmologia, Creazione

    10 voti
    66,7%
  5. Mitologia Nordica

    9 voti
    60,0%
  6. Dei e Pantheon poco approfonditi

    10 voti
    66,7%
Sono ammessi Voti Multipli.
  1. Varil

    Varil Galactic Guy

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    In effetti è uno dei miei libri preferiti tra quelli che ho tradotto :)
     
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  2. Varil

    Varil Galactic Guy

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    Quello che il mio Amato mi ha Insegnato (Micheal Kirkbride)

    Un dialogo tra Nerevar e Vivec, in un universo precedente all'apoteosi di quest'ultimo.

    Un'ottica personale sulla cultura Chimer.

    Chi sei tu?

    Uno strappabudella, un delinquente, un figlio di conciatore di Netch. Ho la mia banda, allontanati o si metteranno a fissarci.

    Chi siamo noi?

    "Noi"...? Vorrai dire "io". Tu, séra, porti il nome di una casata di barboni e i tuoi sandali sono polverosi. Posso individuare per te le guardie di un canvasari, se dovessi, e anche il tuo lignaggio, se tu pagassi. Suvvia, un dram con-sei-morsi e toccherò. Un involtino di scrib e accenderemo candele... detto tra noi: sono nato con grandi cose nelle zone basse, se è questo che ti interessa.

    Cosa ci rende grandiosi?

    Davvero lo chiedi a me? Vedo solo una spada lunga un sandalo semplicemente innamorata degli insegnamenti di Mephala, e Veloth. Perché non adori me? O forse questo comando vuole solo Saliache, piangente e debole, pieno solo di parole dolci e invitatorie? Sappi che anch'io posso essere così.

    Dove viviamo?

    Eh? Questa è Mourning Hold, puoi pure riservarti una qualunque locanda se ti serve. Per quanto mi riguarda, io chiamo queste vie, o sottoporti, "casa", marchiando i miei giorni noti con la secchezza. Non mi piace il modo in cui inclini la testa.

    Come viviamo?

    Tu? A me sembra tu viva una vita che io non posso raggiungere, e sembri farlo da dietro una maschera. Con tubi che assorbono il sudore dietro di essa, se non erro. Bene allora: tu hai ricchezze e un ottimo padrone. Paga dunque e procediamo. Io vivo sbudellando coloro che mi giudicano scorrettamente: troppo, troppo poco o come una stupida bestia.

    Cosa è importante nella mia vita?

    Questo lo devi decidere tu. Al momento, senza offesa, sei solo riuscito ad annoiarmi. Hai portato una pipa da Skooma con te, o del Flin? Ti mostrerei un bel tetto dal quale poter osservare questo misero paese di rinnegati circondati da cenere e condividerei con te i sigilli. Condividerei le lance.

    Chi ci domina?

    Quella tr**a p*****a di una tempesta che domina L'Orfanotrofio, stando ai decreti. E ancora devo imparare quella branca dell'arte politica. Ora vedo solo nei sigilli, e i tuoi sono sufficientemente riconoscibili. Mica me la faresti indossare quella maschera, anche solo per un minuto?

    Cosa rende un Chimer grande?

    Il fatto che si assicuri sempre che l'altro sia morto prima di lui.

    Qual è la differenza tra uomo e donna?

    Per me non ve n'è alcuna. Forza, andiamo sul tetto. Porta i soldi.

    Cosa è il male?

    Stuzzicare gli altri.

    Cosa è il "tanto" della mia vita?

    Un sesto dram è caduto, e tu ancora sfuggi alle mie mani. Bene, muthséra. Buon per te. Ho il fuoco del terzo occhio e posso dirti la storia della tua casata. In tutta onestà, Vel, preferirei avere quello piuttosto che la tua mano. Ha il Garthoki su di essa. Aspetta un secondo, entrambe lo hanno! Chi sei tu, uomo coi sandali?!

    Come ci comportiamo con gli altri?

    Per te raderei la testa. Non lo farei perché il tuo nuovo amico possa ottenerne un inconstante Kwamlice. Prenderei il sigillo di Vel, la V, e lo indosserei due volte. E allora sarei nuovo e crederei nello stendardo della luna e della stella che porti con te. Farei di questo artiglio di netch leggenda. Stai pur tranquillo che questa sarà la mia arma in tua protezione, non la abbasserò mai. Noi tutti beviamo dal latte dei nostri padri, e io imparerei a leggere e a scrivere solo per poter vedere il tuo nome in eterno. E pulirei i tuoi piedi così che la prossima volta che tu farai un patto lo farai con il passo sicuro.

    Chi sono i nostri nemici?

    Colui che dice male del tuo nome, sia barba del cielo, quarto angolo, o uno di quei nostri cugini che costantemente ci scherniscono, quelli che abitano nei tunnel. E anche lei: la tr**a p*****a della tempesta, se non ti prende la mano quando glielo chiedi. E io vedo già questa idea dietro quella tua maschera. Il tuo scopo è rinnovare la terra. Miri a risvegliare il vecchio dormiente. Miri a rendere il cielo rosso. Hai già un nome per questo.

    Chi sono i nostri déi?

    Vecchiume. Rimasugli. Li abbiamo lasciati indietro con coloro che ancora rimpiangono. I loro nomi ora sono solo numeri. Me ne farò una ragione, mia Grazia. Fidati di me.
    La fine delle parole è: HORTATOR.
     
    Ultima modifica: 7 Dicembre 2021
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  3. f5f9

    f5f9 si sta stirando Ex staff

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    :emoji_heart_eyes: oh! Micheal!
     
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  4. Varil

    Varil Galactic Guy

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    Salve a tutti, ricordo che, a chi interessasse avere questi libri direttamente in game su Skyrim, per leggerveli direttamente nel mondo di Tamriel, tutti questi libri postati qui, diverse centinaia, si trovano all'interno della mia traduzione di: Legacy of the Dragonborn
    oppure in quella di Book Covers Skyrim - Lost Library.
    Buon divertimento :)
     
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  5. alaris

    alaris Supporter

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    Ottima precisazione grazie dovrò ricordarmi d'installare il tutto alla prossima nuova run di Skyrim con l'anniversary
     
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  6. Varil

    Varil Galactic Guy

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    La Vera Barenziah, Vol.1 (TES III: Morrowind)



    La vera Barenziah
    Vol. 1


    di
    Anonimo



    Cinquecento anni or sono, a Mournhold, la Città delle Gemme, vivevano una vedova cieca e il suo unico figlio, un giovane alto e robusto. Era un minatore, come suo padre prima di lui, un umile lavoratore delle miniere del Signore di Mournhold, poiché la sua abilità con la magicka era assai limitata. Quel lavoro era dignitoso ma scarsamente pagato. Sua madre preparava e vendeva dolci al comberry nel mercato della città per arrotondare i guadagni. La loro vita era sufficientemente dignitosa, sosteneva la donna. Avevano quanto bastava per riempire lo stomaco, il tetto perdeva soltanto quando pioveva e nessuno poteva indossare più di un abito alla volta. Ma Symmachus desiderava di più. Sperava in un colpo di fortuna nelle miniere, con cui aggiudicarsi un cospicuo premio. Nel tempo libero amava sorseggiare un boccale di birra nella taverna e giocare a carte con i suoi amici. Aveva inoltre attratto gli sguardi e i sospiri di più di una graziosa fanciulla elfica, sebbene nessuna lo avesse interessato per lungo tempo. Era un tipico giovane elfo scuro di origini contadine, notevole soltanto per la sua stazza. Correva voce che nelle sue vene scorresse un po' di sangue nordico.

    Durante il trentesimo anno di età di Symmachus vi furono grandi festeggiamenti nella città di Mournhold poiché i sovrani avevano dato alla luce una bambina. Una regina, il popolo cantava, è nata un regina! Per il popolo di Mournhold, la nascita di un'erede era un segno di futura pace e prosperità.

    Quando giunse il tempo del Rito della Nomina, le miniere erano chiuse e Symmachus corse a casa per lavarsi e vestirsi al meglio. "Correrò subito a casa e vi racconterò ogni cosa", promise a sua madre, che non sarebbe stata in grado di partecipare. Era molto sofferente. Per giunta, vi sarebbe stata una grandissima folla, poiché tutta Mournhold era corsa per prendere parte a quell'evento benedetto. Inoltre, essendo cieca, non avrebbe vedere nulla comunque.

    "Figlio mio", disse, "Prima di andare, portami un sacerdote o un guaritore, altrimenti potrei abbandonare il piano mortale prima del tuo ritorno".

    Symmachus si piegò immediatamente sul suo giaciglio e si accorse con inquietudine che aveva la fronte bollente e il suo respiro si era fatto affannoso. Facendo leva allentò una delle assi di legno del pavimento dove conservavano i loro pochi risparmi. Non ve n'era a sufficienza per pagare un sacerdote per una guarigione. Avrebbe dovuto dare tutto quello che avevano e addebitarsi il resto. Symmachus afferrò in fretta e furia il suo mantello e corse fuori.

    Le strade erano piene di gente che si affrettava a raggiungere il bosco consacrato, ma i templi erano chiusi e sbarrati. "Chiuso per cerimonia", indicavano i cartelli.

    Symmachus si fece largo sgomitando nella calca e riuscì a raggiungere un sacerdote in una tunica marrone. "Dopo il rito, fratello", disse il sacerdote. "Se avete oro mi occuperò con gioia di vostra madre. Il mio signore ha invitato tutti i sacerdoti a presenziare alla cerimonia e io non ho alcuna intenzione di offenderlo".

    "Mia madre è disperatamente malata", Symmachus lo supplicò. "Certamente mio signore non si accorgerà della mancanza di un umile sacerdote".

    "È vero, ma l'arcicanonico lo farà", rispose il sacerdote nervosamente, liberando la sua tunica dalla stretta disperata di Symmachus e svanendo nella folla.

    Symmachus provò con altri sacerdoti e perfino con alcuni maghi, ma senza successo. Le guardie in corazza marciarono lungo la strada e lo spinsero a lato con le loro lance. Symmachus comprese che il corteo regale si stava avvicinando.

    Non appena la carrozza che trasportava i sovrani della città fu alla sua altezza, Symmachus si precipitò fuori dalla folla gridando: "Mio signore, mio signore! Mia madre sta morendo!".

    "Le proibisco di farlo in questa gloriosa notte!", rispose il lord ad alta voce, ridendo e lanciando monete tra la folla. Symmachus era vicino a sufficienza per sentire odore di vino nel suo alito. Sull'altro lato della carrozza la sua consorte strinse la bambina al petto e fissò Symmachus con gli occhi socchiusi e le narici dilatate per lo sdegno.

    "Guardie!", gridò. "Rimuovete questo paesano". Rozze mani afferrano Symmachus. Fu percosso e lasciato stordito su un lato della strada.

    Symmachus, dolorante, seguì il flusso della folla e assistette al Rito della Nomina dalla sommità di una collina. Poteva vedere i sacerdoti in tunica marrone e i maghi in tunica blu raccolti vicino alla nobiltà in basso a grande distanza.

    Barenziah.

    Quel nome giunse debolmente alle orecchie di Symmachus, mentre l'alto sacerdote sollevò la bambina in fasce e la offrì alle lune gemelle sui lati opposti dell'orizzonte: Jone sorgente, Jode tramontante.

    "Mirate Lady Barenziah, nata nella terra di Mournhold! Concedetele la vostra benedizione e il vostro consiglio, divinità gentili, così che possa governare per sempre con saggezza su Mournhold, sulla sua conoscenza e sulla sua prosperità, sui suoi amici e sulla sua stirpe".

    "Sia benedetta, sia benedetta", intonò tutto il popolo assieme al lord e alla lady, mani levate al cielo.

    Soltanto Symmachus rimase in silenzio, con la testa china, sapendo in cuor suo che la sua adorata madre era ormai morta. In silenzio fece un solenne giuramento: sarebbe divenuto la rovina del suo lord e, per vendicarsi dell'inutile morte di sua madre, avrebbe preso la piccola Barenziah come sua stessa sposa e il nipote della defunta madre sarebbe nato per governare su Mournhold.

    [pagebreak]

    Dopo la cerimonia, osservò impassibile il corteo regale che ritornava a palazzo. Vide il sacerdote con cui aveva parlato precedentemente. L'uomo accettò abbastanza di buon grado di seguirlo per l'oro che Symmachus aveva da offrirgli e per la promessa di altro oro in seguito.

    Purtroppo trovarono sua madre ormai morta.

    Il sacerdote sospirò e intascò la borsa di monete d'oro. "Sono dispiaciuto, fratello. Non preoccupatevi, potete dimenticare il resto dell'oro, non c'è altro che posso fare qua. Probabilmente...".

    "Restituitemi le mie monete!", ringhiò Symmachus. "Non avete fatto nulla per guadagnarle!". Sollevò il suo braccio destro minacciosamente.

    Il sacerdote arretrò ed era sul punto di scagliare una maledizione quando Symmachus lo colpì in piena faccia prima ancora che pronunciasse tre parole. Cadde al suolo pesantemente, colpendo di netto con la testa una delle pietre che formavano il braciere. Morì istantaneamente.

    Symmachus afferrò in fretta e furia le monete e fuggì dalla città. Mentre correva, continuò a mormorare ripetutamente una parola, come il canto di uno stregone. "Barenziah", egli ripeteva, "Barenziah. Barenziah".

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    Barenziah si ergeva su uno dei balconi del palazzo, osservano il cortile sottostante dove i soldati si muovevano ordinati e scintillanti nelle loro corazze. Di lì a poco si radunarono in file ordinate e applaudirono non appena i suoi genitori, il lord e la lady, emersero da palazzo vestiti dalla testa ai piedi con corazze d'ebano e mantelli in pelliccia tinti di porpora adagiati sulle spalle. Due cavalli neri e rilucenti, splendidamente bardati, furono portati dinanzi a loro. I sovrani montarono e galopparono verso i cancelli di corte, voltandosi per salutarla.

    "Barenziah!", gridarono. "Barenziah nostra adorata, addio!".

    La bambina sbatté le ciglia per tergersi le lacrime e agitò una mano coraggiosamente, stringendo al petto il suo animale di pezza favorito, un cucciolo di lupo grigio chiamato Wuffen. Prima d'ora non si era mai separata dai genitori e non aveva alcuna idea di cosa ciò significasse, salvo che a occidente era in corso una guerra e che il nome Tiber Septim era sulla bocca di tutti, pronunciato con odio e terrore.

    "Barenziah!", gridarono i soldati sollevando lance, spade e archi. Quindi i suoi amati genitori si voltarono e si allontanarono al galoppo con i cavalieri al loro seguito, finché la corte non fu quasi svuotata.

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    Qualche tempo dopo, giunse il giorno in cui Barenziah fu svegliata bruscamente dalla sua governante, vestita in tutta fretta e condotta fuori dal palazzo.

    Tutto quello che riusciva a ricordare di quei momenti terribili era la vista di un'enorme ombra con occhi ardenti che riempiva il cielo. Passò di mano in mano. Soldati stranieri comparvero, scomparvero e talvolta ricomparvero. La sua governante svanì e fu sostituita da alcuni sconosciuti, perfino più strani degli altri. Vi furono giorni di viaggio, per non dire settimane.

    Un mattino si svegliò per scendere dalla carrozza e si ritrovò in un luogo freddo con un enorme castello in pietra grigia nel bel mezzo di un'interminabile distesa deserta di colline grigio-verdi parzialmente ricoperte da una coltre di neve grigio-bianca. Strinse al petto Wuffen con entrambe le mani e rimase in piedi sbattendo le palpebre e rabbrividendo nella grigia alba, sentendosi molto piccola e scura in quella interminabile distesa, in quell'infinito spazio grigio-bianco.

    Lei e Hana, una fantesca dalla pelle scura e i capelli neri che l'aveva accompagnata per svariati giorni, entrarono nel maniero. Un'enorme donna, pelle grigio-bianca con gelidi capelli grigio-oro, se ne stava davanti al focolare in una delle stanze. Guardò verso Barenziah atterrita con scintillanti occhi azzurri.

    "È molto... nera, non è vero?", commentò la donna verso Hana. "Non avevo mai visto un elfo scuro prima d'ora".

    "Io stessa non so molto su di loro, milady", rispose Hana. "Ma questa ha capelli rossi e un temperamento di fuoco, posso garantirvelo. Fate attenzione. Morde, e fa anche di peggio".

    "Le insegnerò presto come comportarsi", disse l'altra donna annusandola. "E cos'è quella lurida cosa che ha tra le mani? Argh!". La donna le strappò Wuffen dalle mani e lo gettò nel focolare acceso.

    Barenziah strillò e si sarebbe gettata a riprenderlo, ma fu trattenuta nonostante tutti i sui sforzi di mordere e colpire i suoi catturatori. Il povero Wuffen fu ridotto a un piccolo mucchietto di cenere annerita.

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    Barenziah crebbe come un'erbaccia trapiantata in un giardino di Skyrim, una pupilla del Conte Sven e di sua moglie Lady Inga. Esteriormente cresceva sana e robusta, ma internamente sentiva sempre un gelido vuoto.

    "L'ho cresciuta come fosse la mia stessa figlia", Lady Inga era solita lamentare mentre sedeva chiacchierando con le nobili signore che passavano a farle visita. "Ma è un elfo scuro. Cosa mai possiamo aspettarci?".

    Barenziah non avrebbe dovuto udire quelle parole. Almeno così credeva. Il suo udito era assai più acuto di quello dei suoi ospiti nordici. Altre peculiarità meno desiderabili degli elfi scuri comprendevano a quanto pare furtarelli, menzogne e un po' di magia: un piccolo incantesimo del fuoco e un semplice incantesimo di levitazione, qua e là. Cresciuta a sufficienza, iniziò a nutrire un profondo interesse nei confronti di ragazzi e uomini, in grado di offrire sensazioni molto piacevoli... e, con suo stupore, anche doni. Inga disapprovava questa sua abitudine per ragioni incomprensibili a Barenziah, quindi fece il possibile per mantenerla segreta.

    "È meravigliosa con i bambini", aggiungeva Inga, riferendosi ai suoi cinque figli, tutti più giovani di Barenziah. "Li proteggerebbe a tutti i costi". Quando Jonni aveva sei anni e Barenziah otto, venne assunto un tutore per impartire lezioni a entrambi. Barenziah avrebbe desiderato essere addestrata anche nell'uso delle armi, ma la sola idea scandalizzò il Conte Sven e Lady Inga. Così le venne dato un piccolo arco e le fu permesso di giocare al tiro al bersaglio con i ragazzi. Quando poteva, li osservava durante l'esercizio, partecipando all'allenamento quando nelle vicinanze non c'erano adulti. Presto comprese di essere abile quanto loro, se non migliore.

    "Ma è molto... orgogliosa, vero?", una delle signore sussurrò a Inga. Barenziah, facendo finta di non sentire, annuì silenziosamente in approvazione. Barenziah non poteva fare a meno di sentirsi superiore al conte e alla sua consorte. Qualcosa riguardo a loro le provocava un senso di disprezzo.

    In seguito venne a sapere che Sven e Inga erano lontani cugini degli ultimi residenti titolati del Maniero di Darkmoor e infine comprese. Erano soltanto dei fantocci, degli impostori, altro che sovrani. Non erano stati allevati per regnare. Questo pensiero la rese stranamente furiosa nei loro confronti, una chiara, esplicita avversione assai distante dal semplice rancore. Iniziò a vederli come insetti disgustosi e repellenti che poteva disprezzare, ma mai temere.

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    Una volta al mese, giungeva un corriere dall'imperatore, portando una piccola borsa d'oro per Sven e Inga, e una grande borsa di funghi essiccati da Morrowind per Barenziah, la sua leccornia preferita. In quelle occasioni, aveva sempre provveduto ad avere un aspetto presentabile o almeno presentabile quanto uno scarno elfo scuro poteva apparire agli occhi di Inga, prima di essere invitata alla presenza del corriere per una breve conversazione. Raramente lo stesso corriere capitava due volte, ma la guardavano tutti come un contadino guarda un maiale pronto per essere venduto.

    Nella primavera del suo sedicesimo anno, Barenziah pensò che il corriere la stesse guardando proprio come se fosse pronta per il mercato. Dopo una breve riflessione, decise di non voler finire al mercato. Il garzone di stalla, Straw, un ragazzo grosso e muscoloso, goffo, gentile, affettuoso e di carattere semplice, aveva insistito perché fuggisse con lui per qualche settimana. Barenziah rubò la borsa con l'oro che il corriere aveva lasciato, prese i funghi dalla dispensa, si camuffò come un ragazzo usando una vecchia casacca di Jonni e un paio dei suoi calzoni smessi e, in una splendida notte primaverile, lei e Straw presero i due migliori cavalli dalla stalla e corsero al galoppo nella notte verso Whiterun, la città più vicina e di rilievo, nonché destinazione di Straw. Ma a est giacevano anche Mournhold e Morrowind e Barenziah ne era attratta come una calamita dal ferro.

    Il mattino successivo abbandonarono i cavalli su insistenza di Barenziah. Sapeva che si sarebbero accorti della loro mancanza e che avrebbero tentato d'inseguirli. In quel modo sperava di seminare eventuali inseguitori.

    Proseguirono a piedi fino al tardo pomeriggio, mantenendosi sulle strade laterali, e dormirono per molte ore in una capanna abbandonata. Si misero di nuovo in cammino al crepuscolo e giunsero alle porte della città di Whiterun poco prima dell'alba. Barenziah aveva preparato una sorta di lasciapassare per Straw, un documento falsificato che parlava di un incarico presso il tempio cittadino per conto di un signore di un villaggio vicino, quindi si librò oltre le mura della città con l'aiuto di un incantesimo di levitazione. Aveva immaginato, correttamente a conti fatti, che ormai le guardie sulla porta fossero state avvertite di fare attenzione a una giovane elfa scura accompagnata da un ragazzo nordico. D'altro canto, dei campagnoli solitari come Straw erano una vista piuttosto consueta. Da solo e con il documento, era improbabile che attirasse l'attenzione.

    Il suo semplice piano funzionò a meraviglia. Si incontrò con Straw presso il tempio, che non era molto distante dalla porta. Era già stata a Whiterun in altre occasioni. Straw invece non si era mai allontanato più di poche miglia dalla proprietà di Sven, che era stato il suo luogo di nascita.

    Insieme raggiunsero una fatiscente locanda nei quartieri più poveri di Whiterun. Con guanti, mantello e cappuccio per ripararsi dal freddo pungente della mattina, la pelle scura e gli occhi rossi di Barenziah non erano visibili e nessuno prestò loro attenzione. Entrarono separatamente nella taverna. Straw pagò il locandiere per una stanza singola, un pasto abbondante e due caraffe di birra. Barenziah s'introdusse furtivamente pochi minuti dopo.

    Mangiarono e bevvero insieme allegramente, esultando per la loro fuga, poi fecero l'amore con ardore sull'angusto lettino. In seguito caddero estenuati in un profondo sonno senza sogni.

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    Rimasero per una settimana a Whiterun. Straw guadagnò del denaro svolgendo commissioni, mentre Barenziah derubò alcune case durante la notte. Continuava a vestire come un ragazzo. Accorciò i capelli e tinse le trecce rosso fuoco di nero ebano per migliorare il travestimento e dare nell'occhio il meno possibile. C'era qualche elfo scuro a Whiterun.

    Un giorno Straw riuscì a procurare del lavoro a entrambi come guardie temporanee di una carovana di mercanti diretta a oriente. Il sergente senza un braccio la squadrò con espressione dubbiosa.

    "Ah", disse ridacchiando, "Elfo scuro, eh? Come mettere un lupo a guardia delle pecore. Ma ho bisogno di braccia e non siamo diretti abbastanza vicino a Morrowind perché tu possa tradirci e venderci alla tua gente. I nostri banditi locali saranno lieti di tagliare la tua gola quanto la mia".

    Il sergente si voltò verso Straw con un'espressione di apprezzamento. Quindi si girò indietro bruscamente verso Barenziah estraendo la sua spada corta, ma lei estrasse a sua volta il pugnale in un battito di ciglia e si mise in posizione difensiva. Straw estrasse il suo coltello e aggirò l'uomo alle spalle. Il sergente lasciò cadere la spada e riprese a ridacchiare.

    "Niente male, pivelli, niente male. Come te la cavi con il tuo arco, elfo scuro?". Barenziah dimostrò brevemente la sua destrezza. "Sì, niente male, proprio niente male. Per giunta la tua vista dev'essere piuttosto acuta, ragazzo, e il tuo udito sempre sensibile. Un fidato elfo scuro è senza dubbio il miglior guerriero che si possa mai desiderare. Lo so bene. Ho prestato servizio agli ordini dello stesso Symmachus prima di perdere questo braccio e abbandonare l'esercito imperiale".

    "Potremo tradirli. Conosco della gente che sarebbe disposta a pagare bene", disse Straw più tardi quando si coricarono per la loro ultima notte nella locanda fatiscente. "Oppure derubarli noi stessi. Questi mercanti sono molto ricchi. Lo sono davvero, Berry".

    Barenziah rise. "Cosa ce ne facciamo di così tanto denaro? Per di più, abbiamo bisogno della loro protezione per viaggiare quasi quanto loro hanno bisogno della nostra".

    "Potremmo comprare una piccola fattoria, tu e io, Berry... e sistemarci per bene".

    Stolto! Pensò Barenziah con sdegno. Straw era un contadino e non nutriva altro che sogni da campagnolo. Ma tutto ciò che disse fu: "Non qui, Straw, siamo ancora troppo vicini a Darkmoor. Avremo altre possibilità quando saremo più a est".

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    La carovana si spinse verso est soltanto fino a Sunguard. L'Imperatore Tiber Septim I aveva provveduto con buoni risultati alla costruzione di strade maestre relativamente sicure e regolarmente pattugliate. Ma i pedaggi erano cospicui e per evitarli la carovana si mantenne il più possibile sulle strade laterali. Ciò li espose al rischio d'incontrare lungo la via rapinatori, sia umani che orchi, e bande di briganti erranti di varie razze. Ma quelli erano i pericoli del mestiere e del profitto.

    Ebbero due incontri del genere prima di raggiungere Sunguard. Un'imboscata, che l'udito sensibile di Barenziah percepì abbastanza in tempo da permettere loro di accerchiare e sorprendere gli assalitori, e un attacco notturno da parte di una banda mista di khajiiti, umani ed elfi dei boschi. L'ultima era un banda molto abile e nemmeno Barenziah li udì muoversi abbastanza in tempo per dare l'allarme. Questa volta il combattimento fu feroce. Gli assalitori furono respinti, ma due guardie della carovana furono trucidate e Straw ricevette una brutta ferita sulla coscia prima di riuscire, con l'aiuto di Barenziah, a tagliare la gola al suo assalitore khajiiti.

    Barenziah fu contenta di essere sopravvissuta. Il ciarliero sergente l'aveva presa in simpatia e lei trascorse gran parte della serata seduta al fuoco del bivacco ascoltando le sue storie sulle campagne di Morrowind con Tiber Septim e il generale Symmachus. Questo Symmachus era stato nominato tale dopo la caduta di Mournhold, disse il sergente. "È un soldato molto abile, ragazzo, lo è davvero. Ma in quella faccenda di Morrowind era implicato qualcosa di più della sola arte militare, se capisci cosa intendo. Ma immagino che tu sappia già tutto su quella storia".

    "No. No, non ricordo", rispose Barenziah tentando di apparire noncurante. "Ho vissuto gran parte della mia vita a Skyrim. Mia madre ha sposato un uomo di Skyrim. Ma sono entrambi morti. Ditemi, cosa accadde al lord e alla lady di Mournhold?".

    Il sergente rispose con un'alzata di spalle. "Non ho mai sentito niente al loro riguardo. Morti, immagino. Vi furono innumerevoli battaglie prima della firma dell'armistizio. Adesso è tutto molto calmo. Forse troppo calmo. Come la quiete prima della tempesta. Dimmi, ragazzo, stai tornando da quelle parti?".

    "Forse", disse Barenziah. La verità era che si sentiva irresistibilmente attratta da Morrowind e Mournhold, come una falena da una casa in fiamme. Straw lo avvertiva e non gli piaceva. Così come non gli piaceva non condividere il letto, date che si supponeva che lei fosse un ragazzo. La cosa mancava un po' anche a Barenziah, ma non tanto quanto a Straw, a quanto pare.

    Il sergente desiderava che firmassero anche per il viaggio di ritorno, nondimeno, quando rifiutarono l'offerta, diede loro una gratifica oltre a una pergamena di raccomandazione.

    Straw voleva stabilirsi permanentemente vicino a Sunguard, ma Barenziah insistette per continuare il viaggio verso est. "Sono per diritto la regina di Mournhold", disse, incerta se ciò fosse ancora vero o un semplice sogno a occhi aperti di un bambino perso e disorientato. "Voglio tornare a casa. Devo tornare a casa". Quello almeno era vero.

    [pagebreak]

    Dopo alcune settimane riuscirono a procurarsi un posto in un'altra carovana diretta a est. Per l'inizio dell'inverno avevano raggiunto Riften e si stavano avvicinando al confine con Morrowind. Ma il tempo peggiorava costantemente col passare dei giorni e vennero a sapere che nessun'altra carovana di mercanti si sarebbe messa in marcia fino a primavera inoltrata.

    Barenziah se ne stava in piedi sulla sommità delle mura della città, guardando attraverso la profonda gola che separava Riften dalla catena di montagne innevate sul confine di Morrowind.

    "Berry", chiamò Straw gentilmente. "Mournhold è ancora molto lontana, quasi quanto la distanza già percorsa e le terre di mezzo sono selvagge, piene di lupi, banditi, orchi e creature addirittura peggiori. Dovremo attendere la primavera".

    "Esiste la Torre di Silgrod", disse Berry, riferendosi al villaggio degli elfi scuri che era sorto attorno a un antico minareto a guardia del confine tra Skyrim e Morrowind.

    "Le guardie al ponte non mi lasceranno passare, Berry. Sono truppe imperiali scelte. Non è possibile corromperle. Se decidi di andare, andrai da sola. Non voglio provare a fermarti, ma cosa farai dopo? La Torre di Silgrod è piena di soldati imperiali. Diverrai una lavandaia per le truppe o una prostituta nell'accampamento?".

    "No", disse Barenziah lentamente, pensierosa. Effettivamente quell'idea non era poi così male. Era sicura di poter ricavare un modesto guadagno dormendo con i soldati. Aveva avuto alcune avventure del genere mentre attraversavano Skyrim, quando vestiva come una donna e dormiva lontano da Straw. Era soltanto in cerca di un po' di varietà. Straw era dolce ma alquanto ottuso. Era rimasta sbigottita, ma estremamente compiaciuta, quando l'uomo con cui aveva adescato le offrì del denaro. Sebbene Straw si mostrasse scontento e sbraitasse per un po', accigliandosi per giorni, ogni volta che la coglieva sul fatto. Era piuttosto geloso. Aveva perfino minacciato di lasciarla. Non che lo avrebbe mai fatto davvero... O forse sì?

    Ma le guardie imperiali erano rozze e brutali sotto molti aspetti e Barenziah aveva udito alcune storie molto sgradevoli durante il loro viaggio. La più sgradevole era uscita dalla bocca di alcuni ex veterani dell'esercito attorno al fuoco del bivacco della carovana e fu raccontata con orgoglio. Aveva intuito che stavano tentando di sbalordire lei e Straw, ma si rendeva conto che doveva esserci un fondo di verità in certe storie selvagge. Straw detestava quel genere di linguaggio osceno e odiava ancora di più che lei fosse costretta ad ascoltarlo, anche se una parte di lui ne era affascinata.

    Barenziah se n'era accorta e lo aveva incoraggiato a cercare altre donne, ma il ragazzo rispose che non desiderava altre donne se non lei. Rispose candidamente che non contraccambiava, ma che era attratta da lui ben più di chiunque altro. "Allora perché vai con altri uomini?", le chiese Straw in un'occasione.

    "Non lo so".

    Straw sospirò. "Si dice che le femmine degli elfi scuri siano tutte così".

    Barenziah sorrise e fece spallucce: "Non saprei. O forse sì. Sì, penso di saperlo". Si voltò e lo baciò affettuosamente. "Immagino che questa sia l'unica spiegazione possibile."
     
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  7. f5f9

    f5f9 si sta stirando Ex staff

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    :emoji_disappointed: quando ancora amavo schifhesda questo era tra i miei libri preferiti....
     
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  8. alaris

    alaris Supporter

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    Ritorna in te...piantala.:p
     
    Ultima modifica: 10 Gennaio 2022
  9. Vitbull88

    Vitbull88 Scienziato pazzo

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    Appena esce Starfield gli riempiamo la testa di invidia, vedrai che si rimangia tutto :emoji_stuck_out_tongue_closed_eyes:
     
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  10. Varil

    Varil Galactic Guy

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    E' passato anche lui al lato oscuro :emoji_smiling_imp:
     
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  11. f5f9

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    non ci sperate :emoji_smiling_imp:
     
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  12. alaris

    alaris Supporter

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    Ne sono certo...mi spiace solo non avere l'hardware per giocarlo subito.
     
  13. f5f9

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    :emoji_rage: traditore della patria
    ci scommetto che condisci la pasta col ketchup e suoni l'ukulele invece del mandolino :(
     
  14. Duodeno

    Duodeno Livello 1

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    effe ma nemmeno la prova sul gamepass concederai al gioco? paghi 1 euro il primo mese se non sbaglio
     
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  15. f5f9

    f5f9 si sta stirando Ex staff

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  16. Duodeno

    Duodeno Livello 1

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    parole dure, parole dure di un uomo davvero strano
    (è una frase meme dai simpson)
     
  17. alaris

    alaris Supporter

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    Continuo a non crederci almeno che anche tu abbia un pc vetusto come il mio ma da quanto ho letto penso che sotto questo aspetto tu non abbia problemi quindi...non ci credo quando leggerai le prime rece molto, molto positive. Io penso di resistere in quanto vorrei farmi il pc nuovo quando uscirà il nuovo TES, almeno ci proverò
     
  18. Varil

    Varil Galactic Guy

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    La vera Barenziah - Parte 2 (TES III: Morrowind)


    di
    Anonimo


    Barenziah e Straw si stabilirono a Rifton per l'inverno, affittando una stanza a buon prezzo nel quartiere più povero della città. Barenziah voleva unirsi alla Gilda dei Ladri, pur sapendo che sarebbero sorti dei problemi se si fosse saputo che agiva per conto proprio. Un giorno, in una taverna, incontrò lo sguardo di un membro ben noto, un aitante giovane khajiiti, chiamato Therris. Lei si offrì di fare l'amore con lui in cambio di un aiuto per entrare nella gilda. Il ragazzo la squadrò da capo a piedi con un ghigno e acconsentì, ma doveva comunque superare una prova di iniziazione.

    "Che tipo di iniziazione?".

    "Ah", disse Therris. "Paga prima, dolcezza".

    [Questa parte è stata censurata per ordine del tempio.]

    Straw l'avrebbe uccisa e forse anche Therris. Cosa mai l'aveva posseduta in Tamriel da farle fare una cosa del genere? Lanciò uno sguardo apprensivo alla stanza, ma gli altri uomini avevano perso interesse ed erano tornati a occuparsi dei loro affari. Non riconobbe nessuno di loro. Non era la locanda dove si era stabilita con Straw. Con un po' di fortuna ci sarebbe voluto del tempo prima che Straw lo scoprisse e forse non lo avrebbe saputo mai.

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    Therris era di gran lunga l'uomo più seducente e attraente che avesse mai incontrato. Non solo le aveva descritto le abilità necessarie per diventare un membro della Gilda dei Ladri, ma le aveva fatto da maestro o l'aveva introdotta a chi poteva addestrarla a dovere.

    Fra di loro, c'era una donna che conosceva un po' di magia. Katisha era una nord grassoccia e dall'aspetto austero. Era sposata con un fabbro, aveva due figli oramai adolescenti e appariva del tutto ordinaria e rispettabile... con l'unica eccezione che adorava particolarmente i gatti (e ovviamente le loro controparti umanoidi, i khajiiti), era abile in alcuni tipi di magia e frequentava amici alquanto bizzarri. Fu lei a insegnarle l'incantesimo dell'invisibilità e a istruirla nella altre forme della furtività e del travestimento. Katisha univa liberamente la sua conoscenza delle arti magiche alla destrezza fisica, sfruttando la prima per migliorare la seconda. Non faceva parte della Gilda dei Ladri, ma provava una sorta di affetto materno per Therris. Barenziah le si affezionò come mai le era capitato con altre donne e in poche settimane giunse a confidare a Katisha la storia della sua vita.

    Talvolta Barenziah conduceva con sé anche Straw e in effetti a lui Katisha piaceva. Ma non certo Therris. Therris, invece, trovò Straw "interessante" e suggerì a Barenziah di organizzare quello che definiva un "incontro a tre".

    "Assolutamente no", disse Barenziah risoluta, grata che almeno per una volta Therris le avesse parlato in privato. "A lui non piacerebbe e nemmeno a me!".

    Therris sfoggiò il suo attraente sorriso felino, dalla forma triangolare, quindi si stiracchiò pigramente sulla sedia, allungando le membra e raggomitolando la coda. "Potrebbe rivelarsi una sorpresa, per tutti e due. Il semplice rapporto di coppia è così noioso".

    Barenziah replicò con uno sguardo truce.

    "O forse non ti piacerebbe farlo con quel tuo amico bifolco, dolcezza. Ti dispiacerebbe se portassi uno dei miei amici?".

    "Sì, mi dispiacerebbe. Se ti annoi con me, tu e il tuo amico potete trovare qualcun'altra". Era un membro della Gilda dei Ladri adesso. Aveva superato la prova d'iniziazione. Trovava che Therris fosse utile ma non certo essenziale. Forse anche lei si era un po' stancata di lui.

    [pagebreak]

    Confidò a Katisha i suoi problemi con gli uomini. O per lo meno ciò che lei pensava fossero i suoi problemi con gli uomini. Katisha scosse la testa e le disse che in realtà cercava soltanto amore e non sesso, che avrebbe riconosciuto l'uomo giusto quando lo avesse incontrato e che non era né Straw né Therris.

    Barenziah inclinò la testa in segno interrogativo. "Dicono che le elfe scure sono pro... pro... qualcosa. Prostitute?", disse nonostante i dubbi.

    "Intendi dire promiscue. Sebbene alcune divengano prostitute, suppongo", aggiunse Katisha come ripensamento. "Le femmine di razza elfica sono promiscue da giovani. Ma tu cambierai una volta cresciuta. Forse hai già iniziato a cambiare", aggiunse speranzosamente. Le piaceva Barenziah ed era giunta a provare molto affetto per lei. "Dovresti incontrare qualche bel ragazzo di razza elfica. Se continui a frequentare la compagnia dei khajiiti, degli esseri umani e degli altri che conosci, ti ritroverai incinta in un batter d'occhio".

    Barenziah sorrise involontariamente a quel pensiero. "Mi piacerebbe. Credo. Ma sarebbe inopportuno, non credi? I figli sono fonte di preoccupazioni e ora come ora non ho nemmeno una casa".

    "Quanti anni hai, Berry? Diciassette? Bene, hai ancora un anno o due prima di diventare fertile, a meno che tu non sia davvero sfortunata. Inoltre, dopo di ciò gli elfi non hanno figli da altri elfi in breve tempo, quindi non avrai problemi frequentandoli".

    Barenziah rammentò qualcos'altro. "Straw vuole comprare una fattoria e sposarmi".

    "Lo vuoi anche tu?".

    "No. Non ancora. Un giorno forse. Sì, un giorno. Ma non se non posso essere regina. E non una regina qualsiasi. La regina di Mournhold. Lo disse con tono risoluto, quasi con caparbietà, come a volere respingere qualsiasi dubbio.

    Katisha scelse di ignorare quell'ultimo commento. La fervida immaginazione della ragazza la divertiva alquanto, lo prese come un segno della sua mente acuta. "Penso che Straw sarà molto anziano prima che quel giorno arrivi, Berry. Gli elfi vivono molto a lungo". L'espressione di Katisha per un attimo palesò l'invidia e la malinconia con cui gli umani contemplano la vita millenaria che gli dei avevano concesso agli elfi. Vero, ma in pochi vivevano realmente così a lungo, poiché malattie e violenze esigevano i loro tributi. Nondimeno era possibile. In uno o due ce la fecero.

    "Mi piacciono anche gli uomini anziani", disse Berry.

    Katisha rise.
    Barenziah si agitava nervosamente mentre Therris metteva in ordine le carte sullo scrittorio. Era meticoloso e metodico mentre rimetteva i documenti esattamente nello stesso posto in cui li aveva trovati.

    Si erano introdotti nella dimora di un nobiluomo, lasciando Straw ad attenderli di vedetta all'esterno. Therris aveva detto che sarebbe stato un gioco da ragazzi ma che la cosa doveva restare segreta. Non aveva voluto coinvolgere nemmeno altri membri della gilda. Disse che sapeva di potersi fidare solo di Berry e Straw, ma di nessun altro.

    "Dimmi ciò che cerchi e io lo troverò", sussurrò Berry frettolosamente. Le capacità visive di Therris al buio non erano altrettanto buone e non voleva che lei generasse neppure un piccolo globo di luce magica.

    Non era mai stata in un luogo così lussuoso. Neppure il castello di Darkmoor del conte Sven e di Lady Inga dove aveva trascorso la sua infanzia era paragonabile a quel posto. Non appena si addentrarono nelle vaste sale echeggianti, riccamente decorate, del piano inferiore, si guardò intorno meravigliata. Ma Therris non sembrava interessato a nient'altro che allo scrittorio nel piccolo studio stracolmo di libri al piano superiore.

    "Sssst", sibilò irosamente.

    "Sta arrivando qualcuno!", disse Berry un momento prima che la porta si aprisse e due oscure figure entrassero nella stanza. Therris la spinse violentemente verso di loro e balzò dalla finestra. I muscoli di Barenziah s'irrigidirono; non riusciva a muoversi né a parlare. Guardò impotente mentre una delle figure, quella più piccola, si gettò all'inseguimento di Therris. Vi furono due rapide e silenziose stilettate di luce blu, poi Therris si accasciò inerte al suolo.

    Fuori dallo studio, la casa si era animata e si udivano passi affrettati e voci concitate di allarme e il clangore delle corazze indossate frettolosamente.

    L'uomo più grosso, cha dall'aspetto pareva un elfo scuro, sollevandolo parzialmente, trascinò Therris fino alla porta e lo gettò nelle braccia aperte di un altro elfo. Con un cenno del capo, il primo elfo inviò al loro seguito il compagno più piccolo vestito di blu. Quindi passeggiò su e giù squadrando Barenziah, che adesso era di nuovo in grado di muoversi, sebbene la sua testa pulsasse terribilmente a ogni tentativo.

    "Sbottona la camicia, Barenziah", disse l'elfo. Barenziah lo guardò sbigottita e la serrò ben chiusa. "Siete una ragazza, non è vero, Berry?", disse lui con tono gentile. "Avreste dovuto smettere di vestirvi da ragazzo mesi fa. Non facevate altro che attirare l'attenzione su di voi. Peraltro facendovi chiamare Berry! Forse il vostro amico Straw è troppo stupido per ricordare qualcos'altro?".

    "È un nome comune fra gli elfi", protestò Barenziah.

    L'uomo scosse la testa tristemente. "No, fra gli elfi scuri non lo è, mia cara. Ma non sapete granché degli elfi scuri, o sbaglio? Mi spiace, ma non fu possibile evitarlo. Non importa ormai. Tenterò di porvi rimedio".

    "Chi siete?", chiese Barenziah.

    "Alla faccia della fama", disse l'uomo stringendosi nelle spalle con un sorriso sardonico. "Sono Symmachus, mia signora Barenziah. Generale Symmachus dell'esercito imperiale di sua magnifica e terribile maestà, Tiber Septim I. E devo dire che è stato un piacevole inseguimento quello in cui mi avete condotto attraverso Tamriel. O almeno lo è stato finora. Ho intuito, correttamente, che eravate diretta a Morrowind. Siete stata fortunata. Avevamo ritrovato un corpo a Whiterun che credevamo essere di Straw e abbiamo smesso di cercarvi. Fu un errore. Ma non avrei immaginato che sareste rimasti insieme così a lungo".

    "Dove si trova? Sta bene?", domandò con sincera trepidazione.

    "Oh, sta bene. Per ora. Sotto custodia, naturalmente". È stato allontanato. "Voi... tenete a lui, dunque?", disse e improvvisamente la fissò con fiera curiosità. Con quegli intensi occhi rossi che le sembravano così alieni, escludendo quelle rare volte in cui aveva visto la sua immagine riflessa.

    "È un amico", disse Barenziah. Il tono delle sue parole sembrò opaco e disperato alle sue stesse orecchie. Symmachus! Un generale dell'esercito imperiale che asseriva di godere dell'amicizia e della fiducia dello stesso Tiber Septim.

    "Ahimè. Sembra che abbiate parecchie cattive amicizie... se mi permettete l'ardire, mia signora".

    "Smettetela di chiamarmi così". Quell'apparente sarcasmo del generale la irritava. Ma lui si limitò a sorridere.

    Durante il colloquio il trambusto e la confusione in casa cessarono. Sebbene riuscisse a udire ancora delle persone, probabilmente i residenti, bisbigliare fra loro a poca distanza. L'alto elfo si accomodò su un angolo della scrivania. Sembrava alquanto rilassato e intenzionato a rimanere per un po'.

    Poi le tornò alla mente una frase. Cattive amicizie, aveva detto? Quest'uomo sapeva tutto di lei! O almeno sembrava sapere abbastanza. Che più o meno era la stessa cosa. "C-Cosa accadrà loro? E a m-me?".

    "Ah. Come sapete, questa dimora appartiene al comandante delle truppe imperiali di questa regione. Ovvero a me". Barenziah sussultò e Symmachus sollevò lo sguardo seccamente. "Come, non lo sapevate? Tsk, tsk. È stato molto avventato da parte vostra, mia signora, anche se avete solo diciassette anni. Dovreste sempre sapere ciò che fate o in cosa vi cacciate".

    "M-ma la g-gilda n-non... non a-avrebbe...". Barenziah stava tremando. La Gilda dei Ladri non avrebbe mai osato intraprendere una missione che interferisse con la politica imperiale. Nessuno avrebbe osato opporsi a Tiber Septim, almeno nessuno di sua conoscenza. Qualcuno alla gilda aveva sbagliato. Malamente. E ora sarebbe stata lei a pagarne le conseguenze.

    "Oserei dire che è improbabile che Therris avesse l'approvazione della gilda per questa missione. Infatti, mi chiedo...". Symmachus esaminò attentamente la scrivania aprendone i cassetti. Ne scelse uno, lo ripose sulla scrivania e rimosse un doppio fondo. All'interno si trovava un foglio di pergamena ripiegato. Sembrava una sorta di mappa. Barenziah si avvicinò. Symmachus lo allontanò dal suo sguardo, ridendo. "Calma, calma!", diede un'occhiata alla pergamena, poi la ripiegò e la ripose nel cassetto.

    "Poco fa mi avete esortato a perseguire la conoscenza".

    "Già, proprio così". All'improvviso sembrava essere di buon umore. "Dobbiamo andare, mia cara signora".

    La accompagnò alla porta, giù per le scale e fuori nella fresca aria notturna. Intorno non c'era nessuno. Barenziah lanciò uno sguardo furtivo verso l'oscurità. Si chiedeva se sarebbe stata in grado di sfuggirgli o di eludere la sua attenzione in qualche modo.

    "Non starete certo pensando di fuggire, vero? Non siete curiosa di sapere prima quali sono i miei piani?". Trovò il suo tono sembrava leggermente irritato.

    "Ora che mi ci fate pensare... sì".

    "Forse preferireste avere prima notizie dei vostri amici".

    "No".

    Parve soddisfatto della sua risposta. Evidentemente era quella che voleva sentire, pensò Barenziah, ma era anche la verità. Sebbene preoccupata per i suoi amici, soprattutto per Straw, era molto più preoccupata per la sua stessa sorte.

    "Prenderete il vostro posto come legittima regina di Mournhold".

    [pagebreak]

    Symmachus le spiegò che quello era stato il progetto che lui e Tiber Septim avevano in serbo per lei fin dall'inizio. Le disse che Mournhold, che aveva avuto un governo militare per dodici anni o più, fin da quando lei se ne era andata, sarebbe passata gradualmente a un governo civile, con la guida dell'Impero, naturalmente, come parte integrante della provincia imperiale di Morrowind.

    "Ma perché fui inviata a Darkmoor?", chiese Barenziah, che a stento riusciva a credere alla notizia.

    "Per proteggervi, ovviamente. Perché siete fuggita?".

    Barenziah si strinse nelle spalle. "Non avevo motivo di rimanere. Avreste dovuto dirmelo".

    "Già ora ne sareste al corrente. Infatti, avevo dato ordine di trasferirvi alla Città Imperiale per trascorrere qualche tempo nel palazzo dell'imperatore. Ma ovviamente ve l'eravate, come dire, svignata. Per quanto riguarda il vostro destino, dovrebbe, e avrebbe già dovuto, esservi piuttosto chiaro. Tiber Septim non si cura dei pesi morti... e in che altro modo avreste potuto essergli utile?".

    "Non so nulla di lui. E nemmeno di voi".

    "Allora sappiate questo: Tiber Septim ripaga in egual misura amici e nemici a seconda dei loro meriti".

    Barenziah rifletté sulla cosa per alcuni istanti. "Straw si è meritato la mia stima e non ha mai fatto male a nessuno. Non è un membro della Gilda dei Ladri. Si è recato fin qui per proteggermi. Guadagna da vivere per il nostro sostentamento facendo commissioni, e inoltre...".

    Symmachus le fece cenno bruscamente di tacere. "So tutto di Straw", disse, "e di Therris". La guardò intensamente. "Quindi?".

    Fece un profondo respiro. "Straw vorrebbe una piccola fattoria. Se diverrò ricca, allora vorrei che gliene venisse donata una".

    "Benissimo". Sembrò sorpreso e infine compiaciuto. "Consideratelo fatto. Ne avrà una. E Therris?".

    "Mi ha tradito", Barenziah disse freddamente. Therris avrebbe dovuto informarla sui rischi dell'intrusione. Inoltre, l'aveva spinta proprio nelle braccia dei nemici nel tentativo di salvarsi. Non era certo un uomo da premiare. Né, tanto meno, di cui fidarsi.

    "Sì. Quindi?".

    "Be', dovrebbe essere punito per ciò che ha fatto... giusto?".

    "Mi sembra ragionevole. In che modo dovrebbe essere punito?".

    Barenziah chiuse le mani a pugno. Avrebbe voluto picchiare e graffiare personalmente il khajiiti, ma considerata la piega che avevano preso gli eventi, non le sembrò appropriato a una regina. "Frustatelo. E... pensate che venti frustrate siano troppe? Non voglio causargli nessun danno permanente, capite. Voglio solo dargli una lezione".

    "Naturalmente". Symmachus sogghignò a quelle parole. Poi, improvvisamente, si fece serio. "Sarà fatto, sua altezza, mia signora, regina Barenziah di Mournhold". Poi le fece un inchino, un ampio, cortese e ridicolmente pomposo inchino.

    A Barenziah balzò il cuore in gola.

    [pagebreak]

    Trascorse due giorni negli appartamenti di Symmachus, durante i quali ebbe molto da fare. Una donna degli elfi scuri di nome Drelliane provvedeva a ogni sua necessità, sebbene non avesse proprio l'aria di una serva, dal momento che consumava i suoi pasti con loro. E nemmeno sembrava la moglie o l'amante di Symmachus. Drelliane sembrò divertita quando Barenziah espose i suoi dubbi. Rispose semplicemente che era al servizio del generale ed eseguiva ogni suo ordine.

    Con l'aiuto di Drelliane, furono ordinati per lei molti abiti e paia di scarpe raffinate, una tenuta da cavallo con stivali, oltre a gingilli vari. Le venne assegnata una camera personale.

    Symmachus era fuori per la maggior parte del tempo. Aveva occasione di vederlo al massimo durante i pasti, ma parlava poco di sé e del suo passato. Era cordiale ed educato, alquanto disposto a conversare sulla maggior parte degli argomenti e pareva interessato a qualsiasi cosa lei avesse da dire. Lo stesso si poteva dire di Drelliane. Barenziah li trovò abbastanza piacevoli, ma "difficili da interpretare", per dirla con le parole di Katisha. Provava una punta di delusione. Erano i primi elfi scuri con i quali aveva contatti ravvicinati. Pensava che si sarebbe trovata a suo agio con loro, che avrebbe sentito finalmente di appartenere a quel luogo, a quella gente, come parte integrante di qualcosa. Invece provava nostalgia per i suoi amici nordici, Katisha e Straw.

    Quando Symmachus l'avvertì che erano in procinto di partire alla volta della Città Imperiale il mattino seguente, gli chiese se poteva dire addio ai suoi compagni.

    "Katisha?", chiese. "Ma allora... suppongo di esserle debitore. Fu lei a condurmi fino a voi raccontandomi di una solitaria fanciulla di razza elfica oscura di nome Berry che aveva bisogno di amici elfici... e che a volte si vestiva come un ragazzo. Non è collegata in alcun modo alla Gilda dei Ladri e nessuno collegato alla Gilda dei Ladri sembra conoscere la vostra vera identità, tranne Therris. E questo è un bene. Preferisco che la vostra precedente appartenenza alla gilda non divenga di dominio pubblico. Vi prego di non parlarne mai con nessuno, vostra altezza. Con un passato del genere... non si diventa una regina imperiale".

    "Nessuno lo sa, eccetto Straw e Therris. E loro non lo diranno a nessuno".

    "No". Sorrise in modo sottile e singolare. "No, non lo faranno".

    Non sapeva che Katisha ne era al corrente. E tuttavia, c'era qualcosa nel modo in cui si era pronunciato...

    Straw arrivò al loro appartamento la mattina della partenza. Furono lasciati soli nel salone, sebbene Barenziah sapesse bene che c'erano altri elfi a portata d'orecchio. Appariva teso e pallido. Si abbracciarono in silenzio per alcuni minuti. Le spalle di Straw tremavano e lacrime solcavano le sue guance, ma non proferì parola.

    Barenziah cercò di sorridere. "Così abbiamo entrambi ciò che volevamo, eh? Io sarò regina di Mournhold e voi sarete padrone di una fattoria". Gli prese la mano, sorridendogli con calore e sincerità. "Ti scriverò, Straw. Lo prometto. Dovrai trovare uno scriba in modo e scrivermi a tua volta".

    Straw scosse tristemente la testa. Quando Barenziah insistette, aprì la bocca e la indicò, emettendo suoni inarticolati. Allora lei capì. La sua lingua era perduta, era stata mozzata.

    Barenziah crollò su una sedia e pianse a dirotto.

    [pagebreak]

    "Ma perché?", volle sapere da Symmachus dopo che Straw era stato accompagnato fuori. "Perché?".

    Symmachus scrollò le spalle. "Sa troppe cose. Poteva essere pericoloso. Almeno è vivo e non avrà bisogno della lingua per ... allevare maiali o altro".

    "Vi odio!", gridò Barenziah, poi improvvisamente si piegò in due e vomitò sul pavimento. Continuò a ingiuriarlo fra un attacco di nausea e l'altro. Lui ascoltò impassibile per qualche tempo mentre Drelliane puliva dietro di lei. Alla fine, le disse di smetterla altrimenti l'avrebbe imbavagliata per l'intero corso del viaggio verso l'imperatore.

    Si fermarono all'abitazione di Katisha lungo la strada fuori città. Symmachus e Drelliane non smontarono. Tutto sembrava normale ma Barenziah era spaventata quando bussò alla porta. Katisha rispose prontamente. Barenziah ringraziò gli dei in silenzio perché almeno lei stava bene. Ma evidentemente anche lei aveva pianto. A ogni modo, abbracciò Barenziah con calore.

    "Perché state piangendo?", domandò Barenziah.

    "Per Therris, naturalmente. Non avete saputo? Cara, il povero Therris è morto". Barenziah sentì delle dita gelide insinuarsi intorno al cuore. "È stato sorpreso a rubare dall'abitazione del comandante. Poveretto, ma è stato così sciocco da parte sua. Oh, Berry, è stato trascinato via e squartato proprio all'alba per ordine del comandante!". Cominciò a singhiozzare. "Sono andata. Aveva chiesto di me. È stato terribile. Ha sofferto tanto prima di morire. Non me ne dimenticherò mai. Ho cercato voi e Straw, ma nessuno sapeva dove eravate". Lanciò uno sguardo dietro a Barenziah. "È il comandante, vero? Symmachus". Poi Katisha fece una cosa insolita. Smise di piangere e fece un largo sorriso. "Sapete, nel momento in cui lo vidi, ho pensato, questo è quello che fa per Barenziah!". Katisha prese un lembo del suo grembiule e si asciugò gli occhi. "Gli ho detto di voi, sapete".

    "Sì", disse Barenziah, "Lo so". Prese le mani di Katisha nelle sue e la guardò con sincerità. "Katisha, vi voglio bene. Mi mancherete. Ma vi prego di non parlare mai a qualcun altro di me. Mai. Giurate che non lo direte. Soprattutto a Symmachus. E abbiate cura di Straw per me. Promettetemelo".

    Katisha promise, perplessa benché volenterosa. "Berry, non è dipeso in qualche modo da me che Therris sia stato catturato, vero? Non ho mai fatto parola di Therris a... a... lui". Lanciò uno sguardo al generale.

    Barenziah le assicurò che non era così, che un informatore aveva riferito alla guardia imperiale dei piani di Therris. Era probabilmente una bugia, ma comprese che Katisha aveva chiaramente bisogno di conforto.

    "Ne sono felice, se davvero posso dirmi felice di qualcosa in un simile momento. Odio il solo pensiero di ciò... ma come avrei potuto saperlo?". Si piegò in avanti e sussurrò nell'orecchio di Barenziah, "Symmachus è molto bello, non pensate? È così affascinante".

    "Non saprei", disse Barenziah scocciata. "Non ci ho mai realmente pensato. Ho avuto altre cose per la testa". Le spiegò brevemente che sarebbe divenuta la regina di Mournhold e avrebbe vissuto nella Città Imperiale per qualche tempo. "Mi stava cercando, tutto qui. Per ordine dell'imperatore. Ero oggetto di un'indagine, niente più di una sorta di... di... di un obbiettivo. Non credo proprio che pensi a me come a una donna. Sebbene abbia detto che non sembravo affatto un ragazzo", aggiunse di fronte all'incredulità di Katisha. Katisha sapeva che Barenziah valutava ogni uomo che incontrava in termini di attrazione sessuale e di disponibilità. "Immagino che sia la sorpresa di scoprire che sono veramente una regina", aggiunse Barenziah e Katisha concordò che poteva essere, che doveva trattarsi di una sorta di shock, sebbene di un tipo che non si poteva sperimentare direttamente. Sorrise. Barenziah ricambiò. Poi si abbracciarono di nuovo, in lacrime, per l'ultima volta. Non vide mai più Katisha. O Straw.
    Il corteo reale lasciò Rifton dalla grande porta a sud. Una volta attraversata la porta, Symmachus le batté sulla spalla e indicò i portali. "Ho pensato che avreste voluto dire addio anche a Therris, vostra altezza", disse.

    Barenziah fissò con fermezza la testa infilzata in una lancia sopra il cancello. Gli uccelli avevano già iniziato a nutrirsene, ma il volto era ancora riconoscibile. "Non penso che mi sentirà, anche se sono sicura che sarà contento di sapere che sto bene", replicò fingendo di non dar peso alla cosa. "Generale mettiamoci in cammino, d'accordo?".

    Symmachus era palesemente deluso della sua mancata reazione. "Ah. L'avete saputo dalla vostra amica Katisha, immagino?".

    "Immaginate bene. Ha presenziato all'esecuzione", disse Barenziah con indifferenza. Se già non lo sapeva, l'avrebbe scoperto a breve, ne era sicura.

    "Lei sapeva che Therris apparteneva alla gilda?".

    Barenziah scrollò le spalle. "Tutti lo sapevano. Soltanto ai membri di grado inferiore come me è richiesto di mantenere segreta la loro appartenenza. Quelli di alto rango sono ben conosciuti". Si voltò verso di lui e sorrise maliziosamente. "Ma voi dovete sapere ogni cosa, non è vero, generale?", chiese soavemente.

    Rimase impassibile. "Quindi le avete detto chi eravate e da dove venivate, ma non della gilda".

    "Non avevo alcun diritto di svelare un segreto del genere. A differenza dell'altro. Sono due cose differenti. Inoltre, Katisha è una donna molto onesta. Se glielo avessi detto, mi avrebbe sminuito ai suoi occhi. Ha sempre spronato Therris perché cercasse di intraprendere una linea di lavoro più onesta. Stimo la sua saggia opinione". Gli rivolse uno sguardo glaciale. "Non che la faccenda vi riguardi, ma sapete cos'altro mi ha detto? Mi ha anche detto che sarei stata più felice se mi fossi accompagnata con un solo uomo. Uno della mia stessa razza. Uno della mia stessa razza con tutte le qualità giuste. Uno della mia stessa razza con tutte le qualità giuste, che sa sempre come dire le cose giuste. Voi, in verità". Afferrò le redini preparandosi ad adottare un'andatura più vivace... ma non senza affondare un'ultima irresistibile stoccata. "Non è strano come i desideri si avverino a volte... ma non nel modo che volevate? O forse dovrei dire, non nel modo in cui avreste mai voluto?".

    La sua risposta la colse così di sorpresa che quasi si dimenticò di galoppare. "Sì. Alquanto strano", replicò lui con un tono che si adattava perfettamente alle sue parole. Poi si scusò e rimase indietro.

    Tenne la testa alta e spronò la sua cavalcatura, cercando di apparire indifferente. Cos'è che l'aveva infastidita nella sua risposta? Non le sue parole. No, non era quello. Ma il modo in cui le aveva pronunciate. Qualcosa che le fece pensare che lei, Barenziah, era uno dei suoi desideri che si era avverato. Per quanto improbabile potesse apparire, soppesò attentamente quell'idea. Infine l'aveva trovata, dopo mesi di ricerca, pressato dall'imperatore a quanto pare. Così il suo desiderio si era avverato. Sì, doveva essere così.

    Ma in un modo che, a quanto pare, non era proprio di suo gradimento.
     
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  19. Varil

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    La Vera Barenziah - Vol. 3


    di
    Anonimo




    Per svariati giorni, Barenziah si sentì profondamente addolorata per la separazione dai suoi amici. Ma verso la fine della seconda settimana, il suo stato d'animo iniziò a migliorare. Scoprì che le piaceva essere di nuovo in viaggio sebbene le mancasse la compagnia di Straw più di quanto avrebbe creduto. Erano scortati da un plotone di cavalieri Redguard con i quali si sentiva a suo agio, sebbene questi fossero assai più disciplinati e decorosi delle guardie delle carovane dei mercanti con cui aveva avuto a che fare. Erano gentili ma rispettosi verso di lei, malgrado i suoi tentativi di approccio amoroso.

    Symmachus l'aveva rimproverata in privato affermando che una regina deve sempre mostrare dignità reale.

    "Intendete dire che non mi posso mai divertire?", domandò irritata.

    "Ah. Non individui del genere. Sono inferiori a voi. Vostra grazia deve essere desiderata da coloro al potere, mia signora. Niente atteggiamenti lascivi. Rimarrete casta e pudica per tutto il soggiorno alla Città Imperiale".

    Barenziah fece una smorfia. "Potrei anche fare ritorno al Maniero di Darkmoor. Gli elfi sono promiscui per natura, sapete. Lo sanno tutti".

    "'Tutti sbagliano, dunque. Alcuni lo sono, altri no. L'imperatore... e io... ci aspettiamo che mostriate capacità di scelta e buon gusto. Lasciate che vi ricordi, vostra altezza, che avete il trono di Mournhold non per diritto di nascita, ma soltanto per volontà di Tiber Septim. Qualora vi giudicasse inadatta, il vostro regno si concluderà prima che inizi. Esige intelligenza, obbedienza, discrezione e lealtà totale da tutti i suoi vassalli e dignitari. Inoltre, nelle donne predilige castità e modestia. Vi esorto caldamente a forgiare il vostro comportamento sul modello della nostra gentile Drelliane, mia signora".

    "Vorrei essere di nuovo a Darkmoor!", Barenziah esplose sdegnata, offesa al solo pensiero di dover emulare in qualche modo la frigida e pudica Drelliane.

    "Non avete scelta, vostra altezza. Se non sarete utile a Tiber Septim, si assicurerà che non siate utile nemmeno ai suoi nemici", disse solennemente il generale. "Se tenete alla vostra testa, fate attenzione. Lasciatemi inoltre aggiungere che il potere offre piaceri assai diversi da quelli che otterrete dalla carnalità o intrattenendovi con compagnie di bassa lega".

    Iniziò dunque a parlare d'arte, di letteratura, del dramma, della musica e degli sfarzosi balli di corte. Barenziah ascoltò con crescente interesse, sollecitata non soltanto dalle sue minacce. Ma in seguito chiese timidamente di proseguire i suoi studi di magia mentre si trovava alla Città Imperiale. Symmachus sembrò gradire l'idea e le promise che avrebbe predisposto il necessario. Incoraggiata, disse quindi di aver notato che tre dei loro cavalieri di scorta erano donne e chiese se le era concesso di allenarsi un po' con loro per tenersi in esercizio. Il generale sembrò meno entusiasta di quella richiesta, ma diede il suo consenso pur sottolineando che avrebbe potuto esercitarsi solo con le donne.

    Il clima del tardo inverno si mantenne moderato, sebbene leggermente gelido, per il resto del loro viaggio permettendo loro di percorrere velocemente strade sicure. Nell'ultimo giorno, la tanto sospirata primavera sembrava infine essere arrivata mostrando i primi segni di disgelo. Il terreno stradale si fece fangoso e dovunque si poteva sentire l'acqua gocciolare e fluire debolmente ma incessantemente. Era un suono di benvenuto.

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    Al tramonto giunsero al grande ponte che portava alla Città Imperiale. Una soffusa luce rosata tingeva il crudo bianco del marmo degli austeri edifici della metropoli. Tutto quanto appariva nuovo, possente e immacolato. Un ampio viale conduceva a nord verso il palazzo. Una folla di abitanti dei più svariati generi e razze riempiva le strade. Le luci brillavano dentro botteghe e locande, mentre il tramonto calava sulla città e le stelle facevano capolino nel cielo, prima singolarmente e poi a gruppi di due o tre. Persino le vie laterali erano ampie e vivacemente illuminate. Vicino al palazzo, le torri della Gilda dei Maghi si ergevano verso oriente, mentre a occidente le vetrate istoriate di un enorme tabernacolo riflettevano la luce morente del giorno.

    Gli appartamenti di Symmachus si trovavano in uno splendido edificio a due isolati dal palazzo, oltre il tempio: il Tempio dell'Unico, le spiegò mentre lo superavano, un antico culto Nordico che Tiber Septim aveva resuscitato. Disse che Barenziah avrebbe dovuto esserne partecipe se l'imperatore l'avesse giudicata degna. Quel luogo era decisamente splendido... sebbene un po' pacchiano per i gusti di Barenziah. Le pareti e gli arredamenti erano tutti di un bianco immacolato, interrotto solo da decorazioni in oro opaco, e i pavimenti erano in un monotono marmo nero brillante. A Barenziah dolevano gli occhi a forza di guardare quei sottili giochi di ombre e colori.

    Il mattino seguente Symmachus e Drelliane la scortarono al palazzo imperiale. Barenziah notò che ogni persona che incontravano salutava Symmachus con deferente rispetto, talvolta tendente al servilismo. Il generale sembrava darlo per scontato.

    Furono introdotti direttamente alla presenza imperiale. Il sole del mattino inondò una piccola stanza attraverso una grande finestra con piccoli riquadri, illuminando una tavola sontuosamente imbandita per la colazione e l'unico commensale. Una scura figura che si stagliava in contrasto con il chiarore della luce. Balzò in piedi al loro ingresso e si precipitò verso di loro. "Ah, Symmachus, il nostro amico più leale, accogliamo il vostro ritorno con enorme gioia". Le sue mani strinsero brevemente le spalle di Symmachus, con affetto, per fermare il profondo inchino che l'elfo scuro stava per compiere.

    Barenziah s'inchinò a sua volta quando Tiber Septim si volse verso di lei.

    "Barenziah, la nostra piccola, incorreggibile fuggitiva. Come state, bambina mia? Venite, lasciate che vi guardi. Perché, Symmachus, è così affascinante, così incredibilmente affascinante? Perché ce l'avete nascosta per tutti questi anni? Vi dà fastidio la luce, bambina mia? Dobbiamo tirare le tende? Ovviamente". Zittì le proteste di Symmachus con un gesto e tirò le tende personalmente, senza preoccuparsi di chiamare un servo. "Vorrete perdonarci questa scortesia nei vostri confronti, miei cari ospiti. Abbiamo molte cose a cui pensare, sebbene questa non sia una scusa adeguata per la mancanza di ospitalità. Ma vi prego, unitevi a noi. Ci sono delle squisite pesche noci di Black Marsh".

    Si accomodarono al tavolo. Barenziah era sconcertata. Tiber Septim era assai diverso dal torvo, grigio, guerriero gigantesco che si era immaginata. Era di altezza media, di mezza testa più basso dell'imponente Symmachus, sebbene robusto e agile nei movimenti. Aveva un sorriso attraente, scintillanti occhi blu, decisamente penetranti, e austeri capelli bianchi su un volto dai lineamenti regolari e segnati dal tempo. Avrebbe potuto avere un'età tra i quaranta e i sessanta. Li esortò a servirsi di cibo e bevande, quindi le pose la stessa domanda che il generale le aveva già posto giorni prima: "Perché siete fuggita? Le guardie sono state sgarbate con voi?".

    "No, eccellenza", rispose Barenziah, "In verità no... sebbene l'abbia pensato". Symmachus le aveva preparato una storia da raccontare e Barenziah la ripeté con una certa titubanza. Il mozzo di stalla, Straw, l'aveva convinta che i suoi tutori, incapaci di trovarle un marito adeguato, intendevano venderla come concubina a Rihad. Quando un Redguard era effettivamente giunto, si era lasciata prendere dal panico ed era fuggita con Straw.

    Tiber Septim sembrava affascinato dai suoi racconti e ascoltava rapito il resoconto dei dettagli sulla sua vita come scorta della carovana di mercanti. "Ma è come una ballata!", esclamò. "Per l'Unico, la faremo comporre in musica dal bardo di corte. Che ragazzo affascinante dovevate essere".

    "Il generale Symmachus disse che...", Barenziah si fermò confusa, poi riprese. "Disse che... be', non sembravo più un ragazzo. Sono... cresciuta negli ultimi mesi". Abbassò lo sguardo sperando di mostrare l'umiltà che una vergine.

    "È un uomo molto acuto il nostro leale amico Symmachus".

    "So di essere stata una ragazza molto stupida, eccellenza. Imploro il vostro perdono e quello dei miei gentili tutori. Io... me ne resi conto tempo fa, ma provavo troppa vergogna per tornare a casa. Ma ora non desidero tornare a Darkmoor. Eccellenza, appartengo a Mournhold. La mia anima si strugge per la mia terra".

    "Cara bambina, tornerete a casa, ve lo prometto. Tuttavia, vi preghiamo di restare con noi ancora un po', in modo da prepararvi adeguatamente al solenne e pesante compito che intendiamo affidarvi".

    Barenziah lo fissò con serietà e con il cuore all'impazzata. Tutto stava andando proprio come previsto da Symmachus. Avvertì un caldo senso di gratitudine nei suoi confronti, ma si sforzò di mantenere l'attenzione sull'imperatore. "Ne sono onorata, eccellenza, e desidero onestamente servire nel migliore dei modi voi e il grande Impero che avete creato". Quella era sicuramente la cosa migliore da dire in quella situazione... ma Barenziah lo pensava veramente. Era affascinata dalla magnificenza della città, dalla disciplina e dall'ordine che vi regnavano, e più di ogni altra cosa era eccitata al pensiero di farne parte. Inoltre si sentiva alquanto affascinata dal gentile Tiber Septim.

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    Dopo alcuni giorni Symmachus partì alla volta di Mournhold per occuparsi dei doveri di governo fino a quando Barenziah non fosse pronta a salire al trono, momento in cui sarebbe divenuto suo primo ministro. Barenziah, con Drelliane al suo seguito in veste di chaperon, si sistemò in un appartamento nel palazzo imperiale. Le furono affiancati numerosi educatori, esperti in ogni campo consono all'educazione di una regina. Durante questo periodo iniziò a interessarsi profondamente alle arti magiche, mentre si rese conto di non prediligere affatto lo studio della storia e della politica.

    Occasionalmente incontrava Tiber Septim nei giardini del palazzo e lui non mancava mai d'informarsi gentilmente sui suoi progressi, rimproverandola, con il sorriso sulle labbra, per il suo disinteresse nei confronti degli affari di stato. A ogni modo, era sempre lieto di illustrarle i più interessanti temi nel campo della magia, riuscendo persino a rendere interessanti la storia e la politica. "Si tratta di persone, cara, non di sterili fatti racchiusi in un volume polveroso", diceva.

    Con l'ampliarsi delle sue conoscenze, le loro discussioni si fecero sempre più lunghe, profonde e frequenti. Le parlò del suo sogno di una Tamriel unita, costituita da razze distinte e separate ma con ideali e scopi condivisi, tutte impegnate nel conseguimento del bene comune. "Alcuni sentimenti sono universali, condivisi da ogni popolo senziente di buona volontà", disse. "Così ci insegna l'Unico. Dobbiamo essere uniti per fronteggiare i malvagi, gli inumani, gli scellerati, gli Orchi, i troll, i goblin e le altre creature peggiori. E non lottare gli uni contro gli altri". I suoi occhi azzurri s'illuminavano mentre accarezzava il suo sogno e Barenziah era lieta anche solo di starsene seduta ad ascoltarlo. Se si accostava, il lato a contatto con il suo corpo brillava come fiamma viva. Se le loro mani si incontravano, fremeva come se il suo corpo venisse caricato con un possente incantesimo.

    Un giorno, alquanto inaspettatamente, le prese il volto fra le mani e la baciò delicatamente sulle labbra. Si ritrasse per un istante, stupita di fronte alla violenza delle sue sensazioni e lui si scusò immediatamente. "Io... noi... non era mia intenzione farlo. È solo che... siete così bella, mia cara. Così splendida". La guardava con un disperato desiderio nei suoi occhi generosi.

    Barenziah si scostò, con il volto rigato di lacrime.

    "Siete arrabbiata? Parlate. Vi prego".

    Barenziah scosse il capo. "Non potrei mai essere arrabbiata con voi, eccellenza". Io... Io vi amo. So che è sbagliato, ma non posso farne a meno".

    "Ho una moglie", rispose l'uomo. "È una donna gentile e virtuosa, la madre dei miei figli e miei futuri eredi. Non potrei mai accantonarla... ma non vi è nulla tra me e lei, nessun sentimento. Vorrebbe che fossi diverso da ciò che sono. Siamo la coppia più potente di tutta Tamriel... ma Barenziah... credo... di essere anche l'uomo più solo". Si alzò in piedi bruscamente. "Il potere!", disse con solenne disprezzo. "Ne baratterei volentieri una parte con giovinezza e amore se solo gli dei me lo consentissero".

    "Ma voi siete forte, vigoroso e vitale, ben più di qualsiasi altro uomo che abbia mai conosciuto".

    Lui scosse la testa decisamente. "Oggi, forse. Ma lo sono meno di ieri, dell'anno passato o di dieci anni fa. Sento i limiti della mia mortalità e mi addolora".

    "Se posso alleviare il vostro dolore, così sia". Barenziah gli si avvicinò, protendendo le braccia.

    "No. Non vorrei mai strapparvi la vostra innocenza".

    "Non sono così innocente".

    "Come dite?", improvvisamente la voce dell'imperatore divenne severa, le sue sopracciglia aggrottate.

    La bocca di Barenziah si fece asciutta. Cosa aveva mai detto? Ma non poteva più rimangiarselo ormai. Se ne sarebbe accorto. "Vi fu Straw", disse flebilmente. "Io... Anch'io mi sentivo sola. Mi sento sola. E non sono forte quanto voi". Abbassò lo sguardo per l'imbarazzo. "Io... Immagino di non essere degna, eccellenza...".

    "No, no. Non è così. Barenziah. Mia Barenziah. Non potrà durare a lungo. Avete un dovere nei confronti di Mournhold e io nei confronti dell'Impero. Anch'io devo onorare il mio dovere. Ma finché possiamo... condivideremo ciò che abbiamo pregando l'Unico di perdonare la nostra debolezza.

    Tiber Septim allargò le braccia e in silenzio, spontaneamente, Barenziah si abbandonò al suo abbraccio.

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    "Saltellate sul bordo di un vulcano, bambina", l'ammonì Drelliane mentre Barenziah ammirava lo splendido anello con zaffiro a forma di stella che il suo amante imperiale le aveva donato per celebrare la ricorrenza del loro primo mese.

    "Perché mai? Ci rendiamo felici l'un l'altro. Non facciamo male a nessuno. Symmachus mi ha esortato a essere accorta e discreta. Chi altri avrei potuto scegliere di meglio? E siamo stati molto prudenti. In pubblico mi tratta come una figlia". Le visite notturne di Tiber Septim avvenivano attraverso un passaggio segreto di cui soltanto pochi a palazzo ne erano al corrente: lui e un gruppetto di fidate guardie del corpo.

    "Sbava per voi come un cane per la sua zuppa. Non avete notato la freddezza che l'imperatrice e suo figlio mostrano nei vostri confronti?".

    Barenziah scrollò le spalle. Anche prima che lei e Septim fossero diventati amanti, dalla sua famiglia non aveva ricevuto altro che fredda cortesia. Logora e gelida cortesia. "Qual è il problema? È Tiber che detiene il potere".

    "Ma è suo figlio che ha il futuro nelle sue mani. Non esponete sua madre al pubblico ludibrio, ve ne prego".

    "Cosa posso farci se quel ramoscello secco di una donna non sa tenere desta l'attenzione di suo marito persino in una conversazione a cena?".

    "Parlate meno in pubblico. È tutto quello che vi chiedo. Lei ha poca importanza, è vero... ma i figli la amano e voi li volete come nemici. Tiber Septim non vivrà a lungo. Voglio dire", Drelliane si corresse rapidamente vedendo l'espressione corrucciata di Barenziah, "gli umani hanno tutti vita breve. Effimera, come diciamo noi delle antiche razze. Vanno e vengono come le stagioni... ma le famiglie dei potenti sopravvivono per un certo tempo. Dovete essere un alleato di questa famiglia se vorrete ottenere risultati duraturi dalla vostra relazione. Ma come posso spiegarmi, siete così giovane e così incline alla mentalità umana! Agendo con accortezza e giudizio, voi e Mournhold vivrete probabilmente per assistere alla caduta della dinastia Septim, se riuscirà a fondarne una, proprio come siete stata testimone della sua ascesa. È lo scorrere della storia umana. Si elevano per poi ricadere simili a mutevoli maree. Le loro città e i loro domini sbocciano come i fiori primaverili, per appassire e morire al sole estivo. Ma gli elfi perdurano. Siamo come un anno a confronto con un'ora delle loro, dieci anni per un loro giorno".

    Barenziah si limitò a ridere. Sapeva che le chiacchiere su di lei e Tiber Septim abbondavano. Godeva di questa attenzione, poiché tutti tranne l'imperatrice e suo figlio sembravano affascinati da lei. I menestrelli cantavano la sua bruna bellezza e i suoi modi incantevoli. Era popolare e innamorata... e se era una cosa passeggera, be', perché no? Per la prima volta da quando riusciva a ricordare era veramente felice e ogni sua giornata era colma di gioia e piacere. E le notti erano persino migliori.

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    "Cosa mi prende?", si lamentò Barenziah. "Ecco, nessuna delle mie gonne mi va bene. Cosa è accaduto al mio giro vita? Sto ingrassando?". Barenziah guardò con disappunto nello specchio le sue braccia e le sue gambe sottili e la sua vita innegabilmente ingrossata.

    Drelliane si strinse nelle spalle. "Mi sa che siete incinta, per quanto giovane. I continui accoppiamenti con un umano vi hanno condotta a una fertilità precoce. Non vedo altra scelta che parlare di questo all'imperatore. Siete in suo potere. Immagino che sarebbe meglio per voi recarvi direttamente a Mournhold, se acconsentisse, e partorire là il bambino".

    "Da sola?", Barenziah posò le sue mani sul ventre rigonfio mentre i suoi occhi si colmarono di lacrime. Ogni sua cellula anelava a condividere il frutto del suo amore con il suo amante. "Lui non acconsentirà mai. Non si separerà da me ora. Vedrete".

    Drelliane scosse la testa. Anche se non disse più nulla, uno sguardo di compassione e di rammarico prese il posto del suo consueto freddo contegno.

    Quella notte Barenziah riferì la cosa a Tiber Septim quando si recò da lei per il loro consueto appuntamento.

    "Incinta?", sembrava sconvolto. Anzi no, sbalordito. "Ne siete sicura? Ma mi avevano detto che gli elfi non concepiscono a una così giovane età...".

    Barenziah si sforzò di sorridere. "Come posso esserne sicura? Non ho mai..."

    "Manderò a chiamare il mio guaritore".

    Il guaritore, un elfo alto di mezza età, confermò che Barenziah era incinta e che era la prima volta che accadeva una cosa del genere. Era una testimonianza della forza di sua eccellenza, disse il guaritore in tono adulatorio. Tiber Septim tuonò contro di lui.

    "Non può essere!", disse. "Eliminatelo. Ve lo ordino".

    "Sire", replicò il guaritore esterrefatto. "Non posso... Non potrei...".

    "Certo che potete, razza di incompetente", disse l'imperatore aspro. "È mio esplicito desiderio che lo facciate".

    Barenziah, fino a quel momento ammutolita e con gli occhi spalancati dal terrore, improvvisamente si sollevò a sedere sul letto. "No!", gridò. "No! Cosa state dicendo?".

    "Bambina", Tiber Septim le si sedette accanto sfoggiando uno dei suoi affascinanti sorrisi. "Mi dispiace tanto. Veramente. Ma non deve accadere. Vostro figlio costituirebbe una minaccia per mio figlio e per i suoi figli. Non potrei esprimermi in maniera più chiara di così".

    "Ma il bimbo in grembo è vostro!", gemette.

    "No. È solo una possibilità, una remota possibilità, non ha ancora ricevuto un'anima né la vita. Non lo permetterò. Vi vieto di averlo". Rivolse un altro duro sguardo al guaritore e l'elfo cominciò a tremare.

    "Sire. È il suo bambino. Sono pochi i bambini fra gli elfi. Nessuna donna di razza elfica concepisce per più di quattro volte e questo è molto raro. La media è due. Alcune non concepiscono mai e altre soltanto una volta. Privandola di questo, Sire, potrebbe non concepire mai più".

    "Mi avevate assicurato che non avrebbe concepito. Ho poca fede nei vostri pronostici".

    Barenziah balzò nuda giù dal letto e corse verso la porta, non sapendo dove andare ma soltanto che non poteva indugiare. Non la raggiunse mai. L'oscurità la avvolse.

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    Si risvegliò per il dolore e per una profonda sensazione di vuoto. Un vuoto laddove avrebbe dovuto esservi qualcosa, qualcosa di vivo che adesso era morto e andato per sempre. Drelliane era lì ad alleviare il suo dolore e ad asciugare il sangue che a volte fluiva ancora fra le sue gambe. Ma non vi era nulla che potesse colmare quel vuoto. Niente che potesse prenderne il posto.

    L'imperatore le inviò splendidi doni e imponenti composizioni floreali. Talvolta venne per delle brevi visite, sempre accompagnato da molte persone. Barenziah all'inizio le ricevette con piacere, ma Tiber Septim non venne più di notte e, dopo un po' di tempo, neanche lei desiderò più che lo facesse.

    Trascorsero alcune settimane e, quando si fu completamente ristabilita nel fisico, Drelliane la informò che Symmachus aveva scritto per richiedere la sua presenza a Mournhold prima del tempo stabilito. Fu reso noto che sarebbe partita immediatamente.

    Le fu concessa una scorta imponente e un sontuoso corredo degno di una regina. E un elaborato e solenne cerimoniale di commiato si tenne alle porte della Città Imperiale. Alcune persone erano addolorate di vederla partire e le espressero la loro tristezza con lacrime e proteste. Ma altri non lo erano affatto e non fecero altrettanto.
     
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  20. Varil

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    La vera Barenziah - Vol. 4


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    Anonimo




    Con sconforto osservando i cavalieri di scorta davanti e dietro al corteo e le dame di compagnia al suo seguito in carrozza, Barenziah pensò: "Tutto quello che amavo, l'ho ormai perduto. Ma ho ottenuto potere e ricchezza e la promessa futura di accumularne di più. Potere che ho pagato a caro prezzo. Ora comprendo meglio la brama di potere di Tiber Septim, se ha dovuto spesso pagare un simile prezzo. Poiché il valore per certo si misura con il prezzo da pagare". Per suo desiderio, Barenziah cavalcava una roana dal pelo lucido, bardata come un guerriero con una scintillante cotta di maglia realizzata dagli elfi scuri.

    I giorni trascorsero con lentezza mentre lei e il suo seguito percorrevano la strada serpeggiante verso oriente, procedendo fino al calar del sole. Attorno, si elevavano gradualmente i ripidi pendii dei rilievi montuosi di Morrowind. L'aria era sottile e il gelido vento del tardo autunno spirava senza tregua. Ma trasportava anche il dolce profumo speziato delle rose nere di tarda fioritura, originarie di Morrowind, che crescevano in ogni recesso o anfratto ombreggiato degli altopiani, trovando nutrimento persino sui crinali e sulle scarpate più sassose. Nei piccoli villaggi e nelle città, la rozza popolazione degli elfi scuri si radunava lungo la strada al suo passaggio per acclamarne il nome o semplicemente ammirarla. Buona parte dei cavalieri di scorta era costituita da guardiarossa. Soltanto pochi erano elfi alti, nord e bretoni. Mentre la carovana penetrava sempre più nel cuore di Morrowind, provavano un crescente disagio e serravano le fila per motivi difensivi. Persino i cavalieri di razza elfica sembravano guardinghi.

    Tuttavia Barenziah si sentiva finalmente a casa. Percepiva il caldo benvenuto che la terra le stava porgendo. La sua terra.

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    Symmachus la incontrò al confine di Mournhold con una scorta di cavalieri, di cui la metà erano elfi scuri. In tenuta imperiale da battaglia, notò.

    Ci fu una solenne parata all'ingresso del corteo reale in città con discorsi di benvenuto dei nobili dignitari.

    "Ho fatto mettere a nuovo gli appartamenti della regina per voi", le disse poi il generale una volta raggiunto il palazzo, "ma naturalmente siete libera di modificare tutto quello che non gradite". Proseguì descrivendole nei dettagli la cerimonia dell'incoronazione che si sarebbe tenuta entro una settimana. Era come sempre autorevole... ma la donna percepì che c'era qualcos'altro. Desiderava la sua approvazione per le sue disposizioni. Era come se la stesse sollecitando. Era una novità. In passato non aveva mai richiesto i suoi elogi.

    Non le chiese niente a proposito del soggiorno nella Città Imperiale e della relazione con Tiber Septim. Sebbene Barenziah fosse sicura che Drelliane lo avesse informato, o gli avesse scritto in precedenza, descrivendo tutto nei minimi particolari.

    La cerimonia in sé, come molte altre cose, fu un miscuglio di vecchio e nuovo. Qualcosa derivava dalle antiche tradizioni degli elfi scuri di Mournhold, altro era imposto dall'etichetta imperiale. Barenziah giurò di servire l'Impero e Tiber Septim così come la terra di Mournhold e la sua gente. Accettò i giuramenti di fedeltà e obbedienza dal popolo, dalla nobiltà e dal consiglio. Quest'ultimo era costituito da un miscuglio di emissari imperiali (chiamati consiglieri) e di nativi rappresentanti del popolo di Mournhold, molti dei quali erano anziani, come da tradizioni elfiche.

    In seguito Barenziah scoprì che buona parte del suo tempo sarebbe stato occupato nel tentativo di riconciliare le due fazioni e i rispettivi alleati. Gli anziani avrebbero dovuto sostenere buona parte dell'onere della riconciliazione, alla luce delle riforme introdotte dall'Impero in merito al sistema di proprietà delle terre e all'agricoltura. Ma la maggior parte degli anziani ignorò del tutto le nuove riforme degli elfi scuri. Tiber Septim, in nome dell'Unico, aveva decretato una nuova tradizione... e apparentemente persino le divinità avrebbero dovuto rispettarla.

    La nuova regina si dedicò anima e corpo al suo nuovo lavoro oltre che ai suoi studi. Aveva deciso di chiudere il suo cuore all'amore e agli uomini per un lungo periodo... se non per sempre. Come Symmachus le aveva promesso molto tempo addietro, scoprì che c'erano altri piaceri: quelli della mente e del potere. Sviluppò (sorprendentemente, poiché si era sempre ribellata ai suoi educatori nella Città Imperiale) un amore profondo per la storia e la mitologia degli elfi scuri, un desiderio di conoscere a fondo la gente e le sue origini. Fu estasiata dall'apprendere che erano prodi guerrieri, abili artigiani e astuti maghi da tempi immemori.

    Tiber Septim visse per un altro mezzo secolo, durante il quale lo incontrò in diverse occasioni dopo essere stata convocata nella Città Imperiale per varie ragioni di stato. La accolse sempre calorosamente durante tali visite ed ebbero lunghi colloqui a proposito degli eventi nell'Impero, quando le opportunità lo permettevano. Sembrava avere completamente dimenticato che un tempo c'era stato qualcos'altro tra loro, oltre un'amicizia sincera e all'alleanza politica. Era cambiato poco con il passare degli anni. Si mormorava che i maghi avessero ideato incantesimi per estenderne la vitalità e che persino l'Unico gli avesse concesso il dono dell'immortalità. Un giorno, un messaggero recò la notizia che Tiber Septim era morto e che il suo primogenito Pelagius era diventato imperatore.

    La notizia era già stata comunicata in privato a lei e Symmachus. Il suo fedele primo ministro, un tempo generale imperiale, apprese l'informazione con il suo stoico atteggiamento.

    "Quasi non mi sembra possibile", disse Barenziah.

    "Ve l'avevo detto. È il destino degli umani. Sono un popolo che non vive a lungo. Ma non importa. Il suo potere sopravvive nelle mani di suo figlio".

    "Lo consideravate vostro amico una volta. Non provate niente? Nessun dolore?".

    Scrollò le spalle. "Un tempo era per voi qualcosa di più. Provate qualcosa, Barenziah?". Da molto tempo, quando si trovavano in privato, avevano smesso di usare i loro titoli ufficiali.

    "Vuoto. Solitudine", disse, poi anche lei scrollò le spalle. "Ma questi sentimenti non mi sono nuovi".

    "Esatto", rispose dolcemente prendendole la mano. "Barenziah...". Le girò delicatamente il viso e la baciò.

    Quel gesto la riempì di stupore. Non ricordava altre volte in cui lui l'avesse sfiorata prima di allora. Non l'aveva mai considerato in quel modo... e tuttavia, innegabilmente, un antico, familiare calore avvolse tutta la sua persona. Si era dimenticata quanto la sollevasse, quel genere di calore. Non il calore ardente che aveva provato con Tiber Septim, ma quello confortante e forte che, per qualche strana ragione, associava a... a Straw! Straw. Povero Straw. Era da così tanto tempo che non pensava a lui. Avrebbe avuto circa cinquanta anni se fosse stato ancora vivo. Probabilmente con una dozzina di bambini, pensò con tenerezza... e una moglie affettuosa che forse avrebbe potuto parlare per entrambi.

    "Sposatemi, Barenziah", stava dicendo Symmachus, come se avesse intuito i suoi pensieri sul matrimonio, sui bambini... sulle mogli. "Ho lavorato, tribolato e aspettato abbastanza, non credete?".

    Matrimonio. Un contadino con sogni di contadino. Quel pensiero le attraversò la mente, chiaro e spontaneo. Non aveva forse usato quelle stesse parole per descrivere Straw tanto tempo prima? E in fondo, perché no? Se non Symmachus, chi altro?

    Molte delle grandi famiglie nobili di Morrowind erano state eliminate durante la grande guerra di unificazione voluta da Tiber Septim, prima del trattato. Il governo degli elfi scuri era stato ristabilito, vero, ma non il vecchio governo, non la vera nobiltà. Buona parte di loro erano divenuti nobili improvvisamente come Symmachus, ma non avevano neppure la metà del suo valore o dei suoi meriti. Aveva combattuto per mantenere il regno di Mournhold integro e florido quando i cosiddetti consiglieri lo avrebbero spolpato e ridotto all'osso, proprio come avevano fatto con Ebonheart. Aveva combattuto per Mournhold, combattuto per lei, mentre lei e il regno crescevano e prosperavano. Sentì un improvviso senso di gratitudine e affetto innegabile. Era saldo e affidabile. E le era stato fedele. E la amava molto.

    "Perché no?", disse sorridendo. Gli prese la mano. E lo baciò.

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    Fu una buona unione, sia sotto il profilo politico sia sotto quello personale. Mentre il primogenito di Tiber Septim, l'Imperatore Pelagius I, la considerava ancora con sospetto, la sua fiducia nel vecchio amico di suo padre era assoluta.

    Symmachus, tuttavia, era ancora visto con sospetto dagli ostinati cittadini di Morrowind, diffidenti del suo antico passato di contadino e i suoi stretti legami con l'Impero. Ma la regina era estremamente popolare. "Lady Barenziah è una di noi", si sussurrava, "e ha sofferto la prigionia come noi".

    Barenziah era felice. C'era lavoro e c'era anche piacere, che cosa si poteva chiedere di più dalla vita?

    Gli anni trascorsero rapidamente, con crisi da fronteggiare e tempeste, carestie, fallimenti da superare, congiure da sventare e cospiratori da giustiziare. Mournhold prosperò costantemente. La sua gente era sicura e sfamata, le miniere e fattorie erano in piena attività. Tutto andava per il meglio. L'unico neo era che dal loro matrimonio non erano ancora nati dei bambini. Niente eredi.
    I figli degli elfi non vengono alla luce facilmente ed è necessario desiderare molto la loro nascita. E i figli delle famiglie nobili richiedono perfino più degli altri. Quindi trascorsero molti decenni prima che iniziassero a preoccuparsi del problema.

    "È colpa mia, Symmachus. Sono come merce danneggiata", disse Barenziah con amarezza. "Se desideri trovare qualcun'altra...".

    "Non desidero nessun'altra", disse Symmachus gentilmente, "e nemmeno potrei affermare per certo che sia colpa tua. Forse il problema sono io. Sì. Comunque sia. Cercheremo una cura. Se c'è un problema, dev'esserci una soluzione".

    "Come? Quando neppure osiamo confidare a qualcuno la nostra vera storia? I giuramenti dei guaritori non sempre vengono mantenuti".

    "Poco importa se cambiamo un po' il tempo e le circostanze. Qualunque cosa diciamo o manchiamo di dire, non sfuggirà a Jephre il Cantastorie. La mente creativa del dio e la sua lingua tagliente sono sempre impegnate a diffondere voci e pettegolezzi".

    Preti, guaritori e maghi andarono e vennero innumerevoli, ma ogni loro preghiera, pozione e filtro non produsse neppure la promessa di un bocciolo, tanto meno di un frutto. Infine rimossero quel desiderio dalle loro menti e l'affidarono al volere degli dei. Erano ancora giovani, secondo la vita degli elfi, e avevano ancora secoli davanti a loro. C'era ancora tempo. Con gli elfi c'era sempre tempo.
    Barenziah sedeva a cena nel grande salone, martoriando il cibo nel piatto, annoiata e agitata. Symmachus era lontano, poiché era stato convocato nella Città Imperiale dal pronipote di Tiber Septim, Uriel Septim. O era il suo pro-pronipote? Comprese di averne perso il conto. I loro volti sembravano confondersi uno nell'altro. Forse sarebbe dovuta andare con lui, ma c'era stata la visita della delegazione da Tear per discutere di un seccante problema che, nondimeno, richiedeva d'esser gestito con discrezione.

    Un bardo stava cantando in un padiglione fuori dal salone, ma Barenziah non lo ascoltava. Ultimamente tutte le canzoni le sembravano noiosamente uguali, sia vecchie sia nuove. Improvvisamente una strofa catturò la sua attenzione. Parlava di libertà, avventura, di liberare Morrowind dalle sue catene. Come osava! Barenziah si alzò in piedi e si volse per lanciargli un'occhiata. Per giunta, comprese che stava cantando di una qualche antica guerra, ora dimenticata, combattuta con i nord di Skyrim, elogiando l'eroismo di Re Edward e di Re Moraelyn e i loro impavidi compagni. Quella leggenda era, in verità, piuttosto vecchia e tuttavia quella canzone era nuova... e il suo significato... Barenziah non poteva esserne certa.

    Un tipo sfrontato, quel bardo, ma con una voce forte e passionale e con un buon orecchio per la musica. Era anche piuttosto attraente, sebbene in un modo non convenzionale. Dall'aspetto non sembrava essere benestante e nemmeno particolarmente giovane. Certamente non poteva avere meno di un centinaio d'anni. Perché non lo aveva mai sentito prima o almeno non ne aveva mai sentito parlare?

    "Chi è?", domandò alla sua dama di compagnia.

    La donna scrollò le spalle e disse: "Si fa chiamare l'Usignolo, mia signora. Nessuno sembra sapere niente di lui".
    "Ditegli che gli voglio parlare quando ha finito".

    L'uomo chiamato l'Usignolo si recò da lei, ringraziando per l'onore di quell'udienza con la regina e per la sostanziosa borsa che lei gli diede. I suoi modi non erano affatto da sfacciato, constatò, anzi erano piuttosto gentili e modesti. Era piuttosto abile e veloce riguardo ai pettegolezzi altrui, ma non riuscì a scoprire niente sul suo conto. Eludeva ogni domanda con risposte scherzose o storielle licenziose. Tuttavia erano raccontate in modo così affascinante che era impossibile offendersi.

    "Il mio vero nome? Mia signora, io sono nessuno. No, no, i miei genitori mi chiamarono Pallido Ricordo... o forse Nessun Amico? Che importanza ha? Non importa. Come possono i genitori dare un nome a ciò che non conoscono? Ah! Credo che il nome fosse Estraneo. Sono stato l'Usignolo talmente a lungo che non ricordo nemmeno da quando. Forse, oh, dal mese scorso almeno... o forse era la settimana scorsa? Vedete mia signora, tutti i miei ricordi finiscono in canzoni e storie. Non rimane nulla per me. Sono piuttosto monotono. Dove sono nato? Perché? Non so. Desidero stabilirmi a Monotono-vagar quando vi arriverò... ma non ho fretta".

    "Capisco. E allora sposerete Infincertezza?".

    "Molto perspicace da parte vostra, mia signora. Forse, forse. Sebbene talvolta penso che anche Dubbioperenne sia piuttosto affascinante".

    "Ah. Siete quindi volubile?".

    "Come il vento, mia signora. Soffio di qua e di là, sono caldo e freddo, a seconda di come si addice alle circostanze. La probabilità è il mio abito. Nient'altro mi si addice".

    Barenziah sorrise. "Allora restate con noi per un po'... se desiderate, mio signore Erratico".

    "Come desiderate, mia signora Splendore".

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    Dopo quel breve scambio di battute Barenziah sentì che il suo interesse nella vita era, in qualche modo, rinnovato. Tutto quanto gli era sembrato monotono e stantio ora gli appariva sotto una nuova luce. Salutava ogni giorno con entusiasmo, attendendo con ansia il momento in cui avrebbe conversato con l'Usignolo e gradito il dono del suo canto. Diversamente dagli altri bardi, non aveva mai cantato le sue lodi, né quelle di altre donne. Le sue canzoni narravano soltanto di nobili avventure e imprese ardite.

    Quando lei le chiese ragione di ciò, lui replicò: "Quale migliore elogio alla vostra bellezza potreste chiedere mia signora, se non quello che il vostro specchio vi dona? E se anche vi fossero parole per voi, dovrebbero esser cantate dai più grandi poeti, non certo da un inesperto come me. Come potrei competere con loro, io che sono nato soltanto una settimana fa?".

    Per una volta si trovavano a parlare in privato. La regina, non riuscendo a dormire, lo aveva convocato nella sua camera con la speranza che la sua musica potesse calmarla. "Siete pigro e codardo. Tessete le mie lodi o non riuscirete ad affascinarmi".

    "Mia signora, per elogiarvi dovrei conoscervi. Non potrò mai conoscervi. Siete avvolta nel mistero, in nubi incantate".
    "No, non è vero. Le vostre parole sono come onde incantate. Le vostre parole... e i vostri occhi. E il vostro corpo. Conoscetemi se volete. Conoscetemi se osate".

    Le si avvicinò. Si distesero l'uno vicino all'altra, si baciarono, si abbracciarono. "Nemmeno Barenziah conosce veramente Barenziah", bisbigliò dolcemente. "Come potrei io? Mia signora, voi cercate quello che non conoscete e non sapete cosa desiderate cercare. Che cosa vorreste avere che non avete già?".

    "Passione", rispose lei. "Passione. E figli nati da tale passione".

    "E per i vostri figli, cosa? Che diritto di nascita vorreste che avessero?".

    "Libertà", disse, "di essere quello che vogliono. Ditemi, voi che sembrate essere il più saggio per questi occhi e orecchie e per l'anima a cui sono congiunti. Dove posso trovare queste cose?".

    "Una si trova vicino a voi, l'altra sotto di voi. Ma osereste tendere la vostra mano e prendere quello che potrebbe essere vostro e dei vostri figli?".

    "Symmachus...".

    "Nella mia persona si trova la risposta a una parte di ciò che state cercando. L'altra si trova nascosta sotto di noi nelle miniere del vostro stesso regno. Ciò che darà a noi il potere di adempiere e di realizzare i nostri sogni. Quella stessa cosa che Edward e Moraelyn uniti usarono per liberare High Rock e i loro spiriti dall'odioso dominio dei nord. Se usata correttamente, mia signora, nessuno potrà mai levarsi contro di essa, neppure il potere dell'imperatore stesso. Libertà, voi dite? Barenziah, vi donerà libertà dalle catene che vi legano. Pensateci, mia signora". La baciò di nuovo delicatamente e se ne andò.

    "Non ve ne starete andando...?!?", gridò. Il suo corpo fremeva per lui.

    "Per ora", disse. "I piaceri della carne non sono niente a confronto di ciò che potremo ottenere insieme. Vorrei che pensaste a quanto vi ho appena detto".

    "Non ho bisogno di pensare. Cosa dobbiamo fare? Quali preparativi sono necessari?".

    "Mmm... nessuno. Non si ha libero accesso alle miniere, questo è vero. Ma con la regina al mio fianco, chi mai oserebbe opporsi? Una volta entrati, posso guidarvi fin dove si trova questa cosa e sollevarla dal luogo in cui giace".

    Il ricordo di qualcosa che aveva letto durante i suoi interminabili studi, balzò nella sua mente. "Il Corno dell'Evocazione", bisbigliò con timore reverenziale. "È dunque vero? Esiste? Come fate a saperlo? Ho letto che è sepolto nelle profondità delle infinite caverne di Daggerfall".

    "Tutt'altro, ho studiato a lungo la questione. Prima della sua morte, Re Edward affidò il corno al suo vecchio amico, Re Moraelyn. A sua volta, lo nascose a Mournhold sotto la protezione del dio Ephen, che qui nacque e regnò. Ora sapete tutto quello che a me è costato molti anni di studio e viaggi innumerevoli prima di scoprirlo".
    "Ma il dio? Che ne è stato di Ephen?".

    "Fidatevi di me, mia signora. E tutto andrà bene". Ridendo sommessamente le mandò un ultimo bacio e se ne andò.

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    Al mattino superarono le guardie, presso i grandi portali che conducevano alle miniere e proseguirono oltre. Con il pretesto del suo consueto giro d'ispezione, Barenziah, con la sola compagnia dell'Usignolo, si avventurò nei sotterranei, passando di caverna in caverna. Infine raggiunsero quella che sembrava una via d'accesso dimenticata e sigillata. Attraversandola, compresero che conduceva a un'antica zona di lavoro, abbandonata da molto. Il percorso era alquanto insidioso, poiché alcune delle vecchie impalcature erano crollate, e furono costretti ad aprirsi un passaggio attraverso le macerie, o a trovare una via alternativa per aggirare le pile più impenetrabili. Luridi ratti e ragni di enormi dimensioni vagavano qua e là, talvolta persino tentando di attaccarli. Ma non rappresentarono un problema per gli incantesimi dei dardi di fuoco di Barenziah o per il lesto pugnale dell'Usignolo.

    "Siamo qui da troppo", disse infine Barenziah. "Ci staranno cercando ormai. Come lo giustifico?".

    "Come volte", disse l'Usignolo ridendo. "Siete voi la regina, o no?".

    "Lord Symmachus...".

    "Quel contadino obbedisce a chiunque abbia il potere. L'ha sempre fatto e sempre lo farà. Dovremmo avere noi il potere, mia amata signora". Le sue labbra erano come il più dolce dei vini, il suo tocco fuoco e ghiaccio allo stesso tempo.

    "Ora", disse, "prendetemi ora. Sono pronta". Il suo corpo sembrò fremere, con nervi e muscoli tirati.

    "Non ancora. Non qui, non così". Agitò la mano indicando le antiche e polverose macerie e le oscure pareti di roccia. "Ancora poco". Riluttante, Barenziah acconsentì con un cenno del capo. Ripresero il cammino.

    "Qui", disse lui infine, fermandosi davanti a una barriera sgombra. "È qui che giace". L'uomo tracciò una runa sulla polvere, mentre con l'altra mano formulava un incantesimo.

    La parete si dissolse, rivelando l'ingresso di un antico santuario. Al suo centro si trovava la statua di un dio, con in mano un martello che poggiava su un'incudine adamantina.

    "Per il mio sangue, Ephen", gridò l'Usignolo, "Ti ordino di svegliarti! Sono l'erede di Moraelyn di Ebonheart, l'ultimo della stirpe regale, tuo consanguineo. Per la salvezza di Morrowind, per il regno degli elfi la cui anima stessa è in terribile pericolo, consegnami il tesoro che custodisci! Te lo ordino, svegliati!".

    A quelle sue ultime parole la statua s'illuminò e prese vita, gli occhi di candida pietra brillarono di rosso acceso. Annuì con un cenno della possente testa, quindi il martello colpì l'incudine e la mandò in pezzi con un frastuono tale che lo stesso dio di pietra si sgretolò. Barenziah si portò le mani alle orecchie e si accovacciò, tremando terribilmente e gemendo ad alta voce.

    L'Usignolo si avvicinò coraggiosamente ed estrasse ciò che giaceva fra le macerie con un'esclamazione di estasi. Lo sollevò in alto.

    "Arriva qualcuno!", gridò Barenziah allarmata. Poi realizzò per la prima volta quello che stringeva fra le mani. "Aspettate, quello non è il corno, è... è un bastone!".

    "In effetti, mia signora. Finalmente capite!". L'Usignolo rise forte. "Perdonatemi, mia dolce signora, ma ora devo abbandonarvi. Forse un giorno ci incontreremo ancora. Fino ad allora... Ah, fino ad allora, Symmachus", disse alla figura in armatura che apparve alle loro spalle, "è tutta vostra. Potete reclamarla".

    "No!", gridò Barenziah. Balzò in piedi e corse verso di lui, ma era sparito. Svanito nel nulla... nell'instante in cui Symmachus, con la spada sguainata, lo raggiunse. La sua lama sferrò un solo colpo fendendo l'aria. Quindi rimase immobile, come a voler prendere il posto del dio di pietra.

    Barenziah non disse nulla, non udì nulla, non vide nulla... non sentì nulla...

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    Alla mezza dozzina di elfi che lo avevano seguito, Symmachus disse che l'Usignolo e la Regina Barenziah si erano persi ed erano stati attaccati dai ragni giganti. Che l'Usignolo aveva messo un piede in fallo ed era precipitato in un crepaccio, nel quale era rimasto sepolto, e che il suo corpo non era stato ritrovato. Aggiunse che la regina era terribilmente scossa dall'accaduto e si disperava per la perdita dell'amico, caduto in sua difesa. Tale era l'imponenza e il potere di Symmachus che gli indolenti cavalieri, nessuno dei quali aveva la più pallida idea di cosa fosse accaduto, si convinsero che i fatti stessero effettivamente così.

    La regina venne scortata a palazzo e condotta nella sua stanza, dove congedò i suoi servitori. Sedette immobile davanti allo specchio per molto tempo, incredula, talmente sconvolta da non riuscire nemmeno a piangere. Symmachus rimase immobile a guardarla.

    "Avete solo una vaga idea di ciò che avete appena fatto?", chiese infine l'uomo... con tono gelido e distaccato.

    "Avreste dovuto dirmelo", sussurrò Barenziah. "Il Bastone del Caos! Non avrei mai immaginato che si trovasse là. Mi ha detto... che... " Un lamento le uscì dalle labbra mentre si piegava su se stessa in preda alla disperazione. "Oh, cosa ho mai fatto? Cosa ho fatto? Che accadrà ora? Che ne sarà di me? Di noi?".

    "Lo amavate?".

    "Sì. Sì, sì, sì! Oh mio Symmachus, che gli dei abbiano pietà di me, ma io l'amavo. L'amavo. Ma ora... ora... Non so... Non sono sicura... Io...".

    Il viso duro di Symmachus si rilassò leggermente e i suoi occhi brillarono di una nuova luce, ed egli sospirò. "È già qualcosa. Diventerete ancora madre se ciò sarà in mio potere. Per il resto... Barenziah, mia cara Barenziah, temo che abbiate scatenato una tempesta sulla vostra terra. Tuttavia occorrerà tempo prima che si scateni. Ma quando sarà il momento, l'affronteremo insieme. Come abbiamo sempre fatto".

    Poi le si avvicinò, le tolse le vesti e la fece coricare a letto. In preda allo sconforto e al desiderio, il corpo debilitato di lei rispose al suo vigore come mai prima d'ora, riversando su di lui tutto ciò che l'Usignolo aveva risvegliato in lei. E così facendo placò gli inquieti fantasmi del rimorso per ciò che aveva distrutto.

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    Si sentiva vuota e senza spirito. Poi si sentì di nuovo colma di vita, poiché un figlio stava crescendo nel suo grembo. Mentre il figlio cresceva nel suo ventre, così crescevano i suoi sentimenti nei confronti del paziente, fedele e devoto Symmachus, consolidati in una lunga amicizia e in un profondo affetto... e che adesso, infine, avevano raggiunto la completezza di un vero amore. Otto anni più tardi furono nuovamente benedetti, questa volta con il dono di una figlia.

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    Subito dopo il furto del Bastone del Caos da parte dell'Usignolo, Symmachus aveva inviato segreti comunicati urgenti a Uriel Septim. Non si era recato personalmente, come era solito fare, preferendo rimanere accanto a Barenziah durante il periodo di gestazione per concepire il figlio con lei. Per quella ragione e per il furto stesso, si attirò la momentanea inimicizia e gli ingiusti sospetti di Uriel Septim. Furono inviate delle spie alla ricerca del ladro, ma l'Usignolo sembrava essere svanito per tornare da dove era venuto... ovunque fosse.

    "In parte elfo scuro, forse", disse Barenziah, "ma in parte anche con sembianze umane, suppongo. Altrimenti non avrei potuto raggiungere così velocemente la fertilità".

    "In parte elfo scuro, questo è certo, e dell'antica stirpe Ra'athim, altrimenti non sarebbe riuscito a liberare il bastone", argomentò Symmachus. Si volse e la fissò. "Non credo che avrebbe giaciuto con voi. In quanto elfo, non avrebbe osato, poiché non sarebbe più stato capace di separarsi". Sorrise. Poi assunse di nuovo un'espressione seria. "Ah! Sapeva che era il bastone a essere nascosto laggiù, non il corno, e che avrebbe dovuto teletrasportarsi per salvarsi. Il bastone non è un'arma che avrebbe potuto salvarlo, diversamente dal corno. Siano ringraziati i divini, che il corno non è nelle sue mani! A quanto sembra, è andato tutto come aveva previsto... ma come faceva a saperlo? Io stesso nascosi il bastone in quel punto, con l'aiuto dell'ultimo discendente del clan Ra'athim, che risiede ora sul trono del Castello di Ebonheart, come ricompensa. Tiber Septim reclamò il diritto sul corno, ma lasciò il bastone in custodia. Ahimè. Ora l'Usignolo potrà usare il bastone per spargere il seme della discordia e del dissenso ovunque andrà, se lo desidera. Tuttavia ciò non sarà sufficiente a garantirgli il potere. Esso risiede infatti nel corno e nella capacità di usarlo".
    "Non sono così sicura che sia il potere ciò che l'Usignolo cerca", disse Barenziah.

    "Tutti bramano il potere", disse Symmachus, "ognuno a suo modo".

    "Non io", rispose lei. "Io, mio signore, ho trovato ciò che cercavo".
     
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