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La Lore di Enderal

Discussione in 'The Elder Scrolls V: Skyrim' iniziata da MOB2, 1 Febbraio 2026.

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  1. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    Trovandomi a rigiocare per la quarta volta questo gioco immenso e abissale, e avendo inizialmente avuto problemi a reperire la versione tradotta in italiano da @Chantalion, @alfx, @ag1963, @yan dhoorgan , @Puxxup e anche con la mia collaborazione, una volta installata la versione tradotta, mi sono chiesto, leggendo ogni tanto i libri di Lore dei TES pubblicati dall'amico @Varil, se non fosse una buona idea creare una discussione apposita per pubblicare alcuni dei testi a mio parere più significativi e rilevanti, che in fatto di lore non raggiungono certo la complessità e la profondità della lore dei TES, ma secondo me meritano di ricevere uno spazio adeguato e la possibilità di essere letti anche fuori dal gioco.

    Come nei TES, i libri in Enderal non sono un semplice ammennicolo, ma fanno parte integrante del gioco, e sono spesso fondamentali per una comprensione profonda del mondo creato dai Sureai fin dal tempo di Myar Aranath, Arktwend e Nehrim, i giochi che hanno preceduto Enderal. Come Tamriel, anche il mondo di Vyn è una realtà multiforme e complessa, con una storia che si svolge in una successione di ere e di eventi la cui conoscenza favorisce un'immersione maggiore rispetto ad un approccio iniziale, in cui il giocatore, anche se avesse giocato i numeri precedenti, si trova oltremodo spaesato, sentendosi quasi un alieno. Nel mio caso, la prima volta è stata decisamente devastante, in quanto per un mese ho giocato con la versione in tedesco, non essendo ancora uscita neppure la traduzione originale in inglese, e ricordo molto bene la sensazione di spaesamento provata, in cui non capivo praticamente quasi nulla.

    Ho pensato pertanto di pubblicare alcuni dei testi che mi sono trovato a leggere (nell'ultima versione di Forgotten Stories la lettura di alcuni libri è perfino vocalizzata) e che a volte mi hanno colpito con una forza e una potenza evocativa immensa. Mi rendo conto che in base allo stile di gioco spesso non capita di fermarsi a leggere, specie se si tratta di testi lunghi e complessi, ma nel caso di Enderal la lettura di molti testi a mio parere è imprescindibile, specie se si è alla prima volta, se si vuole comprendere a fondo la realtà in cui ci si trova immersi, poiché sono moltissimi i riferimenti a eventi o fatti descritti e spiegati nei testi. Ed è tanto imprescindibile che i SureAI hanno inserito intere serie di libri in alcune quest, come per esempio quella sul Macellaio di Ark, la cui lettura e comprensione è fondamentale per svolgere nel modo più immersivo possibile delle quest profondissime, come per esempio quella della Rhalata.

    Pensavo di iniziare con le lettere di Yero Sunwind, che sono sostanzialmente i primi testi che ci troviamo a dover leggere per cercare di capire la personalità e le motivazioni di questo personaggio, che essendo un maestro dell'Ordine religioso di Malphas, la "divinità" principalmente venerata a Enderal, un giorno, invece di fare lezione, pronunciò un discorso su come l'umanità fosse “vuota” e avesse bisogno di essere purificata. Dopodiché, chiuse la porta a chiave e creò una potente esplosione magica, uccidendo 15 studenti e se stesso. Durante l'atto, i suoi occhi brillavano di rosso. Questo, insieme al suo discorso preliminare, portò a collegare l'incidente alla Follia Rossa (che verrà approfondita successivamente).

    La storia di Yero è la prima vicenda in cui ci troviamo coinvolti all'inizio del gioco, appena dopo il prologo, ed è una vera e propria indagine per scoprire le motivazioni della strage, commessa da una persona che fino a poco prima era ritenuta una delle migliori personalità con uno spirito molto positivo, volto ad aiutare gli altri. Ed è proprio qui che emerge una delle caratteristiche fondamentali di Enderal, cioè il fatto che le persone non sono quello che sembrano, e che anche partendo dalle motivazioni più positive si può arrivare a scelte estremamente distruttive.


    Diario di Yero (Prima lettera)

    Ieri, quando Sira e io ci siamo seduti sotto la vecchia quercia, lei mi ha detto qualcosa che non riesco a levarmi dalla testa. Il più grande pericolo della vita è dimenticare i propri ideali. Queste lettere, le testimonianze del mio cammino, assicureranno che ciò non avvenga.

    Prima lettera, 8171 dopo la Caduta della Stella:

    Ieri un Custode è venuto al villaggio per invitarmi al noviziato. Sembra che la Madre Superiora Elana abbia esposto l'argomento dopo essersi resa conto delle mie doti magiche.

    Benché le sia grato, l'argomento mi fa sorgere diversi dubbi: forse, per certi grotteschi versi, è un "bene" che mia madre sia morta quel giorno. Perché, ci si chiederebbe? Perché mi ha aperto gli occhi. Prima d'ora, volevo solo rendere il Padre fiero di me, il Padre, un pescatore.

    Ora non posso che provare rabbia quando osservo la gente del villaggio circondarmi.

    Un giorno sì e uno no, sempre la stessa routine: svegliarsi, lavorare, ubriacarsi e dormire. E' questo tutto quello che vogliono dalla vita? Non tengono conto di tutti i malanni di questo mondo e non desiderano cambiare qualcosa?

    Solo Sira è diversa. Lei sa cos'è che mi spinge, e condivide i miei sogni di un mondo migliore. Ho detto al Custode che verrò, ma solo se le concedono l'apprendistato ad Ark. Grazie a Malphas ha accettato.


    Diario di Yero (Seconda lettera)

    Seconda lettera, 8186 a. Caduta della Stella:

    Sono passati quindici anni dalla mia ultima lettera. Sira e io ora viviamo insieme, in una piccola casa ad Ark. Sono cinque anni da quando mi sono impegnato nella Prova Sacra, ma nonostante le mie idee, alla fine non mi sono unito al ramo militare dell'Ordine. Al contrario, sono diventato magister. Perché? Perché i bambini a cui insegno daranno forma al futuro del mondo. E perché c'è già abbastanza spargimento di sangue.

    Due settimane fa, la Truchessa ha riconosciuto l'idea di Sira della "Banca del Cibo". Obbliga ogni cittadino benestante di Ark a pagare una somma in monete all'Ordine, con cui vengono finanziati pasti caldi agli abitanti della Città Sotterranea, una volta a settimana. La loro reazione mi ha deluso: il decreto, che non chiede poi chissà quale cifra, ha sollevato proteste non appena abbiamo minacciato di requisire le loro residenze. Non capirò mai le persone come loro.

    E per quanto possa sembrare triste, sono felice. La mia vita mi dà uno scopo, e ho ancora Sira al mio fianco, dopo tutti questi anni. E' strano. Anche se so che non leggerai mai queste righe, sembra quasi che attraverso di esse, posso parlarti.

    Sira, ti amo.


    Diario di Yero (Terza lettera)

    Terza lettera

    Sira è morta, uccisa da due abitanti della Città Sotterranea mentre aiutava a preparare la Banca del Cibo.

    Con quale repentinità ho scritto queste parole... eppure, come posso anche solo lontanamente iniziare a esprimere il mio dolore, a esprimere... questo vuoto? Sira ha sempre detto che scrivere aiuta, ma non è così. Sono seduto qui, a vedere l'inchiostro seccarsi, mentre le lettere formano le parole di un estraneo. Un estraneo nel mio corpo. Sono un estraneo quando mi sveglio la mattina, sono un estraneo quando cala il crepuscolo, sono un estraneo quando mi corico a letto di notte.

    La Via condanna il suicidio, è un crimine, perché tutti abbiamo uno scopo a questo mondo. Ma qual è il mio? Se guardo avanti, vedo solo trenta inverni di solitudine. Se guardo indietro, non vedo altro che una scia di sogni infranti.

    La Banca del Cibo non ha provocato altro che sommosse e omicidi nella Città Sotterranea, mentre i ricchi hanno costretto la Truchessa a revocare il decreto. Allora dimmi, Malphas, qual è il mio scopo? Fallire?

    I miei pensieri sono caos, sono troppo stanco per continuare a scrivere.


    Memoriale di Yero

    Mia amata Sira,

    questa è la mia ultima lettera. In essa, ti chiedo perdono, perché sono io ad averti ucciso. No, non sono ovviamente stato io a impugnare il coltello, ma sono stato io a infettarti con la mia fallacia. La fallacia che il mondo voglia essere salvato.

    Non è così. Ebbene sì, Sira, c'è ancora una parte di me che si rifiuta di credere a queste parole, anche mentre le scrivo. Ma basta un solo sguardo a dimostrare che sono un pazzo. Abbiamo così tanto, ma non siamo mai felici; potremmo vivere in pace, ma scegliamo la guerra. Abbracciamo l'odio e scacciamo l'amore. E no, Sira, non c'è speranza, non c'è niente di positivo, non importa quanto proviamo a convincerci del contrario. L'umanità è giunta alla sua fine. E' così da quando qualche dio pazzo ci ha creati per suo diletto.

    Un filosofo Qyraniano una volta disse che viene un momento nella nostra vita in cui facciamo una scelta: la scelta di vivere secondo virtù, ma in modo austero, o in modo ignobile, ma nel piacere. Quel filosofo chiamava la seconda scelta "il Vuoto", perché è questo ciò che si insinua sotto l'apparenza.

    La vedi ora, Sira, l'amara verità? Hanno scelto tutti il Vuoto, tutti tranne noi, che abbiamo sognato qualcosa di più grande, noi che siamo disposti a fare un sacrificio per un bene superiore. Immagina cosa avremmo potuto realizzare se solo non fossimo stati soli. Ma lo eravamo sin dal primo istante.

    E no, Sira, è difficile esprimere queste parole, tu meglio di chiunque altro dovresti saperlo. Volevo credere che ci fosse speranza, volevo credere che bastasse restare forti. Ma guarda dove ci ha condotto questo nostro idealismo. Eccomi qui, davanti al tuo cadavere, uccisa da coloro che volevi aiutare.

    Saremmo dovuti fuggire, fuggire su qualche isola remota e invecchiare insieme... ma così non è stato. E perché? Perché ti ho avvelenato con le mie illusioni. Anche io me ne andrò, Sira. Non penso ci sia una vita dopo la morte, né mi interessa. Ma prima che io vada, darò a questo mondo ciò che merita. Ricordi? Hanno scelto tutti il Vuoto.

    Lo avranno.
     
    Ultima modifica: 25 Febbraio 2026
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  2. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    Prima di passare ad un altro testo, vorrei pubblicare un piccolo dialogo. Non è propriamente lore, ma mi sembra importante per far vedere come questa storia di Yero sia stata inserita nella vita delle persone (in Enderal per me non esistono NPC, ci sono solo persone), che hanno sperimentato in tutta l'ampiezza possibile il dolore e la sofferenza per un gesto così atroce come quello di Yero, che ha stroncato delle vite, con i loro sogni, progetti, desideri.

    La scena si svolge nel cimitero di Ark, qualora capitasse di passarvi (io ci sono passato per puro caso).
    Una ragazza è vicino a una tomba, visibilmente triste e commossa. In lacrime.

    • Che succede? Qualche problema?
    • No, sto benissimo. Questa è una tomba, e mi sto chinando di fronte a essa. Non potrei chiedere di meglio.
    • Mi... mi dispiace, non ti meritavi questo. E' solo che... sono indecisa sul da farsi, se restare o mollare tutto.

    • Di chi è questa tomba?
    • Mia sorella, Gidea.
    • Lei... non so se l'hai sentito, ma c'è stato... un incidente nel tempio. La Follia Rossa.

    • ... Magister Yero.
    • Allora ne hai sentito parlare. Mia sorella... era una novizia, proprio come me. E lei...
    • Sai, ha incontrato questo ragazzo. Seguiva semplicemente la via della Manifattura, e né i nostri genitori né il Sacro Ordine avrebbero mai approvato. Voleva lasciare la città con lui, viaggiare per il mondo, proprio come nelle canzoni dei bardi.
    • Le ho detto che era una sciocca. Le ho detto che era la nostra Via seguire l'Ordine, e che andarsene sarebbe stato un peccato. Tre giorni dopo è successo. Era seduta in prima fila quando Yero... sai...

    • Quindi ti dai la colpa della sua morte.
    • Lo dici come se fosse inverosimile. Ma è colpa mia. Senza di me, sarebbe con quel ragazzo, a costruirsi una nuova vita a Duneville.
    • E' colpa mia se era nella sala quel giorno. Non importa quanto ci giri intorno, le cose stanno così.
     
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  3. alaris

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    Leggendo...mi fai venir voglia di ricominciarlo subito.
    Non se trattasi di vecchiaia o cosa ma ho notato che negli ultimi anni non ho desiderio di giocare titoli nuovi ma solo rigiocare i soliti titoli che ormai ho giocato diverse volte ma che ogni volta riescono a "darmi" ancora molto...grazie per aver aperto questa discussione.
     
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  4. f5f9

    f5f9 si sta stirando Ex staff

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    siamo in due
     
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  5. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    La mia prima prova come traduttore è iniziata quando, avendo trovato il primo volume della serie sul Macellaio di Ark, ho iniziato a pensare che era un vero peccato che dei contenuti così profondi e corposi non potessero essere conosciuti anche da chi non riusciva a leggerli in inglese. All'epoca ne ho parlato con @Chantalion, che aveva già brillantemente tradotto Nehrim, e lui mi ha confermato che aveva intenzione di lavorare alla traduzione anche di Enderal. Non potevo non unirmi a lui e agli altri ragazzi che collaboravano. L'ho vissuta come una vera e propria missione, reduce di due run fatte in inglese con commozioni fortissime, specie in alcune parti del gioco.

    In questo specifico caso si tratta di una serie di dieci libri, che raccontano la storia di Jaél Tannerson, dalla sua nascita alla sua morte, la sua vita iniziale molto monotona, il suo "risveglio", ad opera della misteriosa Donna Velata (affronteremo anche lei, prima o poi), la sua discesa nell'abisso che lo ha portato a diventare un assassino seriale in una setta segretissima di "giustizieri" (la Bilancia Nera), e una specie di ravvedimento finale che lo ha portato a comprendere i suoi errori, abbandonando la setta e mettendo fine alla sua vita.

    Ricordo che una mia cara amica, al tempo in cui scrivevo su Reddit in inglese, aveva obiettato circa la mia opinione che la storia di Jaél avesse tutto sommato un finale positivo, sfidandomi a trovare qualcosa di positivo nella storia di un serial killer. Beh, io credo di averlo trovato, qualcosa di positivo, ma ne parlerò eventualmente alla fine dei dieci volumi che sto per pubblicare.

    Per i SureAI trovare (e leggere) questa serie di libri è una vera e propria quest, ritenuta importantissima ai fini della comprensione di molti aspetti della vita in Enderal, e dell'immersione più profonda in alcune quest successive, come per esempio quella sulla Rhalata, come ho già detto.

    Inizio pertanto con il primo volume, in cui faremo un incontro a mio parere molto profondo con la Donna Velata, che già abbiamo incontrato nel prologo e nel video iniziale dei "sogni" (o incubi, se vogliamo).


    Il Macellaio di Ark - Volume 1: Segui il fuoco

    Premessa

    Mi chiamano "Il Macellaio".

    Mi ferisce scrivere queste parole, benché sia consapevole della loro verità. In quale altro modo dovrebbe essere chiamato un uomo il cui cammino è segnato da dozzine di cadaveri, cadaveri che non sono muti testimoni di una battaglia o di un incidente... no, cadaveri che sono solamente il risultato delle mie azioni. Uomini, donne, vecchi, bambini. Sacerdoti, mercanti, viaggiatori e baldracche. I miei crimini sembrano seguire un imperscrutabile disegno, la cui arbitrarietà porrà un velo gelido sul cuore di chiunque. Ma, naturalmente, non sarà ciò che gli araldi proclameranno. Per loro e per il Sacro Ordine non sarò nient'altro che una mostruosità, un demone senza Via, che è stato sviato dalle sue brame terrene. Mi definiranno un uomo malvagio, una bestia col cuore nero come la notte. Perché questi sono i colori con cui il mondo preferisce pensare: il nero ed il bianco. Nessuno si chiederà il come ed il perché. Persino queste pagine saranno difficili da trovare, perché il Sacro Ordine farà tutto quanto in suo potere per proibirne la stampa; ed è questo il motivo per cui mi devo congratulare con te, chiunque tu sia, perché le tieni tra le mani. Per mezzo di questo insieme di pagine ingiallite, conoscerai i miei pensieri.

    Non intenderle come una giustificazione per i miei atti, perché non è questo che voglio. Mi assumo la piena responsabilità per quanto ho fatto e non desidero assoluzione, né da Malphas, della cui supposta "divinità" oggigiorno mi limito a sorridere, né dalla gente, dalla giustizia o da qualche altro strano potere superiore, la cui vera natura non abbiamo ancora imparato a comprendere.

    Questo libro non è altro che una conferma degli strani ed imperscrutabili avvenimenti che mi hanno trasformato in ciò che sono.

    Capitolo 1: Segui il Fuoco

    Era un noioso, freddo e piovoso mattino che avrebbe cambiato la mia vita per sempre. Sì... in qualche modo sembrava come se quel giorno Madre Natura, in risposta alle festività della notte precedente, avesse deciso di riprendersi con un giorno vago e surreale. Il motivo per le citate festività era stato la cosiddetta Notte della Stella d'Estate, che ogni anno segna l'inizio di una nuova primavera ed in cui il cielo notturno è illuminato da dozzine di spontanee, prorompenti luci di stelle. Mentre la gente comune, tuttavia, coglie l'occasione per indulgere nelle sue gozzoviglie mondane, bevendo in taverne fumose, ballando attorno al primo solco scavato con la vanga, od intrattenendosi in raffinate conversazioni ad un ballo in maschera, per noi ecclesiastici ciò significa nientemeno che una notte piena di processioni, sermoni e preghiera. Dopo aver brevemente assistito all'allegro discorso del sindaco ed aver dato la mia benedizione all'inizio delle festività, mi ritirai in silenzio nel tempio e pregai finché le mie ginocchia e la mia lingua dolsero, esattamente ciò che i Sacri Versi obbligano ogni sacerdote a fare. Non faceva differenza se il prete era il Sommo Sacerdote in persona o, come nel mio caso, solo un semplice sacerdote insignificante in un villaggio ancora più semplice ed insignificante.

    Il mio si chiamava Fogville, e si trovava su una collina battuta continuamente dal vento, con una scarsa vegetazione, all'estremità occidentale di Enderal. Doveva il suo nome (chi mai l'avrebbe detto?) ai pallidi, leggeri refoli di foschia che ogni mattina si posavano sul villaggio come un velo da lutto sul viso di una vecchia vedova.

    Ricordo ancora l'ultimo sguardo che gettai laggiù, sulle povere case in fondo alla collina su cui era insediato il tempio del villaggio. Dopo la dissonante orchestrazione della musica del liuto, le risa animate e lo scoppiettio dei tappi di bottiglia, un silenzio quasi inquietante calò sul villaggio. Solo qua e là si poteva vedere e sentire qualche figura solitaria muoversi attraverso la gelida foschia, e persino il camino del forno era spento. Mi sfuggì un debole sorriso davanti al villaggio in cui ero cresciuto. Mio padre, che in effetti non era mio padre, raccontava di avermi trovato in fasce in un cesto vicino ad un santuario sulla Strada Nebbiosa. Ero stato abbandonato, e l'uomo che poi divenne mio padre mi aveva portato al villaggio, "pieno di devozione e gratitudine per il dono divino ricevuto". Tuttavia, prima della sua morte prematura solo dieci anni dopo, non riuscii mai a liberarmi dalla sensazione che il suo gesto compassionevole fosse dovuto al fatto di avermi trovato proprio sotto ad una statua di Malphas, e non al suo desiderio di avere un figlio.

    Gilmon il Conciatore, com'era chiamato nel villaggio, era un uomo delicato con la pelle butterata ed un naso sottile. Era convinto che il mondo intero cospirasse contro di lui, e che questo fosse l'unico motivo della sua infelicità. Non parlammo mai molto ma, quando succedeva, le nostre conversazioni seguivano uno schema fisso. Con la sua voce tagliente mi chiamava nella stanza del camino, in cui stava rigidamente seduto per la maggior parte del tempo, assieme a due boccali vuoti di birra. Poi mi faceva cenno di sedere e dichiarava di avere "qualcosa da tirarsi fuori dal petto". Il fatto che solo il suo figlio trovatello fosse lì ad ascoltarlo era un'altra prova di quanto malamente la vita lo aveva trattato. Tutto cominciò quando mi sedetti. Tjalmar il Cacciatore gli aveva venduto dell'olio rancido. Uno spietato tagliagole, lo chiamava mio padre, ma dopo tutto era nella natura degli aeterna, diceva, e ad Enderal questo non era risaputo come a Nehrim. O Matressa Zulja, che gli aveva portato del vino amaro. Era una squallida megera, diceva, oh sì, ma grazie a Malphas aveva intuito il suo disegno e l'aveva sistemata a dovere. E poi, naturalmente, i due gemelli del Fabbro Rashik. Erano dei monelli, tutt'e due. Non avevano alcun rispetto per le persone fedeli alla Via, che lavoravano duro come lui. Ma non c'era da aspettarsi delle buone maniere da un carboncino e dai suoi figli. "Che ne sanno della decenza?", diceva nervosamente. "Questa gente non fa altro che fottere fino a rompere il letto". Non gli importava che Rashik fosse un esule di Qyra che viveva da tre generazioni ad Enderal, e che avesse preferito un'unione stabile con la sua compagna anziché una famiglia promiscua com'era d'uso nella sua terra d'origine.

    Queste conversazioni, il suo persistente respiro acido, e la puzza delle pelli crude, del cuoio e del grasso animale nella bottega, furono una scuola importante per la mia infanzia. Di amici ne avevo ben pochi, forse nessuno, poiché mio padre mi fece lavorare duro nella conceria appena ebbi cinque anni. Se Madre Pyléa (ora ne sono sicuro) non avesse notato per caso la mia pronta arguzia, sarei ancora là oggi, a lavorare in mezzo ad animali squartati, pelli stirate e viscido grasso. Forse la strana esperienza di quel mattino nebbioso non sarebbe mai accaduta. Tuttavia mi notò, e così avvenne che il giorno della mia consacrazione, l'anziano sacerdote proclamò con voce solenne la mia Sacra Via. Io, Jaél, figlio del conciatore, ero predestinato a dedicare interamente la mia vita alla gloria di Malphas, come sacerdote. Naturalmente, allora non compresi pienamente cosa significasse, ma le reazioni meravigliate degli altri bambini mi fecero pensare che doveva essere una buona cosa.

    Perciò lasciai la squallida conceria ed entrai nella vecchia casa in fondo al villaggio, per restarci. Per il mio padre adottivo, il "rapimento del suo bambino" fu solo un altro atto di tradimento. Guardandomi indietro, penso che l'amabile Madre fu l'unica a prendersi davvero cura di me, nella mia vita. Mi insegnò a leggere e scrivere, ed anche le conoscenze essenziali sulle erbe. Con empatia e tenacia mi insegnò ciò di cui avevo bisogno per entrare a far parte del clero di Enderal. Dieci inverni dopo, ricevetti il sacerdozio e cominciai il servizio nel piccolo tempio. Facevo quello che un sacerdote ubbidiente doveva fare: celebravo i servizi, pregavo, mi occupavo del tempio ed ascoltavo le confessioni degli abitanti del villaggio. Madre Pyléa lasciò il villaggio al suo sessantesimo compleanno e si ritirò al Tempio del Sole, nella capitale, che conoscevo solo per sentito dire. Un anno dopo mio padre venne a mancare; un evento che, con mia sorpresa, mi colpì profondamente. Poi tutto divenne una routine letargica, fino a quel giorno.

    L'uomo che ero allora, era un uomo felice? Non so dirlo. Quando cerco di ricordare i primi ventotto anni della mia vita, i miei ricordi sembrano parole sbiadite su una vecchia pergamena. La ragione mi dice che ero benedetto, in qualche modo. La vita di un sacerdote era piacevole e costante, senza alti e bassi. Avevo abbastanza da mangiare, una casa e denaro sufficiente da permettermi i servizi di una prostituta di passaggio, di tanto in tanto. Sapevo che, secondo quanto dicevano i Sacri Versi, alla fine dei miei giorni sarei entrato nelle Eterni Sentieri, dopo aver percorso la mia Via, e compiuto la mia missione. Ma le cose andarono diversamente.

    Dopo essermi tolto le vesti ed essermi sdraiato sotto una coperta di lana di pecora, sentii qualcosa di strano e sordo nello stomaco. Oggi so che quell'irrilevante momento fu la prima volta che incontrai il fuoco. Era piccolo, insignificante, solo un debole splendore, ma era là, e sapeva che mi sarei svegliato come un uomo diverso. Tuttavia, in quella mattina grigia ero troppo stanco per prestarvi attenzione. Esausto, mi avvolsi nella coperta ed un attimo dopo ero già addormentato.

    Mi svegliai in un sogno.

    Mi trovavo in un'idilliaca radura, circondato da verdi querce, con le foglie mosse gentilmente dal vento. Il sole tramontava all'orizzonte come una colata di fuoco, e riversava una luce rossa sul paesaggio. Assaporai l'aria fresca e pungente, che odorava di muschio bagnato, rugiada del mattino e vecchi segreti, misteriosi, spontanei e chiari, come la vita stessa. Contrariamente a ciò che tutti sappiamo dei viaggi notturni, che chiamiamo sogni, ero pienamente consapevole dell'irrealtà del paesaggio. Perciò lo accettavo così com'era, naturale come il tempo che passava. Ero completamente nudo, ma non provavo vergogna. Al contrario... mi sentivo forte, sereno e libero.

    Quando abbassai gli occhi dal cielo e guardai davanti a me, la vidi. Si trovava in una vecchia rovina ricoperta d'edera, le cui mura crollate e gli archi parlavano di tempi antichi. Indossava una veste grigia, fluente, che permetteva di intravedere la sua femminilità. Il cappuccio le copriva il viso, così che solo teneri e delicati sprazzi delle sue guance ed il mento erano visibili; una visione che avrebbe potuto provenire dall'immaginazione di un pittore di Qyra. La sua fitta capigliatura, nera come la notte, era legata in trecce e le cadeva sulle spalle. Aveva diversi oggetti intrecciati tra i capelli: vecchie monete sbiadite che dovevano essere state coniate da civiltà perdute, piccole ossa di animali sconosciuti finemente lucidate e strani nastri i cui fili colorati creavano un disegno originale. Ma non fu questo che mi ipnotizzò e mi spinse ad avvicinarmi alla figura velata. Fu il suo sorriso. Ogni passo che facevo verso di lei, percepivo sempre più il suo fascino. Non era un sorriso amabile, come alcuni potrebbero supporre. Era un misto di malinconia, collera, speranza ed amore, una sinfonia di sentimenti contraddittori che pensavo fossero inconciliabili. Era un sorriso che riusciva a comunicare grande saggezza, come anche impartire ordini che avrebbero potuto significare la morte di migliaia di persone. Un sorriso nato da verità riconosciute in esistenze di altri mondi. Un sudore freddo uscì dai miei pori, e percepii come un'ansia mista alla tranquilla beatitudine del momento ormai passato.

    Mi fermai qualche passo davanti a lei, fissando ancora il suo magico sorriso come un uomo affamato ad un banchetto. Per un momento credetti di riconoscere una traccia di allegria nel suo aspetto, ma svanì velocemente com'era apparsa. Poi iniziò a parlare. "Tu stai morendo, Jaél". La sua voce era aspra e tenera allo stesso tempo, piena di contrasto. Parlava senza derisione, pietà o crudeltà.

    "Perché?", mi sentii rispondere meccanicamente. "Sono in piena salute". La mia risposta era così patetica e goffa quanto deve sembrare a chi legge queste pagine ingiallite, ma le pronunciai più velocemente di quanto riuscissi a pensare, senza controllo. La donna annuì sottilmente, come se si fosse aspettata proprio questa risposta.

    "Tu affermi di godere di buona salute", parafrasò le mie parole con un'intonazione particolare. "Ma non riesci a percepire la struttura di questo mondo in tutta la sua complessità". Lentamente, con dolore, scosse la testa, come una Magistra nella scuola di un monastero che ha ricevuto da un novizio una risposta stupida ad una domanda molto semplice. Poi sfilò le mani dalle maniche della veste e mi fece cenno di seguirla. Persino la sua camminata aveva qualcosa di un altro mondo. Il suo corpo non si muoveva a passi, ma sembrava fluttuare. Silenzioso ed ubbidiente, la seguii dentro la vecchia rovina. Oggi, dopo aver rivissuto la visione nella mia mente per migliaia di volte, so che si trattava di un vecchio mercato coperto. Le mura ed il cancello arrugginito non lasciavano dubbi. Ma nella visione non mi interessavano queste banalità. Seguire la figura di fronte a me era il mio unico scopo. Si fermò di fronte ad una vecchia torre ricoperta di vegetazione, un tempo presumibilmente il centro della rovina, ed aprì la porta in ghisa, che oscillò di lato in un modo inquietante e silenzioso.

    "Va', Jaél", disse; "Va', e renditi conto della verità". Queste furono le ultime parole che udii fino all'orrenda scoperta all'interno delle rovine. Perché quando stavo per rispondere, lei era sparita. Per la prima volta una sensazione di incertezza si mescolò con la sicurezza che avevo all'inizio della visione. Ero ancora conscio del fatto che il mio corpo fisico giaceva su un letto di una piccola camera, in un altro mondo. Sapevo anche che potevo decidere di svegliarmi dalla visione meravigliosa e terribile. Ma non lo feci. Perché? Non so spiegarlo. Fu per curiosità? Fu la percezione del destino che copriva la rovina come una sottile, manica trascendente? Non lo so.

    Entrai. Sentii il pavimento freddo sotto ai piedi nudi e l'aria polverosa, illuminata solo da un pallido raggio rosso di sole, mi fece tossire quando riempì i miei polmoni. L'interno era quasi vuoto, eccetto che per le ragnatele, i mobili rovinati dalle intemperie e le pietre spaccate che erano cadute dai muri sgretolati. Nel centro c'era una costruzione in legno, una scatola verticale straordinariamente grande. Mi avvicinai esitante. Mi venne una parola in testa, ma essa svanì velocemente com'era apparsa. Mi accorsi che la luce infuocata del sole al tramonto si era estinta ed era stata rimpiazzata da un tenue colore blu. Una nebbia leggera e confusa iniziò a diffondersi nell'ambiente, e tutto quello che era tranquillo e benedetto prima che entrassi nella rovina venne sostituito da un senso di trepidazione. Insidioso, freddo, debilitante.

    Mossi la mano lungo la superficie della strana scatola, che era leggermente più alta di me. Il legno era grigio e deteriorato, ed emanava uno strano odore, come di ferro. Era dolce ed invitante, ma allo stesso tempo repellente. Vattene!, mi lampeggiò nella testa. Vattene prima di incendiarlo.

    Non riuscivo a capire se fossi stato io a formulare questi pensieri. Ma naturalmente, non me ne andai. Mossi lentamente la mano verso un'apertura a lato della scatola, che mi permise di aprirne il coperchio. Quando il cardine scivolò con un suono riluttante e luttuoso, ricordai la parola che si era insinuata nella mia mente. Questa volta non svanì, ma rimase in tutto il suo orrore. La costruzione di legno al centro di questa rovina abbandonata non era una scatola. Era una bara.

    Persino oggi posso a malapena trovare le parole giuste per descrivere il terrore che mi fissava dall'interno decomposto della bara. Senza alcun dubbio, la creatura davanti ai miei occhi ero io. Ero io, i capelli marroni con una calvizie incipiente, persino a 28 anni. Ero io, la barba densa e ben regolata che era cresciuta giù fino al petto, la barba che avevo tenuto per nascondere la mia faccia lunga ed ordinaria. Ero io, il naso deforme che dava al mio volto un'apparenza da avvoltoio e mi spingeva ad evitare il mio riflesso allo specchio. Ma il corpo nella bara era freddo, irrigidito come nel momento della morte. Rinchiuso come bestiame, la sua testa era schiacciata verso le spalle a causa delle piccole dimensioni della bara, la sua postura innaturale era un'accusa silenziosa. Era emaciato, le braccia premute contro al corpo in modo contorto. Ma assai più raccapricciante era il volto. La pelle era pallida, di un colore grigio verdastro come le pietre tombali. C'erano molte ferite che non sanguinavano, ma mostravano la carne scoperta e le ossa bianche. La barba era arricciata ed incolta, e dei vermi si aggiravano tra di essa, trasudando un liquido rancido e pastoso che gocciolava sul pavimento di pietra. Le guance erano vuote, e le labbra lacerate aperte in modo da dare l'impressione di formare un sorriso tormentato. I denti erano putrefatti e la lingua grigia. Ma nulla di ciò fu la causa del grido agghiacciante, terrorizzante che uscì dalla mia gola. Furono gli occhi. O piuttosto, fu il punto in cui avrebbero dovuto trovarsi gli occhi in una persona viva e sana.

    Ma non c'erano. Deboli e pallide come un sudario, le palpebre, prive di ogni senso, pendevano sopra nere cavità spalancate. Contraddicendo ogni logica, sembravano fissarmi, sussurrando, decomposte, morte. Lo stesso liquido putrefatto che era sulla barba gocciolava dalle sopracciglia e spariva nelle cavità vuote. No... nessuna parola può descrivere il terrore che mi riempì quando guardai quella creatura deforme.

    In preda al panico, colpii la copia putrefatta di me stesso, ma lo feci solo cadere verso di me. Sentii il liquido repellente e marcio del cadavere colare dalla barba e toccare le mie labbra, mentre una manciata di vermi mi cadeva sulla spalla. Per un breve momento fui pietrificato. Trattenni me stesso fra le mie braccia, come un gemello può tenere il suo fratello morto. Ma questo non era il mio gemello. Quando i vermi cercarono di salirmi sul collo, spinsi lontano da me il cadavere con un grido stridulo, spazzai via i vermi e corsi fuori dalle rovine.

    Nel frattempo era giunta la notte, e la luna piena stava in cielo fredda, bianca ed immobile. Il velo di foschia che si era formato dentro le rovine svanì non appena uscii, e mi lasciai cadere a terra, gridando e respirando a fatica.

    Sono morto, lampeggiò nella mia mente, ancora ed ancora. MORTO! Emisi un grido in preda al panico, un patetico sforzo di scacciare la follia dalla mia mente. Il terrore rimase, era onnipresente, e sentii delle lacrime amare farsi strada attraverso i miei occhi.

    Cosa significa questo, per la Retta Via? In che genere di incubo sono intrappolato?

    Qualcuno potrebbe chiedere perché non posi fine alla visione col ben conosciuto stimolo fisico, dandomi un pizzicotto, a maggior ragione perché ero totalmente consapevole dell'irrealtà di ciò che stava accadendo. La risposta è che ero incapace di farlo, e lo sapevo. Quello di fronte non era uno dei soliti spettri notturni che occasionalmente ci perseguitano nelle ore del sonno. Qualcosa... più tardi cominciai a comprendere almeno un po'... voleva mostrarmi qualcosa, ed io non potevo sfuggire alla verità, così come un uomo non può sfuggire alle sabbie del tempo. Come voltai lo sguardo dal pavimento ed iniziai a muovermi rannicchiato verso l'arco di pietra e la foresta, piangendo disperatamente, la vidi ancora. La donna velata. Era sopra di me e mi fissava, quasi con compassione. Almeno lo supposi, perché nonostante l'angolo della mia visuale, non riuscivo a riconoscere nulla al di sopra delle sue guance, a parte l'ombra innaturale del suo cappuccio.

    "Che cosa sei tu?", dissi con una debole voce. "Cosa sei tu, in nome del Guardiano Nero? Un demone? Un angelo della morte?" Suonava patetico, come il lamento di un bambino disperato.

    "Mi chiedi cosa sono", mi rispose riecheggiando le mie parole patetiche. "E supponi che io sia un angelo nero del tuo dio, venuto da te per punirti. Ma", un tocco di materna tenerezza accompagnò la sua ruvida voce, "stai facendo la domanda sbagliata, Jaél. Perché chi sono io non ha importanza."

    Per un momento la fissai confuso, incapace di reagire alla sua risposta enigmatica. Rimasi a terra per un po', immobile, respirando febbrilmente in preda al panico, guardando la donna velata. Dopo quella che sembrò un'eternità, feci la domanda che era necessario fare.

    "E quale... qual è la domanda giusta?"

    Per un breve momento vidi quello che sembrò un triste sorriso accarezzare le sue labbra rosse. "Tu chiedi a me ciò a cui solo tu puoi rispondere", disse, iniziando a camminare verso l'arco di pietra.

    "Ed io voglio darti un consiglio".

    Si fermò, apparendo come una forma irreale nell'argento della notte. "Un consiglio su come puoi evitare la morte della tua anima".

    Ci fu un momento di silenzio.

    "Lascia la tua vita falsa. E segui il fuoco."

    La visione cessò.
     
    Ultima modifica: 3 Febbraio 2026
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    Il Macellaio di Ark - Volume 2: Il Senza Nome

    Capitolo 2: Il Senza Nome

    Fino al giorno d'oggi, l'origine e la natura di questa visione rimase un mistero per me. Chi era quella donna enigmatica? Come riuscì ad entrare nei miei pensieri? O forse non era lei, ma solo un'immagine spettrale dei miei pensieri, una materializzazione del mio subconscio? Queste erano le domande che si affollavano nella mia testa appena mi svegliai.

    Tuttavia, non avevo molto tempo per riflettere. Perché quando mi svegliai, respirando pesantemente e fradicio di sudore, mi resi conto che qualcosa era cambiato. Disorientato, mi alzai e mi strofinai gli occhi, che bruciavano. Mi guardai intorno nella stanza, e le mie ossa scricchiolarono con riluttanza quando voltai la testa a sinistra e a destra.

    Nulla.

    L'ambiente circostante sembrava perfettamente normale. Lasciai ancora vagare lo sguardo per la stanza angusta, dalla pesante porta di legno, lungo il piccolo armadio, fino al tavolo da scrivano nell'angolo a destra, su cui giacevano in disordine numerosi libri e pergamene. Esitante, chiusi gli occhi e sprofondai in me stesso. No. La ripugnanza non si trovava nell'ambiente intorno a me. Proveniva da me. Per essere esatto, proveniva da una strana sensazione nel mio stomaco che fino ad allora per me era sconosciuta. Era un'inquietudine, sorda e stagnante, una paura diffusa simile a quando sappiamo che qualcosa di terribile o arduo ci aspetta. Nondimeno, quella sensazione sembrava familiare, come una cupa verità che era stata repressa nel mio subconscio per tutti quegli anni e che ora aveva trovato la strada nella mia mente, come delle braci brillanti sotto uno strato sottile di ghiaccio che aveva cominciato a sciogliersi. Frastornato, distesi le mani sul mio stomaco, in modo istintivo, come un bambino. Naturalmente non servì; la strana sorda sensazione rimase.

    Mi alzai con un senso di vertigine e guardai fuori dalla stretta finestra sopra il tavolo. la visione che mi era sembrata di un'eternità, in realtà sembrava essere durata non più di un'ora. Tuttavia, neppure un suono da fuori raggiunse le mie orecchie, e la luce era tenue e fioca. Solo un pallido, grigio cono di luce solare rischiarava la danza di centinaia di confusi granelli di polvere nell'aria. In aggiunta al mio malessere, avevo la nausea, mi bruciavano gli occhi e mi sentivo debole.

    Acqua... ho bisogno di acqua.

    Mi diressi con indolenza verso l'abbeveratoio, che era colmo di acqua fresca di sorgente, vicino alla pesante porta di legno. Sentii il mio malessere aggravarsi, e per un momento si presentò nella mia mente uno scenario assurdo. Cosa avrei visto specchiandomi nell'acqua quando mi fossi sporto sopra l'abbeveratoio? L'aspetto deforme e putrefatto che avevo visto nella rovina? O il volto ordinario di un uomo che aveva vissuto dominato dalle coincidenze e dall'assenza di alternative invece di una volontà libera? Combattei contro il desiderio di allontanarmi dall'abbeveratoio e invece andai di fronte ad esso in ginocchio. Ma la mia paura era infondata. Nessun verme pieno di pus strisciava sulla faccia che mi guardava riflessa, nessuna pelle screpolata rivelava la carne sulle ossa al di sotto.

    Solo un sogno. È stato solo un sogno.

    Sorrisi debolmente, confuso riguardo alla mia follia, formai una ciotola con le mani e bevvi tre profondi sorsi. Poi mi spruzzai dell'acqua sulla faccia, e con essa mi massaggiai il corpo, i capelli, le braccia e i piedi. Presi la spazzola di setole di cinghiale e mi sfregai la pelle finché cominciò a irritarsi. Infine, presi la mia veste marrone di sacerdote dal gancio di ghisa alla porta, la indossai e mi appoggiai stancamente contro il muro. Mi sentivo meglio, ma non bene. Ripetei diverse volte la frase nella mia mente. In questo modo cercavo di allontanare i resti di quello che credevo fosse stato un incubo. Tuttavia non ottenni l'effetto desiderato, perché ogni volta che chiudevo gli occhi, le immagini del mio cadavere inondavano la mia mente, e il mio malessere aumentò come se volesse enfatizzare il significato del sogno. Sospirai, e feci quello che facevo sempre quando ero in contemplazione: cominciai a camminare avanti e indietro per la stanza.

    Ricordo troppo bene come questo momento fu la prima volta nella mia vita in cui il silenzio mi sembrò opprimente. Quanto desideravo sentire il cigolio familiare delle ruote dei carri, le grida gioiose del fornaio o il raglio di un asino... Ma non c'era nulla, assolutamente nulla da sentire, neppure il canto desolato del vento che di solito era onnipresente a Fogville. Anche grazie alla luce fioca della mia camera, mi sembrava di essere in una scena di lutto di un quadro di Tirmatral. Sempre le stesse immagini: la bara... il cadavere. E la donna velata e le sue parole...

    Segui il fuoco... Lascia la tua vita falsa.

    C'era forse una connessione tra queste parole e la strana sensazione nel mio stomaco? Perché mai sognavo queste cose? Cosa significavano, per la Retta Via? Mi rannuvolai in volto.

    Vita falsa? Che mucchio di sciocchezze.


    Vivevo esattamente la vita che la Via aveva scelto per me. Anche se talvolta mi venivano dei pensieri cupi e provavo invidia per gli avventurieri che si fermavano a riposare a Fogville durante i loro viaggi, ciò non significava che la mia vita zelante fosse in alcun modo "falsa". No... Ero fortunato di non dover vivere a fianco del mio miserabile padre, spalmando il grasso sulla pelle degli animali. Ero ancora più fortunato di non essere uno degli sventurati che si tagliavano la gola a vicenda per un pezzo di pane raffermo nella Città Sotterranea di Ark. Mi strofinai gli occhi.

    Questi sono proprio i pensieri che spingono le persone a deviare dalla Retta Via. Si sentono attratte da un'assurda visione o dalla "vita avventurosa" e vengono trascinati nel dolore e nell'infelicità.

    Col volto incupito pensai alle storie terribili che talvolta si sentivano raccontare a Fogville. Si trattava sempre di persone egoiste o affamate di potere che avevano portato della gente innocente alla rovina insieme a loro. Infine, mi fermai.

    No... la mia vita è esattamente come dovrebbe essere.

    "È davvero così, Jaél?"

    Trasalii.

    Cosa, per le fiamme...?

    Irritato, mi mossi intorno, cercando di trovare l'origine della voce. Nulla... Ero solo. Ma allora, da dove veniva questa voce? Dovevo averla immaginata. Ero arrivato pure a questo: sentivo delle voci!

    Questo sogno mi sta facendo impazzire.

    Arrabbiato con me stesso, ricominciai a muovermi. Dopo solo due passi, tuttavia la voce risuonò ancora nella mia mente, e insieme ad essa, la strana sensazione nel mio stomaco iniziò a bruciare come un incendio attizzato dal vento. Immagini e sensazioni salirono alla mia coscienza, pesanti e incalzanti, ma allo stesso tempo familiari. Questa volta la voce parlò con un tono misto di cordoglio e di scherno.

    "Per quanto tempo ancora vuoi chiudere gli occhi di fronte alla verità? Cosa deve succedere per farti finalmente capire?"

    Questa volta, a dire il vero, rotolai all'indietro sentendo la voce. Non tanto per le parole, ma per la sensazione che scatenarono in me. Molti pensieri si affollarono nella mia mente, ma non solo quelli relativi al mio sogno. Mi vidi giacere sul letto, fradicio di sudore, tremante. Mi vidi mentre guardavo malinconicamente lontano mentre Madre Pyléa mi stava leggendo la Via. Insieme a questi pensieri giunse un malessere strisciante, una sensazione di solitudine e paura. Istintivamente, mi premetti le mani sullo stomaco.

    Per la Retta Via... sto impazzendo! Dannazione, sto davvero impazzendo!

    Mi voltai, veloce come un fulmine, e mi affrettai verso il tavolo, sul quale giaceva aperto un volume rilegato in pelle. Era una trascrizione a mano della Via che avevo da poco iniziato, prima delle festività della Notte della Stella d'Estate. Da cinque decadi era diventato possibile riprodurre le opere scritte con un sistema quasi magico, grazie alla strana costruzione di una specie di stampante ideata da un intelligente ricercatore starling (la chiamavano "stampalettere" a causa del suo funzionamento). La trascrizione a mano, tuttavia, era ancora considerata un segno di dedizione spirituale. Aveva un che di meditativo, era rilassante, ed era quello di cui avevo bisogno per scacciare il panico che cresceva nel mio stomaco. Rapidamente, mi aggiustai sulla sedia, aprii il calamaio e presi la penna. "Il lavoro libera la mente", mi dissi. Mi sentii incoraggiato dal fatto che quella raffica di immagini e la sensazione che le accompagnava erano diminuite. Era stato un sogno, niente di più. Un sogno spaventoso, davvero, ma solo un sogno.

    Sì... Concentrarsi, scrivere qualche pagina, recitare un verso; e la paura se andrà. Nulla mi ricorderà più del corpo sfigurato nella bara

    tua,

    e domani riuscirò a continuare la mia vita

    senza senso.

    Certo, sarà tutto come al solito, e poi, un giorno, morirò in pace,

    senza aver visto per nulla la verità, un numero insignificante, scialbo in mezzo a migliaia, e nessuno, nessuno si ricorderà di te, Jaél figlio del Conciatore, il Senza Nome, e...

    Solo ora mi resi conto che il sudore stava sgocciolando giù dalla mia fronte e che stavo stringendo la penna così stretta che la mano cominciò a farmi male. Le frasi che avevo scritto erano illeggibili e piene di errori. Lasciai cadere la penna con un sussulto.

    Stregoneria. Questa è stregoneria!

    Chiusi di colpo il libro, serrai gli occhi e inizia a schiarire la mente come Madre Pyléa mi aveva insegnato.

    Respira, Jaél. Respira.

    Tutto il mio corpo tremava, e il sangue mi martellava nei polsi. Senza alcun dubbio, la voce veniva da dentro di me. Era una parte dei miei pensieri, tuttavia era ancora così insolita, minacciosa e nascosta. "È inutile, Jaél", sussurrò la voce improvvisamente. "Non puoi sfuggire al destino. Lascia la tua vita falsa, lasciala qui e ora... e segui il fuoco." Ci fu un attimo di silenzio. "Oppure morirai."

    Quando l'ultima parola svanì nella mia mente, la paura esplose dentro di me. Percorse tutta la mia spina dorsale attraversando il mio corpo, fino al cuore, alle punta delle dita, al cranio, dentro al cervello. La sensazione che liberò fu terribile. Apparvero nuovamente le orrende immagini del mio sogno insieme con gli strani ricordi di momenti apparentemente casuali della mia vita. Mi vidi camminare tra i banchi del tempio, disorientato. Mi vidi preparare piangendo un cadavere per il suo Ultimo Viaggio, secondo la tradizione di Enderal. Mi vidi giacere sudato nel mio letto, col respiro affannato e gli occhi spalancati. Tuttavia, non erano le immagini che rendevano la situazione così insopportabile... Era la sensazione che copriva tutto come una grigia nube di piombo, facendomi quasi impazzire. Sentivo un misto di paura, panico, pungente solitudine e desolazione. Mi sentivo come se stessi di fronte ad un abisso nerissimo, perduto e senza identità. Mi sentivo... solo.

    Potrebbe essere difficile comprendere quanto descritto sopra, ma forse può essere d'aiuto capire il meccanismo della mente umana. Se a qualcuno accade qualcosa di terribile, come la morte di una persona cara, la mente reagisce con una specie di shock. Solo a una parte di quello che dovremmo effettivamente provare è permesso di raggiungere la consapevolezza. Il resto viene scacciato nelle profondità del nostro inconscio, seppellito come un segreto odiato e pericoloso. Solamente dopo che la mente si è in qualche modo ripresa, le parti scacciate dei ricordi vengono portate alla luce, un po' alla volta, così che noi possiamo affrontarle e terminare il processo di elaborazione del lutto. Se, tuttavia, per qualche motivo questa elaborazione non avviene, i ricordi si decompongono e si inaspriscono finché riaffiorano alla coscienza: ci sentiamo depressi, abbiamo degli attacchi di panico o perdiamo completamente la capacità di provare emozioni. Benché sia possibile vivere fino alla morte in tali condizioni, i ricordi seppelliti consumano una parte enorme della nostra energia vitale, o, nel caso peggiore, ci portano a compiere delle strane azioni.

    Quando i tentacoli della paura si scatenarono in me, mi resi conto che queste terribili sensazioni derivavano proprio da tali ricordi decomposti. Essi erano stati lì da sempre, come ombre nascoste sotto uno schermo di vetro. Mi ero accorto di essi per dei brevi momenti, piccoli e insignificanti. Talvolta di notte, quando mi svegliavo da un incubo, fradicio di sudore, incapace di trattenere anche una sola immagine del sogno. Talvolta in piccole fenditure dei miei pensieri, che mi perseguitavano mentre stavo compiendo delle azioni perfettamente normali. Poi, per un breve attimo, mi sentii pieno di una solitudine confusa, grigia, come se fossi un osservatore esterno di me stesso, lo spettatore di una recita ipocrita e faziosa.

    La mia vita falsa.

    Stavo vivendo una menzogna, con uno sforzo disperato della mia mente di nascondere dentro di me qualcosa che non poteva essere nascosto: un segreto, qualcosa che avevo represso e che non poteva più essere tenuto alla larga. Ora esso era fuggito, e mi mostrava senza rimorso cosa sarebbe accaduto se non avessi cominciato a a cercare la verità: Morte.

    Tu stai morendo.

    Però alcuni di voi potrebbero sapere che le intuizioni e le azioni sono cose profondamente diverse. Anche se la voce mi aveva costretto a guardare la mia reale situazione (ed io l'avevo guardata), non volevo accettarla. Emisi un grido gutturale, liberai il tavolo degli utensili per scrivere e richiusi lo sgabello. Diedi un colpo alla parete della camera con un pugno, ignorando il dolore bruciante che pervase il mio braccio. Volevo in qualche modo scacciare la sensazione che avevo dentro, così da poter riavere indietro la mia vita. Ma la mia resistenza era vana, e ogni secondo che passava amplificava il panico che mi stringeva la gola e mi sommergeva come una marea senza rimorsi. Solo quando il mio respiro non fu più che un debole ansimare, mi lascia andare a terra con la schiena contro la parete e il volto coperto dalle mani, esausto.

    È inutile.

    Sentivo le mie lacrime salate che mi bruciavano le guance iniziai a singhiozzare come un bambino. "Cosa devo fare? Per Malphas, cosa devo fare?" I mormorai. La mia voce suonava incerta e infelice.

    Per un po', non accadde nulla. Poi udii ancora la voce nella mia mente, tenera, melanconica.

    "Tu conosci già la risposta, Jaél... Lei ti ha detto cosa fare."

    Questa volta, la voce non acutizzò la mia solitudine. No, per un attimo mi sentii quasi sicuro, e fu il momento in cui presi la mia decisione. Sì... lei aveva ragione. Sapevo cosa dovevo fare. Lo sapevo e l'avevo sempre saputo, tuttavia, come un soldato alle prime armi che non aveva capito che i gloriosi racconti di guerra erano solo delle storie finché non aveva perso la sua gamba, avevo dovuto vedere la mia morte per riuscire a comprendere.

    Dovevo cominciare a cercare la verità sepolta dentro di me. A quel momento non mi era chiaro che cosa avesse inteso dire la donna velata parlando del "Fuoco". Era forse un simbolo della verità? La verità dietro la sensazione di vuoto e solitudine che avevo imparato a reprimere e che non poteva più essere repressa?

    L'uomo rinato che in seguito sarebbe stato conosciuto come il "Macellaio di Ark" non sapeva ancora che presto avrebbe trovato la risposta a questa domanda.

    ~

    I miei ricordi delle ore successive alla mia decisione sono molto vaghi. Sarebbe sbagliato supporre che la sensazione opprimente nel mio stomaco svanisse dopo che avevo compreso la sua natura. No, era ancora lì, e ogni volta che mi sorgevano dei dubbi mentre preparavo i bagagli, diventava più forte e presente, come un maestro che era determinato a mantenere sulla Retta Via uno studente dalla volontà debole usando rimproveri e parole dure. Tuttavia, sentivo una risolutezza che non avevo mai sentito prima nella mia vita. Anzi, sentivo uno spirito di... ottimismo, per assurdo che possa sembrare dopo quanto mi era accaduto.

    Dopo aver raccolto le mie cose, lasciai il tempio, che era stato la mia casa per più di dieci anni. Guardai per un'ultima volta il suo interno, che ispirava timore. Là c'era la statua di pietra di Malphas, tutto vestito e bardato d'acciaio, che guardava avanti con determinazione. Nella mano sinistra la statua aveva delle catene spezzate, e la mano destra puntava in avanti, mostrando orgogliosamente la via, piena di energia. Per l'ultima volta chiusi gli occhi e sentii l'onnipresente odore misto di incenso, lavanda e rose, un profumo che un tempo mi dava una sensazione di conforto. Ora invece mi pizzicava spiacevolmente il naso e mi ricordava l'unguento che gli abitanti delle Isole di Kilé usavano per imbalsamare i morti. Deglutii pesantemente e mi chiusi la porta dietro le spalle.

    Il contenuto del sacco che portavo sulle spalle era scarso: una pagnotta fresca di Enderal, una borraccia, la mia ruvida coperta di cotone, un sacchetto di monete e i santi 101 Versi, che decisi di portare con me dopo un attimo di esitazione. Il libro sembrava pesante, e la sua rilegatura in pelle era ruvida e... beh, appiccicosa. Tuttavia, il mio attaccamento al NovaLuce la cui santa parola era il compasso spirituale per ogni abitante devoto di Enderal e che era stato il mio solo compagno nella mia vita solitaria, eccetto per Madre Pylea, era troppo profondo. Una cosa era chiara per me: ovunque il mio viaggio mi avesse portato, avevo bisogno di cibo e di abiti decenti. Le mie vesti di sacerdote erano troppo pesanti e ingombranti, e sarebbero state troppo calde d'estate. Inoltre, mi sembravano una specie di fardello, completamente inappropriate per il compito che mi prefiggevo. Anche se ogni viaggiatore (eccetto i briganti) mi avrebbe trattato con rispetto, le vesti erano un simbolo della mia vecchia vita come sacerdote.

    Perciò dovetti andare al mercato a trovare un mercante che vendesse la sua merce nonostante il giorno di festa. Era strano vedere quel luogo, che di solito era pieno di gente, così vuoto e tranquillo. Solo un cane si accorse della mia presenza, e qualche gallina era appollaiata in un recinto circondato da una nicchia delle deboli mura della città. Intanto era sorto il sole, ma le fitte nuvole grigie non lasciavano passare molta luce sulla città. Stava per piovere.

    Finalmente raggiunsi la mia destinazione, un piccolo e accogliente negozio. Le mura della casa erano ricoperte di edera che incorniciava persino le finestre lattiginose sotto il tetto rovinato. Un carretto pieno di casse e barili stava di fronte all'entrata come se fosse stato abbandonato dal suo proprietario durante il lavoro, che stava probabilmente esaminando l'odore dell'alcool, della polvere da sparo e della carne cotta nell'aria. Delle ghirlande, che avrebbero brillato in tutti i colori se ci fosse stata abbastanza luce del sole, pendevano mollemente tra le case. Udii parecchie volte degli scricchiolii mentre camminavo sopra delle brocche rotte. Il cartello vicino alla porta pesante identificava il negozio come "Oggetti vari di Carvai".

    Bussai, e dopo alcuni momenti in cui non sentii alcuna reazione, bussai di nuovo. Dopo la terza volta sentii risuonare dei passi strascicati, e uno Starling attempato con il volto rasato e un naso aguzzo aprì la porta. La sua aria stanca mi diceva che aveva intenzione di sbattere fuori il cliente indesiderato prima di riconoscerlo. Le occhiaie scure sotto i suoi occhi mi facevano supporre che anche lui avesse celebrato vigorosamente la Notte della Stella d'Estate. Per un momento quella visione mi sembrò bizzarra, persino familiare, come se l'avessi sperimentata molte volte prima. Tuttavia, la sensazione si dileguò quando egli iniziò a parlare. "Bene... Padre?" disse con una voce stanca. Guardava nervosamente il simbolo ricamato sulla mia veste che mostrava un occhio e una spada stilizzati. "Posso aiutarla?" Mi sforzai di sorridere. "Certo che puoi, mostrandomi la tua merce. Posso entrare?" Ero sorpreso di come la mia voce suonasse sicura di sé e amichevole. Per un momento lo Starling, che si chiamava Carvai, mi guardò esitante. Come tutti gli Starling era piccolo e asciutto, aveva i capelli crespi e un naso aguzzo. Carvai era un uomo fedele alla Via. Ogni settimana lui e i suoi molti bambini partecipavano alle tre messe, e questo era anche il motivo per cui avevo scelto il suo negozio per comprare gli abiti per il mio assurdo viaggio. Aveva un grande rispetto per il clero, perciò non avrebbe fatto domande. Carvai si grattò il naso e mi diede un'occhiata assonnata e confusa. Scorsi nei suoi occhi la domanda per quale motivo, per la Retta Via, un prete di villaggio visitava un negozio così presto di mattina. Ma fece devotamente un cenno di assenso, si fece da parte e mi chiese di entrare.

    Contrariamente al paesaggio deprimente intorno a Fogville, la sua casa aveva un aspetto rustico e accogliente. Il camino nella grande stanza in fondo al corridoio stava scoppiettando, e per un momento vidi una giovane ragazza che sbirciava da una porta alla fine delle scale vicino all'ingresso. Provai invidia per il bambino Starling e i suoi fratelli. Il loro padre aveva dato loro una casa e una sensazione di sicurezza che io non avevo mai avuto con Gilmon. Quando Pylea mi aveva preso sotto le sue ali, era ormai troppo tardi.

    I muri di legno sembravano solidi, anche se stagionati, e la grossa pelliccia di un orso della costa era appesa sul lato sinistro. Con riluttanza, mossi un passo in avanti e quasi inciampai su una delle molte scarpe sul pavimento. Sentii la porta chiudersi dietro di me e Carvai si schiarì la gola.

    "Per di qua, Padre", disse camminando verso la grande stanza delle vendite da cui avevo udito il fuoco crepitare. Era una visione incredibile. Dietro il bancone di legno, che separava lo spazio del venditore da quello del cliente, erano accatastati numerosi oggetti, casse, scatole e pezzi di mobilia. Delle alte librerie lungo i muri erano pieni di volumi impolverati, pergamene, cristalli e scrigni. Il negozio sembrava insignificante visto da fuori, ma non potei combattere la sensazione che lì dentro poteva trovarsi qualcosa di antico e prezioso.

    "Bene... Esattamente, di cosa ha bisogno, Padre?" mi chiese finalmente lo starling. Per un momento non potei rispondere.

    Di cosa ho veramente bisogno?

    Volevo intraprendere un viaggio per trovare la donna misteriosa del mio sogno, e qualcosa mi faceva pensare che non si sarebbe limitato ad Enderal.

    "Beh...", iniziai. "Tutto ciò di cui si ha bisogno per un lungo viaggio."

    Lo Starling inarcò le sopracciglia. "Un viaggio? Per dove?" Balbettò per un momento. "Se non le dispiace la domanda."

    "Devo andare... ad Ark", improvvisai. Più tardi avesse detto a chiunque della mia fuga, meglio sarebbe stato. "Il Sommo Sacerdote ha richiesto la mia presenza." Ciò sembrò soddisfare la sua curiosità.

    "Capisco...", disse e sollevò il coperchio del bancone. "Sono davvero onorato della sua visita nel mio negozio." Assentii sorridendo e lo lasciai camminare tra le sue merci.

    Circa mezz'ora dopo ero stato alleggerito di 102 monete. Avevo acquistato uno zaino robusto, un buon paio di stivali, una tunica da viaggiatore col cappuccio e un vecchio pugnale di ferro, che non sapevo come usare. Carvai mi aveva venduto anche un bastone da viaggiatore che diceva fosse il preferito dai pellegrini che visitavano i sette santuari della Via. "È perfetto per respingere gli insetti", mi aveva detto con sicurezza di sé. Nel salutarlo, lo avevo benedetto lasciandolo con un sorriso da prete. Comprai il cibo per il viaggio nella taverna. L'oste, sfidando l'insonnia, stava pulendo diligentemente ciò che restava delle festività. Mi lanciò uno sguardo confuso, ma dopo alcune spiegazioni sui miei progetti mi vendette a buon prezzo una pagnotta saporita, della frutta secca e una vaschetta di erba sussurrante sottaceto, che era popolare tra i viaggiatori a causa della durata. Anche lui mi chiese la benedizione, che gli impartii provando una strana sensazione. Quel gesto santo mi appariva così sbagliato, come mai prima, e la cerimonia non mi sembrava più una routine, ma una menzogna.

    L'uomo di guardia, Yleas, fu l'ultima persona che incontrai prima di scendere la collina su cui era situata Fogville. Era troppo assonnato per chiedermi dove stavo andando. Ubbidiente, aprì il portone di legno e mi augurò buon viaggio. Lasciandomi Fogville dietro le spalle, mi sentii inondato da una sensazione di melanconico sollievo. Entro poche ore avrei posto fine alla vita che la donna velata aveva descritto come "falsa". Nessuno si sarebbe accorto della mia assenza fino a giorno inoltrato.
     
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  7. alaris

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    Se non ricordo male non ero riuscito a trovarli tutti e dieci...poco male li rileggerò volentieri qua, grazie per la bellissima idea
     
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  8. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    I libri li trovi anche nei posti più impensati, come in certe rovine in cui se arrivi vivo alla fine, è un miracolo. Quello che mi piace di questo tipo di quest, per come le hanno strutturate i SureAI, è che sono in puro stile "Morrowind", cioè senza nessun quest marker sulla mappa. Non sai dove puoi trovare i libri, devi solo girare, e girare molto, anche nei posti più improbabili.

    Un'altra quest del genere, per me estremamente interessante, è quella sui "Miti e Leggende", dove ci sono creature straordinarie, ogni libro ne descrive una, e poi ti dice più o meno dove potresti trovarla. Nessun quest marker, altro che Skyrim...
     
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  9. alaris

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    Stile che preferisco, peccato che non siano molti i giochi in cui viene implementato.
     
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  10. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    Ho pensato di inframmezzare ogni tanto il lungo e intenso racconto della storia di Jaél Tannerson con qualche canto dei Bardi. Perché sono assolutamente convinto che i canti dei Bardi, oltre ad essere musicalmente e poeticamente notevoli (alcuni sono per me dei veri assoluti), fanno sicuramente parte del lore, in quanto rivisitano e reinterpretano alcune delle leggende o delle storie del periodo antico o moderno di Enderal.

    Passeggiando in giro per Ark, sia nel quartiere del mercato come anche in quello nobile, ma perfino nella Città Sotterranea, può capitare, anche spesso direi, di ascoltare alcuni dialoghi tra le persone, i cui argomenti possono spaziare da materie totalmente banali a discussioni anche filosofiche, ma talvolta si trova pure un dialogo relativo a qualche canzone dei Bardi.

    Dentro i Bagni Pubblici di Ark mi è capitato di ascoltare un dialogo tra due ragazze, che si estasiavano letteralmente alla notizia che un bardo molto famoso avrebbe tenuto un concerto al teatro locale. Il dialogo è durato qualche minuto, con una ragazza che citava una frase di una canzone, e l'altra che la completava sognante...

    Come ho già accennato in passato, ritengo che anche in questo aspetto Enderal sia abissalmente superiore a Skyrim, non solo per l'aumento esponenziale dell'immersione, ma anche per il livello artistico sia dei testi che della musica (e degli interpreti).

    E visto che siamo immersi nella storia di Jaél, che sta lasciando il suo mondo alla ricerca del fuoco, credo che la canzone più adatta sia proprio questa che presento ora. Canta Lara Trautmann, detta Lara Loft, che è stata a lungo la mia "Barda" preferita ;)


    Il canto del vagabondo ribelle

    Il nostro mondo antico sembrava
    rinato ai suoi occhi.
    Nessun luogo poteva trattenerlo,
    Desiderava ardentemente i cieli.
    Abbandonò la strada
    Che Malphas aveva previsto.
    Seguì una strada tutta sua.

    E si smarrì nel vuoto
    Come un vagabondo ribelle,
    Disprezzando la strada
    Che era stata pensata proprio per lui.
    Eppure i sogni che cercava
    Nel profondo bagliore rosso del tramonto
    Erano lontani come sempre.

    Ha trovato una casa
    Nella città sottostante,
    Dove la vita non ha né scopo
    Né onore.
    La donna che lo amava
    Gli ha aperto il suo cuore,
    E la sua sofferenza lo ha spezzato!

    Perché si era smarrito nel vuoto
    Come un vagabondo ribelle,
    Disprezzando il Sentiero
    Che era stato tracciato apposta per lui.
    Eppure i sogni che cercava
    Nel profondo crepuscolo rosso
    Erano lontani come sempre.

    Il nostro mondo antico sembrava
    Vecchio quanto i suoi occhi.
    Aveva vissuto tutta la sua vita sotto cieli vuoti.
    Quando un ragazzino gli chiese
    Il sentiero guida,
    Lui disse: "Non rischiare l'ira di Malphas!

    Perché ti smarrirai nel vuoto
    Come un vagabondo ribelle,
    Disprezzando il sentiero
    Che è destinato solo a te.
    Eppure i sogni che cerchi
    Nel profondo bagliore rosso del tramonto
    Sono lontani come sempre."



    The Song of the Wayward Wanderer

    Our ancient world seemed
    Newborn in his eyes.
    No place could keep him,
    He yearned for the skies.
    He abandoned the way
    That Malphas foresaw.
    He followed a path of his own.

    And he strayed in the void
    As a Wayward Wanderer,
    Despising the Path
    That was meant just for him.
    Yet the dreams that he sought
    In the deep red afterglow
    Were as distant as ever before.

    He did find a home
    In the city below,
    Where life neither purpose
    Nor honor can hold.
    The woman who loved him
    Held out her heart,
    And her suffering tore it apart!

    Because he strayed in the void
    As a Wayward Wanderer,
    Despising the Path
    That was meant just for him.
    Yet the dreams that he sought
    In the deep red afterglow
    Were as distant as ever before.

    Our ancient world seemed
    As old as his eyes.
    He had lived his whole life under empty skies.
    When a little boy asked him
    For the guiding Path,
    He said, "Do not risk Malphas's wrath!

    Because you'll stray in the void
    As a Wayward Wanderer,
    Despising the Path
    That is meant just for you.
    Yet the dreams that you seek
    In the deep red afterglow
    Are as distant as they'll ever be."
     
    Ultima modifica: 7 Febbraio 2026
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  11. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    Il Macellaio di Ark - Volume 3: Primi Passi


    Capitolo 3: Primi Passi

    I primi giorni del mio viaggio furono un'esperienza quasi spirituale, ma non interamente piacevole. Mi sentivo come se avessi vissuto l'intera vita con un velo sugli occhi. Più lontana si faceva la brulla collina di Fogville, più surreale mi sembrava il pensiero di aver vissuto là per ventotto anni... come sacerdote. Mi sembrava quasi come se fosse stato solo un sogno.

    Dopotutto, chi ero io?

    Non riuscivo a trovare una risposta soddisfacente a questa domanda. Se non avessi interrotto il mio viaggio insensato facendo immediatamente ritorno, agli occhi del Sacro Ordine sarei stato un eretico, un Senzaruolo, uno che aveva deviato dalla Retta Via. Il fatto di appartenere al clero era una preoccupazione minore. Quando pensavo a Malphas ed ai suoi 101 Versi, il dubbio e l'amarezza incrociavano il mio senso di liberazione come una spada mentale. Tuttavia accadeva lo stesso quando pensavo di tornare. La sorda sensazione nel mio stomaco era in agguato dentro di me. Quando, durante il secondo giorno del mio viaggio, tentai di fare alcuni passi indietro verso Fogville, mi assalì lo stesso panico terrificante che mi aveva portato all'esaurimento. No... l'unica via che ora potevo intraprendere era quella che mi conduceva attraverso i ricordi che avevo represso, lontano dalla mia falsa vita. Non avevo la minima idea di dove cominciare a cercare i frammenti perduti della mia infanzia. Avevo solo due anni quando Gilmon mi trovò. Che cosa poteva essere accaduto per condizionare così tanto la mia vita? Avevo solo un indizio per trovare le risposte: le parole infauste della donna velata. Fidarsi di quelle parole era tanto sciocco ed irrazionale quanto lo era fidarsi di un chiaroveggente di Qyra, ma non avevo scelta.

    Segui il fuoco...

    Mi fermai un attimo ad asciugarmi il sudore sulla fronte. Dopo essere sceso dalla collina di Fogville, avevo preso un piccolo sentiero lungo la costa. Ora mi trovavo ai confini delle Terre Centrali. Ark distava circa undici giorni di cammino, ma avevo intenzione di spendere le mie ultime monete per pagarmi un volo col Myrad fino alla capitale. Le strade coperte di vegetazione che attraversavano le foreste di Enderal erano troppo pericolose. Al momento stavo vagando su un sentiero poco lastricato tra campi pieni di colori. Si udiva il cinguettio degli uccelli nell'aria, ed il sole mi bruciava il collo e le spalle.

    Tu sei pazzo, Jaél... semplicemente pazzo,

    pensai, mentre mi voltavo a guardarmi indietro. Certamente ciò che avevo fatto contraddiceva tutto quello che i Sacri Versi mi avevano insegnato. Solo circa sette lune prima avevo condotto un piccolo gruppo di ragazzi e ragazze dell'età adatta verso la loro consacrazione. Ricordavo come un'intelligente ragazzina aeterna dai capelli rossi mi aveva parlato durante una delle lezioni di preparazione. Portava i capelli elegantemente raccolti, come era d'uso per le razze con le orecchie a punta. "E se non volessi diventare una sarta?", mi chiese dopo che avevo spiegato ai bambini l'importanza della loro cerimonia imminente.

    "Come ti chiami, ragazzina?", risposi sorridendo.

    L'espressione decisa non era scomparsa dai suoi occhi. "Syléna, Padre. Mi chiamo Syléna."

    "Syléna... molto bene. Lascia che ti faccia un piccolo indovinello. O meglio, lasciate che faccia a tutti voi un piccolo indovinello." Corrugò le sopracciglia e mi guardò scettica, più come una donna che come una bambina. "Immaginate di essere dei coraggiosi esploratori. E la vostra missione, assegnatavi personalmente dal capo del Sacro Ordine, è scoprire nuove terre oltre le isole Skaragg... proprio come fecero i primi pionieri di Enderal." L'espressione derelitta ed annoiata sui volti dei bambini fu sostituita dalla curiosità. Solo Syléna continuava a guardarmi con determinazione e scetticismo. "Tuttavia", dissi alzando visibilmente l'indice, "avviene un grande disastro." Feci una pausa importantissima.

    "Una tempesta. Appena giunta a metà strada, la vostra nave viene fatta a pezzi da una terribile tempesta. Siete fortunati: nessuno di voi resta ferito, ma finite per ritrovarvi su un'isola deserta e selvaggia. Attorno a voi non c'è nient'altro che una selva, la fredda sabbia ed i resti del naufragio." Con l'eccezione di Syléna, tutti i bambini erano ormai completamente catturati dal mio racconto.

    "Sapete tutti che se volete sopravvivere dovete agire, e subito. Perché non solo il freddo pungente e la fame vi aspettano... sentite un ruggito minaccioso in lontananza, un rumore che solo un selvaggio Vatyr può emettere." Non appena menzionai le orrende creature dall'aspetto caprino che vivono di solito nelle caverne oscure ed umide, alcuni bambini emisero versi di disgusto. "Quindi cominciate a raccogliere la legna ed a costruire un accampamento. Ma presto vi rendete conto che alcuni di voi sono più qualificati per certi compiti che per altri. Ralof, per esempio, può trasportare una quantità doppia di legna rispetto a Syléna, grazie al suo fisico forte. Tu, Gilma, hai talento con l'arco, perché tuo padre ti ha permesso di fare pratica sin da piccola con i manichini d'addestramento nella caserma. Ora: chi dovrebbe fare la guardia per primo e chi dovrebbe andare in cerca di legna da ardere?" Tutti i bambini furono d'accordo sul fatto che Ralof dovesse trasportare la legna e Gilma fare la guardia. Il gioco andò avanti finché vennero assegnati tutti i compiti ai "pionieri", in base alla loro condizione fisica e mentale.

    "Bene. Ma ora accade una cosa seccante: Ralof si sente sfruttato e non vuole più raccogliere la legna." Il bambino nominato mi guardò indignato, ma lo calmai con un gesto della mano. "Naturalmente si comporta così solo nella storia. Ad ogni modo, non vuole più andare a cercare la legna. Dice che vuole fare la guardia assieme a Gilma, anche se tutti voi sapete che non riuscirebbe a colpire col suo arco neppure un troll cieco e paralizzato. Ora, la domanda che vi faccio è questa: cosa sarebbe meglio per tutti voi? Che Ralof riconquisti la ragione, o che d'ora in poi lui faccia la guardia e Gilma invece raccolga la legna?" I bambini votarono unanimemente per la prima scelta.

    "Molto bene. Solo così sarete in grado di sconfiggere i Vatyr, la fame ed il freddo su un'isola inospitale finché non arriverà una nave che vi riporti sani e salvi ad Enderal. Questa è l'essenza di ciò che le Sacre Scritture ci insegnano: l'unità e la forza possono emergere solamente in una comunità che si occupa del benessere di tutti e non del solo individuo. Malphas stesso sceglie i nostri compiti divini, perché chi conosce i nostri punti di forza e di debolezza meglio di chi dona alle nostre madri la fertilità ad ogni luna?" Con un sorriso soddisfatto voltai lo sguardo verso colei che aveva inizialmente posto la domanda.

    "E questa, cara Syléna, è la risposta alla tua domanda. Sebbene tu abbia dei dubbi sulla Via che Malphas sceglie per te, resisti loro come resisti ad una malattia, perché solo un popolo unito "anima e corpo" potrà avere sempre la meglio." La risposta dei bambini fu di assorto silenzio. Ma Syléna non aveva perso la sua espressione scettica, dopo aver raccontato la storia ispirata al primo verso della Via.

    La Via...

    ci avevo mai creduto? Non lo sapevo. Era quello che mi aveva raccontato Madre Pylea. Era ciò in cui avrei dovuto credere.

    Se persino io, un uomo istruito con accesso a così tanta conoscenza, ero riuscito a riscoprire i ricordi deteriorati della mia infanzia solo dopo una visione... allora le altre persone? Vivono tutte una... falsa vita? Ma se,

    un dubbio mi attraversò la mente all'improvviso,

    la Via fosse davvero una menzogna... cosa... cosa ci guida allora?

    Questo pensiero eretico mi tenne occupato fino al tramonto.

    Non prima che il sole scomparisse quasi totalmente all'orizzonte, riconobbi ancora dei segni di vita umana sul sentiero. Come i quattro giorni prima di questo, avevo vagato attraverso pini e cipressi, senza incontrare nessun essere umano. Ma ora davanti a me si stagliava un enorme campo di grano, ed in mezzo ad esso si trovava un mulino a vento alto come una torre. La sua ruota girava lentamente col vento della sera; si percepiva nell'aria un misto di terra polverosa, muschio ed erba appena tagliata. Per un momento la rustica bellezza del paesaggio mi fece dimenticare le gambe che dolevano e la strana sensazione nel mio stomaco.

    Persone.

    Nonostante la stanchezza, accelerai il passo e giunsi presto su una strada lastricata che serpeggiava tra le colline ricoperte di grano. Dopo un po' trovai quello che stavo cercando: un rifugio. Era ormai notte fonda, e la luce arancione che si riversava dalle finestre della vecchia fattoria ricoperta d'edera prometteva riposo e protezione. Un sorriso mi illuminò il volto e sospirai di sollievo senza accorgermene. Durante le ultime notti avevo trovato rifugio in piccole caverne che la mia schiena, abituata al mio soffice letto, non aveva approvato.

    Un pasto caldo...

    improvvisamente, due cavalli al galoppo mi superarono. Di riflesso, balzai di lato, ed il fianco di uno di essi mi mancò per poco. Emisi un grido di spavento ed inciampai, mentre cercavo di rimettermi in equilibrio. Crollai tra la polvere con un tonfo smorzato.

    Per le fiamme, che cosa!?

    Guardai indignato i due cavalieri che si fermarono davanti a me. Erano entrambi molto alti ed indossavano dei robusti indumenti di pelle, proprio come cacciatori. I loro cavalli erano neri, indicandone un'origine molto costosa. Li guardai con rabbia mentre smontavano, gettando una moneta ad un ragazzo slanciato che probabilmente era lo stalliere, e scomparivano nella taverna. Anche allora odiavo la gente rozza e compiaciuta. Si erano minimamente resi conto, queste due scimmie, che mi avevano quasi travolto?

    Probabilmente no. E se l'avessero fatto, non ti avrebbero neppure guardato.

    Le mie labbra si assottigliarono.

    Dannati selvaggi.

    Ma la mia mente era troppo esausta per permettersi altri pensieri di rabbia. Perciò scrollai le spalle con rassegnazione, raccolsi il mio bastone da terra e proseguii verso la fattoria. Un odore travolgente di pane fresco riempiva l'aria, e la mia rabbia svanì. Guardai un'ultima volta l'insegna della taverna che veniva scossa dal vento.

    Il Bue Rosso.

    Era qui che stavo per trascorrere la prima notte "civilizzata" della mia nuova vita.

    Quando entrai nella taverna, udii una mescolanza piacevole di voci, rumori di boccali e fuoco scoppiettante. Il freddo abbandonò subito le mie membra e la mia bocca si lamentò, assetata. Durante la mia lunga marcia avevo mangiato solo alcuni pezzi di pane e qualche pugno d'erba dei sussurri, quindi ero affamato. La taverna era gremita di gente, il che spiegava le strade vuote. Supposi che fosse una specie di punto di ritrovo per i contadini del posto. Nella stanza c'era posto per circa trenta persone, e quasi tutte le sedie, gli sgabelli e le panche erano occupate. Le torce illuminavano la stanza e proiettavano ombre spiritiche e danzanti sui muri. Osservai le persone. Vicino all'ingresso, un uomo visibilmente stanco esaminava dettagliatamente un libro dalle immagini ingiallite dal titolo "L'Allegra Donzella aeterna". Le sue immagini ammiccanti non sembravano essere state prodotte esclusivamente per gli etnologi. Un bardo barbuto suonava il liuto su un piedistallo vergognosamente piccolo. Si stava probabilmente preparando a cantare la prossima canzone, che sarebbe stata sovrastata dal rumore. Proprio di fronte a me sedeva un uomo invidiabilmente attraente, ben vestito, che parlava con una donna la cui espressione mostrava devozione assoluta. Stimai che avesse trentacinque anni. I suoi capelli erano neri corvini, il suo volto mascolino ma tuttavia delicato, ed aveva una barba di tre giorni. Distorsi involontariamente la bocca.

    Sicuramente si tratta di uno degli snob del quartiere nobile. Uno di quelli che vanno in giro a scopare, sperperando i propri averi.

    Quando ebbi terminato il pensiero, il bellimbusto si accorse del mio sguardo. Per un istante mi fissò con i suoi occhi scintillanti e sorrise, attraente e narcisista allo stesso tempo. Poi tornò a voltarsi verso la sua ammiratrice. Gli altri ospiti erano viaggiatori e contadini di ogni sorta, uomini e donne, giovani e vecchi, alti e bassi. Mi sentivo fuori luogo, come un uomo del nord in un bazar di Qyra, estraneo ed a disagio, in mezzo alla gente rozza di cui non facevo parte.

    Mi diressi in tutta fretta verso il bancone, che era posto al di sotto di una parte più bassa del soffitto e dietro il quale erano allineati diversi barili di liquori. Stavo per parlare, quando notai le due sagome impacciate sedute sugli sgabelli.

    Le due scimmie.

    Ora avevo il tempo di osservarli. Uno di loro portava la barba lunga ed indossava due strani orecchini che gli davano l'aspetto di un bucaniere. Il suo compare era glabro, ma aveva un mento che avrebbe potuto fare a pezzi le mura di pietra di Northwind. Per un momento provai il desiderio di prendere il boccale davanti a me e versare la birra sulle loro facce. Tuttavia, l'idea svanì quando i due si accorsero di me. Senza volerlo, abbassai la testa mentre mi lanciavano uno sguardo divertito, tornando poi a rivolgere l'attenzione al loro stufato.

    Non mi hanno nemmeno riconosciuto.

    Con un cenno leggero del capo chiamai la cameriera che stava lavando i boccali dietro al bancone. Si avvicinò, mi squadrò e mi diede un'occhiata divertita. "Cosa posso portarle?" disse con voce rude.

    Almeno ha la decenza di rivolgersi a me come una persona di città.

    Cercai di non manifestare il mio tumulto interiore.

    "Un bicchiere di latte di capra, per piacere."

    Stavo cercando di apparire mascolino e sicuro di me, ma la mia voce, ruvida ed impreparata dopo quattro giorni di silenzio, era pateticamente rauca. Le reazioni non avrebbero potuto essere più forti se avessi chiesto i gioielli della corona della Regina Dorata. Mentre la cameriera si limitò a sorridere scuotendo la testa con compassione, i due selvaggi vicino a me scoppiarono in una sonora risata. "Latte di capra", ruggì uno di loro, dando una pacca sulla spalla del compagno. "Vuole un bicchiere di latte di capra!" Guardai fisso il gigante con un misto di irritazione e sfida. Probabilmente avrei potuto evitare quello che accadde in seguito quella sera, se non avessi ribattuto. Anche se mi vagavano in testa numerose risposte stizzose, quella che diedi alla fine, con le braccia incrociate sul petto, era patetica.

    "Sì, latte di capra", dissi con voce tremolante. "Avete qualche problema?" Ciò sembrò aumentare il divertimento delle due scimmie. Questa volta la loro risata fu così forte che persino il bardo barbuto smise di suonare il liuto e, come molti altri avventori, girò lo sguardo insultato ma curioso verso il bancone. Dopo che i due ebbero finito di ridere e di darsi reciprocamente pacche sulle spalle, il bucaniere mi parlò. "Per niente!" disse con un'espressione comprensiva. "E' solo che... sfortunatamente la taverna ha finito il latte di capra." Si fermò per un po' sorridendo. "Forse potresti provare alla locanda della meretrice, nei bagni pubblici di Ark." Questa volta quasi esplosero entrambi dalle risa. Sentii salire una rabbia feroce dentro di me. Da quando ero diventato un sacerdote, mai ero stato trattato in modo così sprezzante. Mai! "Lo farò, quando verrò a farti visita la prossima volta nel recinto delle scimmie."

    Mi bloccai. La risposta stizzita era uscita dalla mia bocca prima che avessi il tempo di pensare, ed ebbi la sensazione che l'atmosfera giocosa dei due cafoni fosse svanita. Con la coda dell'occhio vidi che quasi metà degli avventori seguiva la vicenda con apprensione.

    Dannato idiota. Dannato, miserabile idiota.

    Per un momento, gli occhi del bucaniere e del suo compare si strinsero fino a diventare delle fessure. Poi la visibile rabbia scomparve dai loro volti lasciando il posto ad una livida determinazione.

    "Bene, bene", iniziò finalmente con una voce ovviamente aggressiva. "Così sei un vero duro." Volevo fare un passo indietro, ma il bucaniere mi afferrò il polso con la sua forte mano destra. La sua presa era ferma e dura, e le sue dita erano rozze e piene di calli. Sentii il sudore freddo trasudare da tutto il mio corpo. Compresi che l'uomo era un selvaggio, ma era anche pericoloso. Cercai svogliatamente di sfuggire alla sua presa; una convulsione che i due uomini ignorarono completamente. "Mi... mi dispiace", balbettai disperatamente. Avevo appena finito la mia frase che il gorilla mi premette la mano sulla bocca. Diede un'occhiata al suo compare, che sogghignò anche di più. "Mi piace la gente coraggiosa. Ma tu sembri esausto per il lungo viaggio." Vidi che l'altro uomo spingeva qualcosa verso di lui sul bancone. "Che ne dici di una piccola rinfrescata?"

    Terminata l'ultima frase, rimosse la mano dalla mia bocca, prese rapidamente la ciotola e ne versò il contenuto sulla mia testa. Era lo stufato, e se il suo incontro con la mia testa fosse avvenuto pochi minuti prima, il brodo mi avrebbe probabilmente ustionato la pelle. Ciononostante, ero ricoperto di una melma calda ed appiccicosa. Ero scioccato e respiravo a fatica, così che un po' di brodo mi entrò nella trachea. Crollai a terra ansimando, mentre tossivo cercando di sputare il liquido. Il denso sugo di carne mi sgocciolava dai capelli, ed un po' mi si infilò tra gli abiti, scendendomi lungo la schiena. Udivo un ruggito di risate attorno a me. Ero sicuro che la maggior parte provenissero dal bucaniere e dal suo compare, ma ora anche alcuni di quelli che erano rimasti a guardare la scena stavano ridendo. Sentii uno spasmo allo stomaco e la vergogna crebbe dentro di me. Ero là, a terra, che sputavo tossendo lo stufato, oggetto dell'ilarità generale. Ebbi l'impulso di balzare addosso al bucaniere afferrandolo alla gola, ma la ragione lo represse immediatamente. Ero profondamente umiliato, ma non volevo morire. Perciò cercai di rialzarmi in modo controllato e con dignità, rimuovendo i pezzi di carne dagli abiti. In fondo, la mia serena indifferenza sarebbe stata una lezione adeguata per i due bestioni. Raccolsi tutto il mio coraggio sacerdotale e mi voltai verso di loro. Mi guardavano divertiti, con espressione di sfida.

    Vogliono che continui a sfidarli, pensai. Vogliono che continui a provocarli.

    Non avrei avuto la minima possibilità contro di loro in combattimento, questo era sicuro. Dopotutto, avevo esperienza di risse come un troll ne aveva di cura dei capelli.

    Limitati ad andartene, Jaél. Vattene ed ingoia il tuo maledetto orgoglio.

    Diedi un'occhiata alla folla degli avventori. La maggior parte di loro era tornata ai loro pasti od alle loro conversazioni. Solo alcuni ancora mi guardavano in attesa, e tra loro c'era il bellimbusto dai capelli neri. Nessuno sembrava disprezzare per nulla la sfrontatezza dei due uomini. Improvvisamente mi resi conto di che cosa mi aveva protetto da episodi come questo per tutta la mia vita: la mia veste sacerdotale. Era stata l'unico motivo per cui gli altri ragazzi avevano smesso di prendermi in giro dopo la mia consacrazione. E probabilmente era l'unico motivo per il quale tutti abbassavano la testa devotamente, o almeno avevano la decenza di non gettarmi addosso lo stufato quando entravo in una taverna!

    Non sei nessuno, Jaél. Senza la tua veste sacerdotale sei solo un altro uomo comune, né grosso né magro, né vecchio né giovane, né brutto né bello.

    Insignificante.

    Per un breve momento sentii il desiderio di estrarre dalla sacca la mia spilla sacerdotale, che non avevo avuto il coraggio di lasciarmi indietro. Oh, come mi avrebbero guardato, i selvaggi. Avrebbero cominciato a recitare la Preghiera della Via con gli occhi spalancati dal terrore, supplicando perdono.

    Mi rispetterebbero,

    ciò che rappresenti,

    sì, chinerebbero il capo in segno di riverenza, perché

    temono il potere del Sacro Ordine.

    Naturalmente. Mancare di riguardo ad un sacerdote della Via era un delitto capitale, e solo uno sciocco avrebbe rischiato tale pena...

    No. Rivelarmi come un sacerdote avrebbe significato non solo fare affidamento sull'autorità degli altri, ma anche ritornare alla mia falsa vita. Sentivo già il mio stomaco contrarsi in segno d'avvertimento.

    Dovevo assecondarli. Perciò trassi un profondo respiro ed ingoiai la ma bruciante vergogna. Ignorando gli sguardi di derisione dei bucanieri, feci silenziosamente cenno alla cameriera che volevo una stanza per la notte. Non avevo più nessuna voglia di mangiare, ancor meno in presenza di coloro che avevano assistito alla mia umiliazione. La cameriera annuì compassionevole ed ordinò ad un vecchio che sedeva tranquillo al bancone, e mi guardava con uno sguardo indefinibile, di mostrarmi la strada. In silenzio, seguii il vecchio fino alla stanza. Solo quando mi trovai di fronte alla porta della camera, sentii che la malvagità dei due bestioni, che tagliava come una spada nella schiena, iniziava a scemare. Diedi cinque monete al vecchio che mi porse la chiave, una candela accesa ed un panno per pulirmi, il che era probabilmente inteso come un gesto di cortesia, ma riuscì solo ad aumentare la mia vergogna. Mi voltai in silenzio, entrai nella stanza e chiusi la porta dietro di me. Poi la rabbia mi sopraffece come un'alluvione. Senza badare al letto, andai alla finestra e guardai lontano, nella pioggia. Proferii un grido soppresso, chiusi gli occhi e graffiai la mensola della finestra con entrambe le mani. Per il Guardiano Nero, ero infuriato! Naturalmente la parte razionale di me sapeva che ne ero uscito a buon mercato. In taverne più turbolente si lasciava una rissa con un braccio rotto, o peggio. Tuttavia, non volevo accettare gli eventi e fare finta di niente. Non avevano alcun rispetto questi uomini? Questo genere di feccia meritava di essere impiccata, scorticata e spellata, come briganti e predoni, preferibilmente in pubblico. La mascella ebbe uno spasmo e mi accorsi che la sensazione nel mio stomaco aveva iniziato a cambiare. La sorda sensazione d'insicurezza si era trasformata in una rabbia bruciante, in una determinazione d'acciaio.

    Non comincerò la mia nuova vita nel disonore.

    Aprii gli occhi e guardai la candela che il locandiere mi aveva lasciato. La fiamma bruciava e crepitava, ed in uno strano modo il suo fuoco rafforzò la mia determinazione. Volevo dare una lezione alle due scimmie, fosse stata l'ultima cosa che facevo nella mia vita. Ma come?

    Che cosa so fare, a parte predicare, leggere libri e miscelare erbe?

    Mi bloccai.

    Sì...

    Ero quasi felice che i due selvaggi senza rispetto mi avessero tagliato la strada, proprio qui ed ora. Un sorriso malvagio mi nacque sulle labbra, e voltai lo sguardo ancora verso la finestra. Per un breve momento mi stupii dell'uomo che mi guardava dal vetro silenzioso. I suoi occhi blu mi fissavano come di ghiaccio in fiamme, una contraddizione che sembrava naturale per lui come il fuoco del sole in un crepuscolo autunnale. Non sembrava più il sacerdote sottomesso che aveva benedetto le lavandaie solo una settimana prima. Sì, quell'uomo trasudava qualcosa come... potere. Determinazione.

    Fuoco.

    ===========​

    Le taverne... Ho letto uno scambio di commenti sotto un video in cui si sottolineava che il luogo in cui il clima generalmente "dark" del gioco diventa più lieve e rilassato sono principalmente le taverne, anche se dipende ovviamente dal tipo di canzone che viene eseguita.

    Ecco qui la tipica canzone da taverna, cantata da Lara proprio al Bue Rosso, dove è arrivato Jaél.



    Benvenuti, allegri ubriaconi

    Benvenuti, allegri ubriaconi!
    Venite e svuotate i vostri bicchieri!
    Quindici volte saranno alzati,
    quindi iniziamo a contare, senza indugio.

    Un boccale per la gioia di essere,
    due boccali per la lettura del chierico,
    tre boccali per le anime bisognose,
    che sono sempre senza soldi.

    I contadini bevono e i pastori chiacchierano,
    Annoiati a morte dal grano e dal bestiame,
    Mercanti, soldati, prostitute allo stesso modo
    Lasciate che l'alcol inzuppi la notte

    Quattro boccali alla birra del birraio
    È lui il motivo per cui siamo qui
    Cinque boccali al nostro gentile Signore
    Ci ubriacheremo in armonia

    E i nobili si uniscono al nostro bere
    Assetati dai loro pensieri elevati
    Operai, proprietari terrieri, tutti uguali
    Questa notte non ci sarà vergogna

    Benvenuti, allegri ubriaconi!
    Venite e svuotate i vostri bicchieri!
    Ma non ne avete avuto abbastanza?
    Cominciamo con le cose buone!

    Un boccale per la gioia di essere,
    due boccali per la lettura del chierico,
    tre boccali per le anime bisognose
    che sono sempre senza soldi.

    I contadini bevono e i pastori chiacchierano,
    annoiati a morte dal grano e dal bestiame,
    Mercanti, soldati, prostitute allo stesso modo
    Lasciamo che l'alcol inzuppi la notte

    Sputate qualche boccone, non importa,
    Ci godiamo l'alcol e gli schizzi
    Quando lasceremo questo posto stasera
    Nessuno sarà sobrio

    Ma questa canzone sta volgendo al termine
    Facciamo un ultimo brindisi
    Alla vita e all'ubriachezza
    Mentre concludiamo la nostra notte di baldoria



    Welcome be you, merry drunkards

    Welcome be you, merry drunkards
    Come along and drain your tumblers
    Fifteen times they will be raised
    So we start to count, apace.

    One mug for the joy of being
    Two mugs for the cleric's reading
    Three mugs for the needy souls
    Who are always out of dough.

    Farmers drink, and shepherds tattle
    Bored to death by grain and cattle,
    Merchants, soldiers, whores alike
    Let the liquor soak the night

    Four mugs to the brewer's beer
    He's the reason we are here
    Five mugs to our gracious Lord
    We'll get hammered in concord

    And the nobles join our drinking
    Thirsty from their lofty thinking
    Workers, landlords, all the same
    This night, there shall be no shame

    Welcome be you, merry drunkards
    Come along and drain your tumblers
    My, have you not had enough?
    Let us start with the good stuff

    One mug for the joy of being
    Two mugs for the cleric's reading
    Three mugs for the needy souls
    Who are always out of dough.

    Farmers drink, and shepherds tattle
    Bored to death by grain and cattle,
    Merchants, soldiers, whores alike
    Let the liquor soak the night

    Blow some chunks, it doesn't matter,
    We enjoy the booze and splatter
    When we leave this place tonight
    None shall be of sober mind

    Yet this song draws near a close
    Let us have a final toast
    Here's to life and here’s to sousing
    As we end our night’s carousing
     
    Ultima modifica: 7 Febbraio 2026
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    Il Macellaio di Ark - Volume 4: Ceneri


    Capitolo 4: Ceneri

    Dovevano essere le due di notte quando misi in azione il mio piano. Le voci dabbasso iniziarono a sfumare verso mezzanotte, ma non volevo correre rischi inutili. Uscii prudentemente dalla mia camera e guardai nel corridoio che portava alle scale. Tuttavia, ritrassi velocemente la testa quando sentii dei passi attutiti e pesanti risalire le scale. Mi chiusi la porta alle spalle e rimasi in ascolto. Una donna ed un uomo, probabilmente ubriachi a giudicare dall'incertezza dei loro passi. Poteva trattarsi di uno dei bruti? No... la sua voce era troppo brillante, troppo lieve e troppo stanca. Aspettai che superassero la mia porta e che chiudessero la loro. Quindi ritornai nel corridoio. Ora era vuoto. Silenziosamente, mi avvicinai alle scale e sbirciai di sotto. Nulla. Persino le cameriere e l'oste sembravano andati a letto; rimaneva solo l'odore tipico di grasso, alcol e sudore ad indicare la precedente presenza degli ospiti. Annuii soddisfatto come per farmi coraggio e tornai nella mia stanza. Una taverna vuota significava che persino fuori non c'era anima viva se non per una sentinella... forse un muscoloso figlio di contadino che cercava di guadagnarsi qualche moneta extra.

    Cautamente, controllai gli utensili che avevo preparato per la mia vendetta, e legai la borsa di pelle che li conteneva attorno alla vita. Quindi mi tirai il cappuccio sul volto e mi congratulai con me stesso per averlo acquistato. Aprii la finestra senza sforzo né suono, e scivolai tra le tende che avrebbero dovuto proteggere la stanza dal freddo notturno. Solo un lieve scricchiolio. Scrutai la parete. Ero pieno di gratificazione. Ero decisamente meno muscoloso e forte dei bruti, ma molto agile e flessibile. Le mie mani erano lunghe e magre, perfettamente adatte al mio scopo. Lentamente mi arrampicai fuori dalla finestra, riempito da un confortevole calore, sebbene tirasse un vento freddo. Mi sentivo come se traessi potere dall'interno. Sbirciai in basso ed osservai la situazione. Fui fortunato per due motivi: primo, l'oste mi diede una stanza al secondo piano, non al terzo... e secondo, pochi centimetri sotto di me c'era il tetto di un piccolo porticato che probabilmente serviva a riparare la sentinella dalla pioggia. Mentre discendevo, fui di nuovo fortunato: le punte dei miei stivali erano a soli pochi centimetri di distanza dal tetto. Inspirai profondamente e lasciai lo stipite della finestra. Si udì un impatto attutito, ma abbastanza rumoroso da attirare sospetti. Ora dovevo fare in fretta. Ogni secondo là fuori poteva farmi cogliere in flagrante. Silenziosamente, camminai lungo il porticato e scesi dal bordo. Una folata di vento fece sventolare il mio cappuccio, come se la natura volesse accentuare la scena.

    Le stalle in cui i bruti avevano riposto i loro cavalli si trovavano di fronte a me. La costruzione era un'estensione della taverna, e si stagliava in perfetto silenzio nel blu della notte. Come mi avvicinai, percepii i pesanti respiri dei cavalli, il rumore degli zoccoli ed il fruscio del fieno. Cautamente, sollevai il pesante chiavistello della porta. Si aprì con facilità. Potreste chiedermi perché il fatto che il cancello fosse aperto non destò alcun sospetto in me. Ero troppo consumato dall'ardente determinazione che il mio piano vendicativo aveva creato, così sgattaiolai dentro. C'erano solo cinque cavalli nella stalla, due di essi dormivano. Un ronzino grigio vicino all'ingresso mi fissò con un'aria che si potrebbe definire scettica, ma poi continuò a dedicarsi al suo fieno. Non fu molto difficile trovare le cavalcature dei miei tormentatori, neri e muscolosi com'erano. Si trovavano al fondo della stalla, in una camera separata da una fragile porta in legno. Nessuno in giro, per ora. Era giunto il momento. Con calma, mi inginocchiai vicino alla mangiatoia. Non riuscii a reprimere un senso d'invidia, osservando i cavalli da vicino. Persino un non professionista come me avrebbe capito che si trattavano di Stalloni Skaraggiani. Per un attimo, fui combattuto. Chi erano questi uomini, se potevano permettersi cavalli del genere? E cosa mi sarebbe accaduto se mi avessero ritenuto responsabile di ciò che sarebbe successo loro?

    Forse questa

    E' la prima volta che dimostri coraggio nella tua intera vita! Quei due bastardi avranno una bella lezione d'umiltà!

    Certo... la voce aveva ragione! Aveva ragione! Ritirarsi ora sarebbe stato da codardi, una vergogna con cui non potevo convivere. Giusto... quei due avrebbero avuto una bella lezione d'umiltà, e gliel'avrei data io.

    Le mie dita scivolarono dentro la borsa al mio fianco, estraendo una piccola fiala. Polvere di brillacenere. Questi funghi di solito crescono in luoghi poveri di vegetazione e rocciosi, esattamente come la scogliera su cui sorge Fogville. L'applicazione di questi funghi fu una delle prime cose che mi insegnò Madre Pylea quand'ero un novizio. Miscelando la polvere con della resina dell'albero dei sussurri si crea un composto appiccicoso che, se applicato su una ferita aperta, ne accelera notevolmente la guarigione. Dato che gli alberi dei sussurri crescono in quasi ogni area di Enderal, ad eccezione delle terre desolate di Thalgard, delle Montagne Geldirupo e dei deserti, è consigliabile portarsi sempre una fiala di polvere concentrata durante i lunghi viaggi. Questo piccolo contenitore fornisce protezione contro vari problemi, primo tra tutti le infiammazioni, a coloro che conoscono la giusta formula. Tuttavia, la polvere possiede un altro effetto sconosciuto alla gente comune: se raggiunge lo stomaco dello sfortunato di turno in alta concentrazione, scatena una reazione che a volte viene descritta come "cascata di furia". Sensazioni negative come dolore, odio e rabbia vengono amplificate enormemente. Un uomo irascibile perderebbe la pazienza molto più velocemente del solito. Una donna infelice dal cuore spezzato soffrirebbe in maniera insopportabile, sino allo sfinimento. L'effetto della polvere miscelata ad un pasto equivale a quello che uno Psionico allenato potrebbe evocare nella mente delle sue vittime. L'unica differenza è che la polvere necessita di circa sette od otto ore per avere effetto. In quel caso, tuttavia, colsi con favore questo ritardo, come potete immaginare. Secondo il mio piano, i due bruti, pieni d'arroganza ed orgoglio, monteranno sui propri stalloni, solo per poi essere disarcionati al galoppo. I cavalli probabilmente fuggiranno, lasciando i primitivi a terra pieni di notevoli lividi o fratture... all'epoca fui scioccato dalla gratificazione, dalla libidine, che quel pensiero mi donò.

    Un sorriso mi crebbe sul volto mentre aprivo la fiala ed avanzavo verso i cavalli addormentati. Non dovetti cercare molto il luogo adatto. Un secchio conteneva pappa d'avena, purea di mele ed acqua rancida, molto probabilmente un pasto a cui gli splendidi animali non erano abituati, eppure abbastanza gustoso per il loro appetito. Mi chinai di fronte al secchio, misi due piccole manciate di polvere nella mano, e la mischiai col cibo. Quindi trasportai il pasto fino ai cavalli e lo agitai davanti a loro, mormorando qualcosa per risvegliarli. Non dovetti attendere a lungo. Lentamente, il primo cavallo aprì un occhio e mi lanciò uno sguardo indescrivibile. Assonnatamente, scosse la testa come se la mia presenza fosse troppo faticosa per quell'ora tarda, abbassò le labbra e fece scorrere la testa nel secchio.

    Stava funzionando... dannazione stava funzionando!

    Il brivido che mi aveva pervaso quando entrai nelle stalle ora si mescolava con una luminosa sensazione di trionfo, e mi sentii più vivo che mai. Strano, non è vero? Eccomi qui, un giovane prete di trent'anni che gioca un tiro mancino a due bruti che l'hanno bullizzato. Tuttavia, invece di sentirmi sfacciato ed impudente, mi vedevo come l'impersonificazione stessa della giustizia, un angelo vendicatore che con le sue azioni contribuiva al progresso dell'umanità. Ebbene, le circostanze si adattano... e la prima farfalla spicca il volo, come dicevano le donne velate. Ero così consumato dalla soddisfazione che non percepivo il mondo attorno a me. Quindi sentii i pesanti passi dietro di me quando ormai era troppo tardi.

    Una pesante pacca sulla spalla. Sorpreso, girai la testa... e quello fu il mio primo errore. Ora il bucaniere riusciva a identificare il mio volto che prima era nascosto nell'oscurità. Sembrò realizzare immediatamente ciò che stavo facendo.

    "Maiale schifoso!", latrò in un misto d'esclamazione e sorpresa. Il suo alito, fetido d'alcol, fu l'ultima cosa che percepii prima che mi lanciasse il suo pungo destro sul volto, senza darmi il tempo di parlare. Udii uno schiocco secco e provai un dolore bruciante alla testa. La potenza del colpo mi fece cadere tra il fieno sparso sul pavimento. La testa mi rimbombava come se i pilastri del Tempio del Sole mi fossero crollati addosso.

    "Miserabile figlio di puttana!", sentii gridare il bucaniere. "Non ne hai avuto abbastanza?" Il dolore mi dilaniava mentre cercavo di strisciare in avanti. Istantaneamente, provai una fitta lancinante al fianco, mentre il gigante abbatteva il suo pesante stivale su di me. "Eh? Qual è il tuo problema, pezzo di merda?", urlò in preda alla furia. "Qual è il tuo dannato problema?" Seguì un altro calcio, questa volta alle costole. Le sentii spezzarsi rumorosamente, e per un momento non riuscii a respirare. Ero abbastanza sciocco da non capire che le "domande" del bucaniere non erano domande ma espressioni di rabbia, così alzai la mano e tentai di spiegare il motivo per cui fossi lì. Ne risultò che il suo stivale mi colpì in testa, e la mia faccia crollò sul duro pavimento in pietra. Sentivo il sangue caldo colarmi lungo la fronte, le guance ed il naso... divenne tutto nero. Con le mie ultime forze, mi raggomitolai in posizione fetale per sopportare al meglio la potenza dei suoi attacchi.

    Miserabile idiota,

    pensai.

    Dannato idiota! Ti sta uccidendo, dannazione, ti sta uccidendo!

    Quei pensieri mi attraversarono la mente più e più volte, mentre attendevo il prossimo calcio.

    Ma non arrivò. Ero confuso e, tra i rivoli di sangue sugli occhi, tentai di mettere a fuoco qualcosa nell'oscurità. Il gigante si era voltato ed ora si trovava in ginocchio di fronte al suo cavallo, accarezzandolo preoccupato. Le parole rassicuranti che sussurrava all'animale erano in netto contrasto con le urla brutali che accompagnavano i suoi attacchi.

    Non mi ha riconosciuto,

    pensai dolorante.

    Non mi considera una minaccia.

    Ciò che accadde dopo, e soprattutto ciò che provai, è arduo da spiegare a parole.

    Ricordo che improvvisamente toccai il fodero in pelle del mio pugnale. Avevo pensato fosse furbo tenerlo nascosto, e lo portai con me solo perché dimenticai di lasciarlo in camera. Accadde tutto più velocemente di quanto riesca a ricordare... istintivamente, brutalmente. Chiunque abbia ricevuto un colpo ben assestato sul naso sa quanto male faccia. Tuttavia, il dolore svanì in un istante, e percepii la strana sensazione allo stomaco, la sensazione che prima era determinazione ed intuizione, iniziare a trasformarsi. Se una sensazione possiede una forma, cambiò non appena ci pensai.

    Bastardo degenere,

    le parole fluivano nella mia mente.

    Prima mi umili senza ragione alcuna, davanti a tutti, ed ora

    osi

    rovinare la mia vendetta?

    La rabbia nello stomaco iniziò a scemare, e fu questione di secondi prima che il mio corpo non fu madido di sudore. Tremavo.

    Doveva pagare per questo,

    il subumano, feccia inutile che si crede al di sopra della legge solo perché ha braccia gonfie e fisico possente. Già... alcune persone non meritano un posto a questo mondo.

    Tranquillamente, ricolmo di furia, estrassi il pugnale. Il mio braccio era stranamente contorto a causa dei calci, ma ignorai il dolore, non esisteva più. C'eravamo solo io ed il mio nemico. E poi capitò. Con una forza che non pensavo possibile per le mie magre braccia, infilzai il pugnale nella schiena del bruto. Sorpreso e stordito, il gorilla sussultò e si girò. Non c'era traccia di cattiveria o derisione nei suoi occhi, ora. Invece, notai lo sconcerto, come se ciò che stava succedendo non fosse appartenuto al regno delle possibilità. Poi esplose di pura furia bestiale. Mi afferrò la gola con entrambe le mani e mi sollevò da terra come un condannato alla forca. Indifferente, il pugnale nella schiena come se fosse nato per essere lì. Sentii che cercava di soffocarmi ma, appena scrutai i suoi occhi, capii che aveva i minuti contati. Bruciò dentro di me, una forza arcaica e distruttiva, un misto di furia, euforia e trionfo mi scorreva nelle vene, nella mente... in ogni centimetro del mio corpo. Calciai con tutta la forza tra le sue gambe. Immediatamente, l'uomo emise un grido terrificante, lasciò la presa e crollò a terra. Non esitai un secondo. Rapidamente, estrassi il pugnale dalla sua schiena, per poi infilzarlo di nuovo in un punto diverso. Questa volta fece resistenza, quindi cambiai l'angolazione dell'arma e la ruotai a scatti. L'uomo ruggì... la sua voce non sembrava più umana. Debole e disorientato, tentò di lanciarsi all'indietro per sopraffarmi, ma invano.

    Osi sottrarti alla tua punizione?

    inveì la voce nella mia testa.

    Dopo tutto quello che mi hai fatto osi resistermi? Eh?!

    Lo colpii nuovamente, questa volta alla coscia. Di nuovo sbigottito, farfugliò parole incomprensibili. Questa volta non tentò di reagire. Invece, crollò in ginocchio ed iniziò a piagnucolare.

    Vuole che mi fermi!,

    gridava la mia mente, ed un folle e trionfale sorriso mi comparì sul volto.

    Questo pezzo di merda vuole pietà!

    Tuttavia, non la concessi. Invece, mi lanciai su di lui e lo misi al tappeto. Ero inginocchiato su di lui, e per un breve, strano momento, realizzai che se un estraneo ci avesse visti in quel momento, nell'ombra, ci avrebbe scambiati per una coppia amoreggiante. Una risata fuoriuscì dalla mia gola, poi un'altra, ancora più forte. Il modo in cui giaceva a terra! Il grande gigante spietato mi fissava con occhi deliranti, pieni di terrore, come un ragazzino che avesse appena ricevuto una bella suonata dal padre. Il suo cavallo non sembrava essere interessato. "Ti prego... ti prego, no!", sussurrò, mentre il sangue gli sgorgava dalla bocca.

    Ciò che accadde dopo è difficile da spiegare a parole. Prima, fui sovrastato da un'ondata di gioia demoniaca ed esplosi in una risata maniacale. Gettai la testa all'indietro e risi a pieni polmoni. Un'estatica frenesia mi pervase le ossa, le vene, il corpo intero. Per il Guardiano Nero, mi sentivo vivo! Mi sentivo come se avessi vissuto tutta la vita con un velo sugli occhi che ora era stato tolto, come se fossi sempre stato solo l'ombra di me stesso. Come un prete che ha appena ucciso un agnello sacrificale, afferrai il pugnale con entrambe le mani, lo sollevai sulla mia testa e lo spinsi nel torace del bruto. Nell'istante in cui udii il suono dell'acciaio che penetrava la carne, accadde qualcosa che cambiò la mia vita per sempre. Per un breve momento divenni l'uomo che avevo appena ucciso. In effetti, ero sia lui che me stesso allo stesso momento, per quanto paradossale possa sembrare. Prima, un'ondata di sconosciuti

    ricordi

    si rincorsero nella mia mente. Vidi il bruto, con le mani piene di sangue Skaraggiano; lo vidi in una stanza buia, afferrare un brandello di stoffa nera, piangendo; lo vidi assieme al suo amico... era suo fratello... in una grande sala di pietra, assieme ad altre persone disposte a circolo, mano per mano. Ogni visione compariva con la forza di un martello, ed ogni volta il rumore aumentava, la fiammeggiante delizia nel mio corpo si intensificava e l'ossessione che aveva controllato le mie azioni cresceva e diventava sempre più intensa.

    Alimentami,

    gridava la parte oscura di me, sempre più forte ad ogni immagine che fioriva.

    Alimentami con il suo fuoco!

    Con le mani tremanti ed il sudore che mi colava dal corpo, sfilai il pugnale dal corpo morto del gigante, solo per abbatterlo nuovamente nel suo stomaco, tre volte più forte di prima. Di nuovo un'ondata di immagini si fecero strada nella mia mente, rivelandosi a me con il ritmo di un cuore sotto adrenalina. Ogni nuova immagine aumentava la mia estasi. Emisi un suono che doveva essere un sospiro di piacere, ma uscì dalla mia bocca come un demoniaco gracidio maniacale. Per la Via, provai una tale sensazione di rapimento come mai prima.

    Sono vivo!

    pensai mentre sollevavo la lama per un altro colpo.

    Sono vivo e GIUDICO!

    La lama affondò nuovamente, bucando la carne senza vita che giaceva sotto di me. Ricordi. Estasi. La sua rossa linfa vitale era sul mio volto, calda ed appiccicosa, ma non mi interessava, no, non mi interessava nient'altro che

    giudicare, uccidere, punire! Per i suoi peccati, pugnalata dopo pugnalata,

    ricordo dopo ricordo, finché nulla rimarrà di lui, nient'altro che fredde CENERI!!

    Anche ora, quasi un anno dopo, sento i palmi delle mani inumidirsi ed il respiro accelerare quando ripenso a quella notte; l'inchiostro diventa più spesso e la penna si spezza. Ma non potete capire le sensazioni di un essere dannato da un punto di vista razionale; esistono molte ragioni. La prima è che molto probabilmente provate disgusto nei miei confronti. Avete ragione, dato che descrivo azioni barbariche in maniera quasi celebrativa. Tuttavia, è l'unico modo per spiegare i miei pensieri, almeno in parte. La seconda ragione, collegata alla prima, è anche la più importante:

    Ci sono cose che puoi realmente comprendere solo se le provi in prima persona. Tra esse si annovera il sesso, l'estasi del dolore durante una battaglia mortale e, nondimeno, la fine stessa della vita, la morte. Quanto potremmo disquisire sull'ultima, creando modelli esplicativi sulla sua natura... basandoci sulla Via, sui canti del monaci di Arazeal o sugli scritti dei filosofi, eppure alla fine non farà alcuna differenza, la comprenderemo veramente solo nel momento in cui la affronteremo in prima persona.

    L'estasi che mi pervase il corpo, come la Morte Blu si appropria della mente di un mago selvaggio, era tutte queste cose e nessuna di esse. Era fuoco. Mi riempiva ed ardeva in ogni parte del mio corpo. Sentivo gli arti ribollire ed il cuore battere follemente nel mio petto. Ciò che feci mi sembrò morbosamente meraviglioso, nobile... persino stimolante e, in modo perverso, sessuale. Non pensai per un solo secondo che fosse sbagliato, no, non esistevano giusto o sbagliato, c'eravamo solo io e la forza trainante dentro di me, originata da qualche luogo distante da déi, demoni e leggi naturali. Ero la giustizia, la mia volontà era la mia spada, e l'uomo il colpevole. Non c'era null'altro. Tutti i miei movimenti erano istintivi, arcaici, puri. Ciò che feci non fu altro che una conseguenza di intricate circostanze. Proprio come un lupo che dilania un agnello, feci solo ciò che io, il figlio di Jaél Tanner, dovevo fare in quel momento.

    Almeno finché il fuoco non si spense.

    Quanto tempo era passato? Il gallo non aveva ancora cantato, ma qualche uccello già cantava nella fitta foresta ai margini dei campi di grano. Uno dei cavalli stava ancora dormendo, sfidando i rumori. L'altro continuava a strisciare gli zoccoli sul pavimento ricoperto di fieno, impaziente. Non avevo mosso un muscolo dall'ultima pugnalata. L'uomo che qualche ora fa mi aveva deriso, ora giaceva sotto di me, malconcio e sfigurato... il sangue scuro sulle mie mani iniziava a seccarsi. Immobile come una bambola di cera, sul mio lavoro. Ad un certo punto provai qualcosa come uno "zenit". Come dicevo prima, mi sentivo sempre più ardente ed estasiato ad ogni colpo. Le fiamme dentro di me crescevano, ancora ed ancora. Dopodiché percepii un enorme pilastro di fiamme infernali esplodere dallo stomaco, verso gli occhi... caldo, ustionante.

    Subito dopo, la ragione iniziò a riaffiorare. Meno davo importanza alle voci nella mia testa, più ritornavo ad essere il figlio di Jaél Tanner, nato a Fogville, un prete Senzaruolo... ed un assassino. Realizzai ciò che avevo fatto, ma come un guerriero dopo una battaglia snervante, la mia mente ed il mio corpo erano troppo deboli, e non riuscivo a ragionare. Quindi lasciai il pugnale, piegai la testa all'indietro, chiusi gli occhi ed ascoltai il silenzio. Trascorsero dieci minuti. Quindici. Mezz'ora. Solo quando udii dei passi avvicinarsi alla stalla mi ripresi dal rigore, ma non riuscii a reagire.

    Un bravo bambino ripulisce sempre bene il piatto,

    mi balenò improvvisamente nella mente. Lentamente voltai lo sguardo. Era l'amico del bucaniere.

    Per un breve istante il fuoco ricominciò a bruciare dentro di me, e sorrisi all'uomo che fissava incredulo la carneficina. Quindi scomparì, troppo stanco, troppo debole, sazio. La mano del bruto iniziò ad avvicinarsi alla spada, lentamente.

    Improvvisamente crollò a terra, emettendo un verso soffocato. Sbattei le palpebre, troppo indolente per comprendere cosa fosse capitato. Una figura scura, velata dalle ombre, era in piedi come una statua dietro al corpo collassato. Iniziò ad avvicinarsi. La luce argentea della luna, ormai quasi celata dal sole, illuminò il volto della figura.

    Era il dongiovanni.

    Si fermò a qualche passo da me ed alzò le mani ai fianchi. Sembrava un portuale che esaminava il carico che avrebbe dovuto trasportare dalla nave al magazzino. Quindi sorrise, sornione, acuto e sprezzante.

    "Ce l'hai davvero", disse con voce profonda, affascinato.

    "Cosa?"

    Rise.

    "Beh, cosa?!" Fece una pausa mentre pareva mi guardasse attraverso. Poi i suoi occhi incontrarono nuovamente i miei, e percepii in lui un curioso cambiamento che non fui in grado di comprendere, al momento.

    "Il fuoco."




    La canzone dei Maghi Selvaggi

    Mani tremanti e occhi deliranti,
    Voci fragili e menti maniacali,
    Vagano per la terra seminando terrore e sgomento!

    Mura di fuoco e frecce di ghiaccio,
    Prima che tu possa battere ciglio, ti hanno già ucciso due volte!
    La morte è la loro compagna e la rovina è la loro gioia!

    La luce di Malphas non ha mai illuminato i loro volti.
    La febbre degli Arcanisti ha offuscato le loro menti tormentate.
    Maghi, selvaggi e liberi,
    Stregoni malvagi e ribelli!
    Se puntano il dito contro di te,
    Presto anche tu impazzirai!

    Si nascondono tra rovine e caverne,
    evitando la luce del sole, lo splendore del giorno,
    pronunciando maledizioni e incantesimi nella notte.

    Non saprai mai cosa si nasconde sotto il loro travestimento.
    Sono maestri della paura, dell'illusione e delle menzogne.
    Non avrai la possibilità di dire la tua ultima preghiera!

    La luce di Malphas non ha mai illuminato i loro volti.
    La febbre degli Arcanisti ha offuscato le loro menti tormentate.
    Maghi, selvaggi e liberi,
    Stregoni malvagi e ribelli!
    Se puntano il dito contro di te,
    Presto anche tu impazzirai!

    Se il fuoco magico divampa nella tua testa,
    Il tuo spirito è pieno di frenesia e terrore,
    Non aspettare, o presto ogni aiuto sarà vano!

    Devi intraprendere il Viaggio verso l'Acqua,
    Altrimenti la febbre deformerà il tuo corpo,
    E finirai per diventare un mostro orribile: la spaventosa Morte Blu!

    La luce di Malphas non ha mai illuminato i loro volti.
    La febbre degli Arcanisti ha offuscato le loro menti tormentate.
    Maghi, selvaggi e liberi,
    Stregoni malvagi e ribelli!
    Se ti puntano il dito contro,
    Presto anche tu impazzirai!


    The Song of the Wild Mages

    Shivering hands and delirious eyes,
    Brittle voices and manic minds,
    They roam across the land spreading terror and dismay!

    Walls of fire and arrows of ice,
    Before you can blink, they have slaughtered you twice!
    Death is their companion, and doom is their delight!

    Malphas's light has never shone on their face.
    The Arcanists' Fever has clouded their troubled brains.
    Mages, wild and free,
    Wicked, wayward wizards!
    If they're pointing their fingers at you,
    You'll soon be crazy, too!

    In ruins and caverns, they hide away,
    Avoiding the sunlight, the brightness of day,
    Uttering curses and hexes into the night.

    You'll never know what's beneath their disguise.
    They're masters of fear, illusion, and lies.
    You won't have a chance to say your final prayer!

    Malphas's light has never shone on their face.
    The Arcanists' Fever has clouded their troubled brains.
    Mages, wild and free,
    Wicked, wayward wizards!
    If they're pointing their fingers at you,
    You'll soon be crazy, too!

    If the magical fire flares up in your head,
    Your spirit is filled with frenzy and dread,
    Don't wait, or soon, all help will all be in vain!

    The Journey to the Water you must take,
    Or else, the fever will deform your shape,
    And you'll end up as a hideous monster—the frightful Blue Death!

    Malphas's light has never shone on their face.
    The Arcanists' Fever has clouded their troubled brains.
    Mages, wild and free,
    Wicked, wayward wizards!
    If they're pointing their fingers at you,
    You'll soon be crazy, too!
     
    Ultima modifica: 7 Febbraio 2026
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    Il Macellaio di Ark - Volume 5: Qalian


    Capitolo 5: Qalian

    L'uomo di fronte a me mi superava in altezza di metà testa. Il suo fisico era atletico, ma non massiccio, i suoi occhi neri e lucenti. Eppure fu il suo sorriso a cogliere il mio sguardo. Era strano e peculiare, e mi fece credere che nulla poteva impressionare quell'uomo. Non era né ingenuo come quello di un bambino, né cinico come quello di un vecchio che ha visto troppo.

    Stavamo lì, e sembravamo entrambi assurdi: io, un uomo magro e brutto, in ginocchio sul corpo di un gigante, le mani piene di sangue, il volto apatico, la mia arma a qualche centimetro dai miei piedi. Lui, alto, bello, in abiti eleganti, a braccia incrociate, osservandomi incuriosito.

    Improvvisamente scoppiai a ridere. Lanciai la testa all'indietro e risi, a pieni polmoni, la risata di un uomo talmente sopraffatto dalla situazione in cui si era ritrovato che il cervello non gli aveva lasciato altra scelta. Tentai di rialzarmi mentre le mie mani scivolavano sulla pozza di sangue. Caddi sul cadavere, percependo il calore del corpo.

    Non hai mangiato, sentii nella testa. Cattivo Jaél!

    Invece di riportarmi alla realtà, quell'assurdo pensiero alimentò ulteriormente la mia risata. Mi rotolai sulla schiena, tenendomi la pancia in cerca d'aria. L'uomo, il cui nome mi era ancora sconosciuto, reagì in maniera ugualmente strana. Prima si strofinò il mento con l'indice ed il pollice ed alzò le sopracciglia. Sembrava un contadino la cui pecora saltellava senza sosta come se fosse stata morsa dal Guardiano Nero. Poi, iniziò a ridere anch'esso. Per me e la mia mente confusa la situazione divenne ancora più assurda. Mi mancava l'aria mentre la mia risata cresceva sempre più, finché i polmoni quasi non ressero più. Poi, mentre calde lacrime mi scendevano sulle guance, udii un suono attutito. La mia vista si annerì e persi conoscenza.

    ~

    Mi svegliai con un sapore metallico in bocca. Avevo le palpebre pesanti ed incollate... la vista era annebbiata quando le aprii.

    Mi ritrovai in una foresta, sotto ad una piccola altura circondata di pini scuri. Attorno al riparo, la pioggia scrosciava. Solo il fuoco che scoppiettava poco distante mi impediva di sentire il freddo. Tentai di spostare lo sguardo, così da osservare l'ambiente circostante, ma un dolore lancinante esplose nella mia nuca. Sussultai ed istintivamente strinsi labbra e palpebre.

    "Buonasera", sentii improvvisamente esclamare una voce vicina.

    Ero spaventato e tentai nuovamente di voltare lo sguardo, solo per essere punito da un dolore ancor più fitto. Questa volta, mi sfuggì un breve grido. La voce al mio fianco reagì con una risata. Quindi udii qualcuno alzarsi ed avvicinarsi a me. Vidi un paio di stivali, e qualcuno che si inginocchiava al mio fianco.

    Era il dongiovanni. Portava i lunghi capelli raccolti in uno chignon; sarebbe sembrato un monaco Arazealano, se non fosse stato per gli abiti eleganti.

    "Mi spiace per il bernoccolo", disse sorridendo in segno di scusa, "Devo aver esagerato un po'."

    Guardai confuso l'uomo. I ricordi del giorno precedente erano flebili e remoti. La taverna... l'umiliazione dei due bruti. Il desiderio di vendetta... la stalla.

    L'intuizione mi colpì come un fulmine che cade su un albero in una radura.

    L'ho ucciso. Massacrato.

    Premetti le mani sulla bocca e mi misi a tremare. Ogni dettaglio della notte precedente mi travolse come un martello. Come il bruto mi aveva colto sul fatto e mi aveva sbattuto a terra. Il dolore mentre mi colpiva ripetutamente con i suoi stivali. La furia crescente. Il suono violento del pugnale che penetrava la sua schiena. Il suo volto sconcertato, la sua silenziosa richiesta di pietà. La mia frenesia, la mia soddisfazione, la mia estasi che cresceva ad ogni pugnalata.

    Senza alcun preavviso, mi vomitai addosso. Tossii e mi strozzai, e percepii le lacrime salirmi agli occhi.

    Massacrato. L'hai massacrato!

    mi rimbalzava nella testa, ancora ed ancora. Ero così preso dai miei pensieri che scordai completamente l'esistenza dell'uomo di fronte a me. Infine, ricordai l'attimo in cui persi conoscenza, e lo fissai incredulo.

    Non si era mosso di un passo, ed era ancora inginocchiato di fronte a me. Le sue labbra sorridevano, ma i suoi occhi erano seri, quasi devoti. Cosa significava? Mi aveva tramortito? Sicuramente... e poi mi ha portato qui.

    Ma... perché?

    Come se mi avesse letto la domanda negli occhi, iniziò a muoversi. Scosse la testa ed indicò una piccola borsa vicino a me. Lo guardai con incertezza, ed il suo sorriso si allargò.

    "Cosa c'è? Mi guardi come se fossi il fantasma di Dal'Thalgard."

    Percepii la tensione affievolirsi un poco. Eppure, non riuscivo a proferire verbo, al che l'uomo contrasse le labbra.

    "Dai un'occhiata dentro la tua borsa... a meno che non ti trovi a tuo agio ricoperto di vomito."

    Solo in quel momento seguii esitante il suo suggerimento, e trovai un grande pezzo di stoffa ricamato in blu e bianco. Lo guardai di nuovo, come un bambino che riceve qualcosa di mai visto prima.

    Alzò le sopracciglia, scetticamente, e realizzai che il mio comportamento poteva sembrargli strano.

    Sembra davvero strano? Dopotutto, mi ha portato lui qui. E lui sa ciò che è successo.

    Con riluttanza, incrociai le gambe ed iniziai a rimuovere dalla mia tunica i resti della Resina d'Albero del Sussurro che avevo consumato il giorno prima.

    L'uomo osservava attentamente ogni mio gesto. Quindi si alzò e si voltò verso le fiamme. Notai che c'era qualcosa che cuoceva sul fuoco.

    Bevi.

    La bile rese la mia bocca spiacevolmente amara, e la mia gola era secca come le dune del deserto. Per un attimo sentii la fame, ma i ricordi del giorno prima la fecero scomparire in un lampo. L'uomo estrasse qualcosa dal bollitore, ed un vento leggero portò alle mie narici l'odore di menta e miele. Quindi di voltò verso di me, con una tazza fumante per mano. Me ne diede una e si sedette su un ceppo.

    "Solo la prima volta è così brutta."

    Trasalii. "Scusami...?"

    "Sono sicuro che capisci."

    Per un istante il suo sguardo si allontanò. Quindi scosse la testa, quasi irriconoscibile, e si voltò di nuovo. "Ma dove ho lasciato le buone maniere?" Si batté il pugno contro il petto, un saluto militare che mi sembrò inappropriato per quel genere di persona.

    "Io sono Qalian." Mi fissò in attesa, e quando non risposi, aggiunse: "E tu?"

    Inizialmente fui tentato di dargli un nome falso, ma poi decisi il contrario.

    "Jaél. Figlio di Jaél Tanner."

    L'uomo si tolse un guanto, si avvicinò, e mi strinse la mano. La sua stretta era calda e sicura.

    "Quindi, Jaél. Molto piacere di conoscerti." Sorrise e mi fissò dritto negli occhi senza sbattere le palpebre. Provai un'ondata di venerazione lungo la spina dorsale.

    Che portamento.

    Ricordai la donna che sedeva al suo fianco la sera prima. Ora capivo perché lo guardasse con tale devozione.

    Nervosamente, chinai il capo. Per un momento invidiati l'aspetto di Qalian, il suo comportamento e le sue maniere. Nonostante le migliaia di domande che mi frullavano nella testa, non potevo fare a meno di apprezzare lo straniero. Ero sicuro di non essere la prima persona a provare quest'esperienza. Irradiava una tale aura d'avventura che sembrava abbastanza potente da poter sfidare il fato stesso.

    Qalian ritirò la mano e bevve un sorso di tè.

    "Beh. Da dove iniziamo?"

    Lo guardai impotente.

    "Iniziamo... cosa?"

    "Le domande, naturalmente", sorrise. "Non dirmi che non ne hai."

    Mi guardò apprensivamente. "O magari inizio io. Da dove vieni, Jaél? Non sembri un uomo di mondo."

    "Vengo.... da un piccolo villaggio", risposi cautamente. Quando Qalian sollevò le sopracciglia, aggiunsi "Fogville".

    "Fogville... non un posto molto eccitante."

    Ora ero io a sollevare le sopracciglia. "Conosci Fogville?"

    Qalian fece un gesto sbrigativo con la mano. "Mi fermai lì una volta durante una... missione. Avete una taverna accogliente." Sorrise. "E qualche bella donna."

    "...sì, certo."

    In nome di Malphas, cosa vuole questo tizio da me? Ieri mi ha colto in flagrante.

    Lui sa.

    Ed ora chiacchieriamo come due cacciatori davanti a due boccali di birra. Decisi di farmi avanti, non per coraggio od audacia, ma perché non potevo più sopportare le cose non dette.

    "Ascolta... Qalian." Percepii un groppo in gola e velocemente bevvi un sorso di tè. Era così caldo che mi chiesi come facesse a berlo senza bruciarsi le labbra.

    "Come sono finito qui?"

    Qalian sorrise indulgente. "Ti ci ho portato io." Sembrò non notare lo sguardo irritato sul mio volto ed aggiunse: "...dopo averti messo al tappeto. Diciamo che... hai avuto qualche problema nell'affrontare la situazione."

    Ci fu un attimo di silenzio. "Mi sono occupato io dei corpi."

    Le parole mi colpirono come un martello, e sentii di nuovo la bile farsi strada lungo la gola. Questa volta, però, riuscii a sopprimere il conato. Ne risultò un terribile sapore bocca. Tossii e fissai l'uomo con occhi increduli.

    Parla come se fosse tutto perfettamente normale.

    Ma non lo è, dannazione! Ho commesso un crimine, e ciò che è peggio è la modalità con cui l'ho fatto.

    Sono un mostro! Un maledetto mostro!

    Come se mi avesse letto nella mente, si chinò un po' in avanti.

    "So cosa pensi, Jaél. Ti senti colpevole, non è vero? Ti senti un mostro, o roba del genere?"

    Lo guardai in ansia. Quindi distolsi lo sguardo, cosa che sembrò interpretare come un'approvazione.

    "Dimentica queste sciocchezze. Hai fatto la cosa giusta."

    Una triste risata mi sfuggì di bocca. "La cosa giusta?"

    "Sì. Ma aspetta." Si strofinò il mento con le dita e guardò nel fuoco.

    "Lascia che ti racconti una storia. Poi capirai."

    Annuii, superfluamente, dato che aveva già iniziato.

    "C'era una volta una famiglia. Cinque persone. Una donna, i suoi due mariti, e due figli." Sembrò notare la mia fronte corrugata. "E provenivano da Qyra. Perché a Qyra vivono in maniera diversa, sai? Non esistono solo coppie, ma anche persone che vivono in grandi famiglie, chiamate circoli. Comunque..." fece una breve pausa per un sorso di tè. "...questa famiglia non era fortunata. Uno dei mariti, di nome Keshan, aveva appena perso il lavoro in una piantagione di canna da zucchero vicina ad Al-Rashim, la capitale. La moglie, che lavorava come tessitrice per un ricco mercante, perse anche lei il lavoro a causa dei problemi finanziari del padrone. In tutta Al-Rashim la situazione era problematica. Le strade erano pericolose, il morbo mangia-carne stava dilagando, e non era un bel periodo per chi viveva in un circolo con due bambini e senza monete. Così decisero di cercare fortuna altrove."

    I suoi occhi si smarrirono. "Verso un nuovo mondo, una nuova vita. E quindi" ...si voltò nuovamente verso di me... "spesero i loro ultimi risparmi per un viaggio verso Enderal. Tuttavia, quando arrivarono ad Ark, realizzarono che la vita, lì, non era come l'avevano immaginata. Persino nel Quartiere Straniero i prezzi erano troppo alti per loro, e nessuno di loro, tranne uno dei mariti, parlava enderaleano. Quindi, si trasferirono nella Città Sotterranea."

    Per un attimo, pensai di scorgere della malinconia nei suo occhi ambrati. "Conosci la Città Sotterranea, Jaél?"

    "Io... sì, ne ho sentito parlare."

    Annuì. "Bene. Quindi saprai che non è un bel posto per le famiglie. I vicoli sono pericolosi. Ricatti ed omicidi sono all'ordine del giorno. E' una baraccopoli, e la cosa più cinica è che la caverna in cui si trova è direttamente al di sotto del Quartiere Nobiliare di Ark, nel quale i ricchi tengono balli in maschera e filosofeggiano su morale ed etica." Durante l'ultima parte della frase, la rabbia balenò negli occhi di Qalian. Rimase lì per un attimo, quindi scomparì com'era venuta.

    "Comunque, la piccola famiglia si trasferì in una delle baracche, in un vicolo chiamato Strada del Canale. Un nome azzeccato, in quanto puzzolente, buia e stretta. Sebbene non fosse il nuovo inizio che essi immaginavano, i tre genitori non si scoraggiarono. Conoscevano gli ostacoli ed erano determinati a superarli.

    "Oltretutto, la loro fede in Irlanda li rinvigoriva. Nella loro minuscola casa, che consisteva in una sola stanza divisa da stoffa appesa, eressero un santuario. Ogni sera pregavano la loro déa, e traevano forza e coraggio da essa. In effetti... le cose sembrarono mettersi meglio quando Keshan fu assunto in una fattoria fuori dalle mura della città. Ora, potresti non comprendere quanto insolito sia tutto ciò. Ma permettimi di dire che è più probabile che un Vatyr impari a leggere e scrivere, piuttosto che qualcuno della Città Sotterranea, nonché uno con la pelle scura, trovi un lavoro onesto e decente da un fattore nelle Terre Centrali.

    "Keshan ne era consapevole; lui e la sua famiglia avevano capito presto che c'era gente che li odiava solo per le loro origini. E non era solo gente della Città Superiore. Persino i loro stessi vicini gli gridavano 'scopa-in-cerchio' o 'carboncini' lungo le strade. Perché il mondo è così, amico mio. La gente è spaventata da ciò che non conosce... famiglie con più genitori, aeterna, persone dalla pelle nera. Tutte le cose estranee per loro sono pericolose."

    "Eppure Keshan non si perse d'animo. Ogni mattina si alzava, molto prima del canto del gallo, e percorreva l'ardua strada verso la fattoria in cui lavorava. Ritornava molto dopo il tramonto. Il lavoro era duro, ma era grato dell'opportunità di poter dare alla sua famiglia, specialmente ai figli, una vita migliore."

    Qalian si fermò, afferrò un ciocco di legno e lo gettò nel fuoco. Quindi continuò.

    "Ma naturalmente le cose cambiarono. Tra tutti i nobili che vivono ad Ark, c'è una... beh, una 'fazione'. Si fanno chiamare la Cittadella e si definiscono 'bastioni' dei valori tradizionali, come dicono loro.

    "Ad un certo punto, vennero a sentire dell'uomo color carbone che rubava il posto di lavoro a qualche onesto enderaleano. I membri della Cittadella sapevano ciò che dovevano fare. Una notte, mentre Keshan faceva ritorno a casa nella Strada del Canale, sentì che c'era qualcosa che non andava. Non riusciva a capire cosa fosse, diciamo che si trattava di una specie di sesto senso, come una madre che percepisce quando succede qualcosa di male a suo figlio.

    "Quello che stava accadendo, lo capì solo quando entrò a casa. Erano tutti morti. Entrambi i bambini, Lilyea e Garral. Suo marito, Jashek. E sua moglie, Zamira. Trovò i figli in un angolo, accucciati assieme ed avvolti di stracci insanguinati. Avevano tagliato la gola di Lilyea e l'arteria femorale di Garral'. Sembrava che Jashek avesse reagito, dato che fu pugnalato diverse volte allo stomaco prima di venire decapitato. Zamira giaceva prona sul tavolo, ed il sangue tra le sue cosce era una chiara evidenza su cosa le era stato fatto prima di ucciderla. Appena prima che Keshan potesse gridare di dolore, provò un dolore bruciante alla schiena e cadde a terra, morto."

    Qalian narrò l'ultima parte del racconto senza sbattere le palpebre. Scioccato e senza parole, lo guardai. Incrociò il mio sguardo senza battere ciglio.

    "Dimmi, Jaél, cosa ne pensi della mia storia? Ti piace?"

    "E'... vera?", domandai, in mancanza di una risposta migliore.

    "Sì, è vera."

    Guardai Qalian, in cerca di consiglio.

    Che diamine si aspetta da me?

    "E' terribile."

    Qalian annuì. "Esattamente. E se ti dicessi che i due uomini che abbiamo ucciso ieri facevano parte della Cittadella?"

    Ero pietrificato. "Scusami?"

    "Le due scimmie che ora giacciono morte sul fondo dello stagno." Non notai che pronunciò esattamente la stessa parola che io utilizzavo per definirli nei miei pensieri. "Erano membri della Cittadella. Ed hanno assassinato la famiglia qyraniana. Tutto per il bene superiore, naturalmente." Di nuovo, fredda rabbia nei suoi occhi.

    "Non capisco", risposi, sebbene capissi.

    Qalian strinse lo sguardo a fessura. "Oh sì, invece. Salbor ed Adreyu Mithal. Sono figli di un ricco signore che vive nel nord di Enderal, e sono assassini."

    Per un breve, irrazionale momento, fui inondato dal trionfo.

    Meritavano di morire!

    Gli angoli della bocca mi si sollevarono. Ma quindi le immagini mi balenarono nella mente ed i terribili ricordi tornarono. I ricordi della gioia che avevo provato mentre pugnalavo l'uomo, mentre lo massacravo.

    Il sangue...

    "Ma non ero consapevole. Anche se..." bloccai la frase a metà ed abbassai lo sguardo. In che modo potrei spiegare come mi sentivo? Per un attimo calò il silenzio. Solo quando stavo per fare una domanda, Qalian fece qualcosa di inaspettato. Prima che potessi accorgermene, si mise di fronte a me, a pochi centimetri dal mio volto. Mi sarei tirato indietro, ma qualcosa nello sguardo di Qalian mi paralizzò. Non riuscivo a muovermi, rigido come una statua di cera. Per un istante non fui in grado di accorgermi del suo cambiamento, ma poi realizzai.

    I suoi occhi erano in fiamme. Inizialmente pensai fosse il riflesso del falò, ma quando vidi il fuoco bruciare alle spalle di Qalian, capii che i suoi occhi avevano effettivamente cambiato colore. Sembravano braci ardenti, come lo stoppino di una candela prima che venisse del tutto consumato dalle fiamme. I suoi tratti avevano perduto la giovialità che possedevano nei passati trenta minuti.

    Quindi iniziò a parlare, lentamente, ma chiaramente. Il tono della sua voce mi fece rabbrividire.

    "Quella feccia meritava di morire, Jaél. Erano corrotti."

    Pronunciò l'ultima parola immobile. "Mi trovavo al Bue Rosso perché ero stato scelto per assassinarli. Mi hai battuto sul tempo, ed hai fatto un favore a me ed al mondo."

    Non so dove presi la forza per rispondere, ma lo feci, anche se le mie parole furono un sussurro, come una confessione sul letto di morte. "Ma mi è piaciuto."

    Il disgusto comparve nuovamente. Una timida paura, il fardello di un uomo che sapeva di aver fatto qualcosa di orribile. Le spalle mi si afflosciarono e chinai la testa come se stessi confessando l'estasi dell'omicidio a Malphas, e non a Qalian.

    Ma Qalian non mi permise di cadere sopraffatto. Posò la sua mano destra sulla mia spalla, e con la sinistra mi sollevò la testa per guardarmi negli occhi. Quindi parlò, lentamente e chiaramente.

    "Lo so, Jaél. E sai perché?"

    Non mi diede il tempo di rispondere.

    "Perché sentivi ciò che avevano fatto. Percepivi i loro crimini e la loro colpevolezza, e l'estasi è stata la ricompensa per il tuo coraggio." Fece una pausa. "Era il nettare dei loro peccati."

    Quindi, in un breve, fugace momento, era finita. Il bagliore negli occhi di Qalian scomparve. Si sedette, ed il suo sguardo mi fece domandare se la mia mente mia avesse giocato uno scherzo. Rimase in silenzio.

    Dopo qualche minuto, porsi la domanda cruciale, senza nemmeno sapere ciò che volessi davvero chiedere.

    "Perché?"

    Ma Qalian capì.

    "Perché sei speciale. E perché il sangue che ti scorre nelle vene è uguale al mio... ed a quello dei nostri fratelli e sorelle."

    Lo fissai sconcertato. La mia capacità mentale era esausta.

    Fratelli e sorelle?

    Non riuscivo a proseguire... le mie palpebre erano piombo e le membra deboli e fiacche.

    Qalian sembrò notarlo.

    "Ci aspetta un lungo viaggio. Ti spiegherò tutto ciò che devi sapere, ma ora vai a dormire." Il bagliore nei suoi occhi tornò per un attimo. "Il crepuscolo si avvicina."

    ~

    La mattina seguente ci incamminammo verso Ark.

    Vi chiederete perché abbia seguito quello strano uomo, e non potrei rispondere chiaramente a questa domanda. Sicuramente molte cose sarebbero andate diversamente se fossi fuggito tra la bruma mattutina, ma ero esausto e non avrei potuto andarmene. Un'altra ragione per restare fu che ogni cosa che mi era accaduta nella settimana precedente mi sembrava bizzarramente familiare. Probabilmente non sarei fuggito comunque, dato che le parole di Qalian avevano su di me un effetto ipnotico che non ero in grado di spiegarmi.

    Il nettare dei loro peccati.

    Migliaia di domande mi giravano per la testa. Tuttavia, la consapevolezza che l'omicidio che avevo commesso fu

    un'azione buona e giusta,

    servì come appiglio per la mia mente afflitta. Era una strana sensazione aver ucciso un uomo. Giovani soldati e guardie sognano onore e gloria. Quando immaginano di trafiggere il petto di un uomo malvagio con la spada, credono dia una sensazione sublime. Anche se per me l'esperienza fu in effetti sublime, il seguito non lo fu. Il mio stato oscillava tra paralisi emozionale e fulminanti epifanie che mi riempivano di sensi di colpa e disgusto; mi sovrastavano come le inondazioni autunnali sulle coste di Myar. In quei momenti, uno si chiede

    se l'omicidio può essere in qualche modo giustificato.

    Più spesso uccidi, tuttavia, meno dubbi hai. La freddezza cresce finché il togliere una vita diviene banale.

    A quei tempi, però, questo modo di pensare non mi era familiare. Quando, al tramonto, Qalian mi offrì una tazza di zuppa d'avena e bacche selvatiche, fui sovrastato dalla nausea prima ancora di mangiarne un cucchiaio. Notai forse un accenno di colpevolezza nei suoi occhi? O si trattava di divertimento? Non saprei.

    Mentre smontavamo il campo, gli chiesi nuovamente il significato delle azioni del giorno prima. Lui scosse la testa e mi disse che il significato del "fuoco" non può essere spiegato solo conversando, come non puoi imparare a nuotare leggendo trattati sulla consistenza dell'acqua.

    E così noi, diversi come il giorno e la notte, ci dirigemmo verso la leggendaria capitale. Lui ben vestito, affascinante e sempre sorridente. Io in abiti consunti, il naso aquilino e l'aspetto di un uomo che non aveva idea di ciò che gli era capitato. I primi due giorni di viaggi furono terribili. Mangiavo a malapena, e per la maggior parte del tempo continuavo a vedermi le mani insanguinate, o sentivo urla di morte tra i cinguettii degli uccelli. Persino il silenzio non riusciva a calmarmi.

    Ti prego, no.

    Ma il terzo giorno iniziai a star meglio e, per la prima volta da quando incontrai Qalian, non mi sentii nauseato ad ogni pausa e lasciavo vagare i pensieri. Naturalmente il mio stato mentale era ben lungi dall'essere felice ma, in uno strano modo, stavo meglio di quando partii da Fogville. C'era una semplicissima ragione per questo: la paura era scomparsa dal mio stomaco. O meglio: sentii di averla calmata, come un animale selvatico che ha appena mangiato e che è consapevole di avere altro cibo.

    Sono sulla strada giusta.

    Come suonavano strane queste parole nella mia mente. Eppure mi sentivo bene. Come se avessi intravisto una luce all'orizzonte, una luce che avrei dovuto seguire per tutta la vita.

    Anche il mio senso di colpa iniziava a scemare. Sebbene non avessi modo di verificare il racconto di Qalian, sapevo che era reale. I volti arroganti, le voci spregevoli... quei due uomini dovevano essere

    malvagi.

    Corrotti.

    E ci sarebbero state altre vittime dopo la famiglia di Keshan.

    Più tempo passavo a pensare a queste cose, più veritiere mi apparivano.

    Mentre camminavamo, Qalian mi raccontava un sacco di altre cose. Molte di queste erano storie del suo passato. Ora sapevo che veniva da Nehrim, un fatto che spiegò il suo accento. Era cresciuto a Cahbaet, la capitale del Regno del Nord. Proprio come il Regno Centrale, era dominato dal Cancelliere Barateon, ma Qalian percepì l'imminenza di una guerra civile tra i separatisti settentrionali ed il cancelliere, che si sarebbe combattuta da lì a dieci anni. Si trasferì ad Enderal per molte ragioni, ma con uno sguardo riluttante mi fece capire che non ero ancora pronto a conoscere quei capitoli del suo passato.

    Dopo una settimana di cammino arrivammo ad Ark.

    Non voglio sprecare inchiostro con le descrizioni. Sono sicuro che conoscerete bene la capitale di Enderal, e potrete immaginare quanto fossi sopraffatto dalla sua visione. La scorgemmo dapprima da sopra un piccolo roccione, e passai minuti ad osservarla immersa nella luce del tramonto.

    "Impressionante, vero?", udii una voce al mio fianco. Era Qalian.

    Mormorai qualcosa senza voltare lo sguardo. Si lasciò sfuggire una risata.

    "Indulgi! A volte, la prima volta è la migliore", disse sedendosi sul bordo del precipizio, un volo di oltre 700 metri. Lo guardai, e notai che aveva chiuso gli occhi e lasciava che il sole gli irradiasse il volto. Di nuovo, sentii l'invidia salire. Se una giovane donna fosse salita sulla collina, l'avrebbe sicuramente preso per l'eroe di qualche canzone. Ma al tempo stesso sapevo che Qalian non si stava mettendo in mostra. Si stava semplicemente godendo la vista, il momento e la luce del sole... un'abilità che non avevo sviluppato nella mia vita.

    ~

    Era già buio quando mostrammo i documenti alle guardie cittadine e chiedemmo di entrare. Ci spacciammo per mercanti di Arazeal obbligati ad attraccare al porti di Duneville per colpa del tempo sfavorevole. Dopo aver frettolosamente controllato i documenti, le guardie ci lasciarono passare. Quando i pesanti cancelli si chiusero alle nostre spalle e la grata si abbassò con un enorme frastuono, ogni fugace ricordo della mia vita passata svanì.

    Facemmo tappa alla taverna chiamata "Il Nomade Danzante". Qalian aprì il borsello e mi offrì uno stufato di barbabietole, pane nero ed una costosa birra di Cahbaet. Quella volta non parlammo molto. Invece, ascoltammo la musica di una bella barda dai capelli rossi, la cui voce profonda era in netto contrasto con il suo aspetto fragile. Cantò classici intramontabili come "La Canzone dell'Antico", il "Ribelle Errante" o "La Domestica nell'Argenteo Splendore". Abbassai lo sguardo a disagio, quando Qalian iniziò a cantare a pieni polmoni. Solo quando notai che la gente non era infastidita, ma che iniziava ad unirsi a lui, la vergogna svanì e mi sentii davvero a mio agio.

    Restammo nella sala grande fino a tardi. Quando erano rimasti solo altri cinque clienti assieme a noi, porsi la domanda che scalciava per uscirmi dalle labbra.

    "Ed ora?" Sussurrai, ovattato dall'alcol e dal frastuono delle ore precedenti.

    Gli occhi di Qalian incrociarono i miei, e non smise di fissarmi finché non abbassai lo sguardo a disagio. Udii Qalian emettere un suono che poteva somigliare ad una risata soffocata, come ad un sospiro.

    "Ora dormiremo come sassi. E domani", i suoi occhi brillarono per un istante, "ti attende la prima lezione."

    Non avevo idea di cosa volesse dire.

    "La prima lezione?"

    Sorrise.


    Il canto del Guardiano Nero

    Sotto la città, nelle profondità delle caverne,
    ci aspetta il Guardiano Nero.
    Nessuno che lo abbia mai visto
    è sopravvissuto per raccontarlo.

    Se reciti i Versi Sacri
    e ridi e saltelli,
    ti cancellerà presto il sorriso dal volto,
    perché ti tenderà un agguato quando meno te lo aspetti!

    Giù nelle profondità, giù nell'oscurità,
    Ci aspetta, il Guardiano Nero.
    Se ci allontaniamo dal nostro Sentiero, se perdiamo la strada,
    Ci trascina giù nel vuoto infinito sottostante!

    Se cerchi tra le rovine e le tombe
    Scritti e tesori senza sentiero,
    La terra si aprirà sotto i tuoi piedi,
    E non troverai oro, ma dolore eterno.

    Giù nelle profondità, giù nell'oscurità,
    Ci aspetta, il Guardiano Nero.
    Se ci allontaniamo dal nostro Sentiero, se perdiamo la strada,
    Ci trascinerà giù nel vuoto infinito sottostante!

    Se sei completamente ubriaco
    E barcolli per i vicoli di Ark,
    Un tombino si aprirà,
    Un altro passo e la tua vita sarà finita.

    Giù nelle profondità, giù nell'oscurità,
    Ci aspetta lui, il Guardiano Nero.
    Se ci allontaniamo dal nostro Cammino, se perdiamo la strada,
    Ci trascina giù nel vuoto infinito sottostante!

    A tarda notte, quando la pallida luna splende
    Sui tetti di Ark,
    Sentirai un urlo provenire dalle profondità:
    Un grido terribile, da brivido!

    Giù nelle profondità, giù nell'oscurità,
    Ci aspetta, il Guardiano Nero.
    Se ci allontaniamo dal nostro Cammino, se perdiamo la strada,
    Ci trascina giù nel vuoto infinito sottostante!


    The Song of the Black Guardian

    Under the City, deep in the caves,
    He waits for us, the Black Guardian.
    No one who ever caught sight of him
    Lived to tell about it.

    If the Holy Verses are spoken
    And you giggle and caper around,
    He'll soon wipe the smile off your face
    Because he ambushes you when you least expect!

    Down in the deep, down in the dark,
    He waits for us, the Black Guardian.
    If we stray from our Path, if we lose our way,
    He drags us down to the endless void below!

    If you search in ruins and tombs
    For Pathless writings and treasures,
    The earth opens up under your feet,
    And you'll find no gold, but eternal grief.

    Down in the deep, down in the dark,
    He waits for us, the Black Guardian.
    If we stray from our Path, if we lose our way,
    He drags us down to the endless void below!

    If you are three sheets to the wind
    And you stagger through the alleys of Ark,
    A manhole cover will open up,
    One more step, and your life will be gone.

    Down in the deep, down in the dark,
    He waits for us, the Black Guardian.
    If we stray from our Path, if we lose our way,
    He drags us down to the endless void below!

    Late in the night, when the pale moon shines
    Over the roofs of Ark,
    You'll hear a screaming from deep below—
    A terrible, spine-chilling cry!

    Down in the deep, down in the dark,
    He waits for us, the Black Guardian.
    If we stray from our Path, if we lose our way,
    He drags us down to the endless void below!
     
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  14. MOB2

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    Il Macellaio di Ark - Volume 6: La Nube d'Argento


    Capitolo 6: La Nube d'Argento

    Una delle capacità di Qalian che non sono mai riuscito a capire, era quella di alzarsi la mattina avendo dormito solo poche ore. Durante il nostro viaggio andava sempre a dormire dopo la mezzanotte e si alzava sempre prima di me, la maggior parte delle volte prima del crepuscolo. Aveva una rigorosa routine quotidiana: iniziava con mezz'ora di preghiera in una lingua che io non comprendevo. Poi, faceva pratica con la sua scimitarra per un'ora buona e ancor di più in due giorni della settimana. Dopodiché, faceva un bagno, o in assenza di un fiume o di un lago nelle vicinanze, si sciacquava con dell'acqua. Poi finalmente preparava la colazione, pasta di cereali mescolata a erbe amare, che divorava assorto in meditazione come se vi fossero contenuti tutti i segreti dei Pyrean. Immagino che dormisse solo un massimo di quattro ore per notte, e mi sono chiesto come riuscisse a sembrare sano ed energico come dopo un bagno nelle acque di Inodan.

    Durante il nostro viaggio mi aveva sempre lasciato dormire, ma il primo giorno ad Ark mi svegliò la mattina presto. Le mie membra erano pesanti dopo la notte di bagordi. Per un attimo, il mio sguardo assonnato cercò di trovare la vasca d'acqua che usavo per lavarmi ogni mattina a Fogville. Poi mi resi conto di dov'ero. Gemetti, mi spinsi fuori dal letto e guardai all'esterno.

    Per la Retta Via, quanto è tardi?

    Non c'era ancora nessun segno del sole. Come se avesse letto i miei pensieri, Qalian rispose alla mia domanda.

    "Mancano due ore prima del canto del gallo, amico mio. E prima che tu dica qualcosa," strinse la spada che teneva in vita "è necessario, abbiamo un appuntamento".

    Volevo rispondere, ma mi uscì dalla mia bocca solo un mormorio. Qalian continuò. "Vediamoci tra un'ora di fronte all'ultima casa del Vicolo della Nuvola, ti aspetterò lì".

    Lasciò la stanza prima che potessi rispondere. Per un momento ero sconcertato e rimasi seduto sul bordo del mio letto. Poi mi alzai con un sospiro e andai alla finestra. Assorto nei miei pensieri, guardavo i tetti della città che dormiva. Nessuna nube nascondeva la luce d'argento della luna, e nonostante l'ora precoce, c'erano già diverse persone per le strade. Mi ritirai in me stesso. Infatti, mi sentivo abbastanza bene nonostante l'emicrania dovuta alla sbronza della sera prima. Ho raramente pensato agli eventi del Bue Rosso, ma ora mi tornarono in mente le parole di Qalian:

    Perché sentivi ciò che avevano fatto. Percepivi i loro crimini e la loro colpevolezza, e l'estasi è stata la ricompensa per il tuo coraggio. Era il nettare dei loro peccati.

    Potrebbe essere stato questo il motivo per cui l'omicidio mi ha lasciato freddo? Perché era ... giustificato?

    Pensai: Per favore no!

    Pensai: Qualcosa di buono.

    Emettendo un suono allegro e allo stesso tempo disperato, scacciai questi pensieri e mi concentrai sull'attività che fremeva sotto. Vidi tre bambini emaciati che portavano pesanti sacchi lungo la grande strada che attraversava Ark. Dietro di loro, tre figure corazzate, probabilmente guardie, stavano pattugliando. Due donne, una grossa e muscolosa e l'altra esile, stavano tirando una carriola con un barile e tre fasci di fieno in un vicolo che portava all'uscita posteriore della taverna.

    Pieno di pensieri mi allontanai dalla finestra e mi vestii. Dopo aver mangiato un pasto nella sala da pranzo, iniziai ad incamminarmi per la mia strada, con un misto di curiosità e ansietà allo stesso tempo. Non voglio tediarvi con i particolari inutili del mio primo viaggio attraverso Ark, perché probabilmente sapete dove si trova la strada. Allora io non lo sapevo. Solo dopo che una guardia mi guardò sospettosamente e mi indirizzò verso un magazzino per metà in rovina, capii dov'ero, e che avevo raggiunto il posto quindici minuti prima dell'ora stabilita. Il Vicolo della Nuvola, come i costruttori della città l'avevano chiamato senza alcuna ragione apparente, segnava la fine del Quartiere degli Artigiani. Era la via che portava alla grande porta di pietra che ogni cittadino rispettabile sperava di non varcare mai.

    Segnava l'ingresso alla Città Sotterranea.

    Mi guardai attorno indeciso. Avevo sentito innumerevoli storie sulla Città Sotterranea da innumerevoli storie, incluse quelle di Qalian. Era un posto da evitare a meno che non si volesse avere a che fare con fuggitivi, criminali o persone che vivevano in una tale condizione di povertà che una delle baracche malandate laggiù era l'unica casa a loro accessibile. Indipendentemente da come avevo immaginato il contrasto tra la bella capitale e la miseria della Città Sotterranea, i miei pensieri includevano sempre una sorta di "transizione" tra prosperità e povertà. Ma non sembrava essere una cosa del genere. Guardando in alto, vedevo l'imponente torre del Myrad, dove i ricchi viaggiatori arrivavano in città o partivano per altri luoghi sugli animali alati dal nome omonimo. Accanto a me scrosciava una grossa cascata, e se avessi camminato lungo il piccolo vicolo percorrendo il quale avevo lasciato il tortuoso mercato qualche minuto fa, mi sarei trovato nel cuore del Quartiere degli Artigiani. Irritato, guardai ancora una volta la porta, che era custodita da due uomini pesantemente armati. Questa porta era davvero l'entrata a quell'altro mondo così spiacevole?

    Sentii una mano sulla mia spalla. Qalian.
    "L'hai trovato, Molto bene", disse. "Sei pronto?"
    Sgranai gli occhi. Ora sapevo che la mia prima lezione aveva a che fare con la Città Sotterranea. Ma cosa mi sarei dovuto aspettare esattamente?
    "Credo di sì ... e che cosa dobbiamo fare?"
    Qalian ridacchiò. "Molto semplice, amico mio." Si tolse lo zaino dalle spalle, si inginocchiò e cominciò a cercarvi qualcosa. Poi mi guardò di nuovo.
    "Andiamo a divertirci".

    ~

    I miei dubbi sul fatto che la Città Sotterranea fosse davvero dietro quella grande sorvegliata porta scomparvero qualche istante dopo che le guardie ci consentirono l'ingresso.

    Devono pensare che siamo pazzi,

    mi chiedevo mentre si aprivano entrambe le ali della porta. Nessun cittadino della Città Superiore vi andava volontariamente, perché era ben noto che l'Ordine e le Guardie erano virtualmente impotenti laggiù. Ufficiosamente, tutti sapevano del tacito accordo tra l'Ordine e la Rhalâta, un'associazione di personaggi poco raccomandabili: rimanete tranquilli tra di voi e noi faremo altrettanto.

    Pertanto, la Città Sotterranea era una città all'interno della città, ed era molto più cupa della controparte in superficie con le sue case rustiche ma accoglienti, le sue fontane e i suoi teatri. Laggiù, la Rhalâta controllava ogni aspetto della vita, e chiunque fosse abbastanza sfortunato da vivere lì, non importava se per scelta o meno, doveva inchinarsi a loro. Rabbrividendo, mi ricordai di quello che un mercante itinerante mi aveva detto una volta. La sua storia ruotava attorno a un giovane commerciante che solo poche lune prima aveva ricevuto l'ambito distintivo della Falce Dorata, che lo indicava come un affidabile uomo d'affari. Questo giovane volle intraprendere la via più breve verso la ricchezza e, con l'aiuto di alcuni ragazzini di Ark, iniziò a spacciare brillacenere. La sua produzione era più o meno un privilegio ufficiale della Rhalâta, ma questo fatto non impedì al giovane di mandare il gruppo di ignari ragazzi in una grotta vicino alla costa occidentale per iniziare il suo - non invadente, come lui lo definiva- traffico del mortale narcotico.

    Per quasi un giro di luna gli affari andarono bene, e la sua borsa si riempì più velocemente delle tazze di una popolare taverna. Una mattina, tuttavia, quando cavalcò verso la grotta dove venivano lavorati i funghi, la trovò deserta. C'era solo un carrello con quattro ceste delle dimensioni di un uomo davanti all'ingresso. Le ceste erano colme di funghi, ma emettevano uno strano odore. Quando il mercante disse alla sua guardia del corpo di controllarne il contenuto, diverse parti del corpo rotolarono al di fuori di ciascuno di quei canestri: braccia, gambe, torsi, teste. Queste ultime erano state tagliate con cura in modo che non ci fossero dubbi sui loro proprietari: cinque appartenevano agli sfortunati ragazzi che erano stati assunti dal commerciante per un modesto guadagno. Due delle teste appartenevano alle figlie del mercante. L'ottava era la testa della sua compagna. Sulla sua fronte erano state incise le seguenti parole: "Sha'Rim Rhalâta" - la Rhalâta non dimentica.

    Lasciarono vivere il mercante. Egli non si vide più nella casa della Falce Dorata, e si dice che si tolse la vita pochi mesi dopo. Così finì la vecchia storia del mercante itinerante.

    E ora siamo qui.

    Mi sentivo a disagio. Tutto di noi urlava "Città alta" e "ricchezza": i nostri gesti, i nostri vestiti costosi, il pugnale di Qalian. Dietro la porta, le scale conducevano nell'oscurità. Ci vollero più di quindici minuti prima che incontrassimo segni di vita umana. L'aria era fredda e umida. Puzzava di ammoniaca, muffa e pietre bagnate. Arrivammo alla fine della lunga scalinata di pietra. Le assi di legno segnavano un sentiero che portava in un tunnel che era alto circa trenta braccia. La prima capanna che passammo era stata costruita così angustamente in un angolo naturale della roccia che la percepii a malapena. Possenti condotti arrugginiti uscivano dalle pareti e sparivano nel pavimento, avvolgendosi attorno ai fragili pezzi di legno di cui era fatta la casa. Casse e barili, alcuni dei quali rotti, erano ammucchiati alle pareti che non erano delimitate dalla pietra della caverna.

    Nel frattempo, sempre più abitanti avevano notato la nostra presenza. Alcuni di loro ci guardarono con sospetto ma distolsero rapidamente lo sguardo, altri ci fissarono apertamente. Mentre sfilavamo tra le capanne, ne vedemmo alcune con davanti delle volte, probabilmente adibite a bancarelle. Pesci, spezie, pane dall'aspetto malsano e altri prodotti erano esposti in esse. A Qalian non sembrava importare degli sguardi della gente. Accelerò il passo e scomparve dietro un angolo. Lo seguii e quello che vidi mi tolse il respiro.

    Davanti a me c'era una vasta caverna con un soffitto così alto che due torri di guardia, l'una sopra l'altra, vi sarebbero potute entrare. Stalattiti pendevano dal soffitto come ghiaccioli di pietra. In lontananza, una cascata impressionante fuorisciva dalla parete di roccia. In tutta la caverna vi erano case di legno scuro costruite su piattaforme, collegate da scale e ponti, sostenute da banchine e pilastri di pietra naturale. Le case divenivano sempre più alte verso le pareti della grotta, così che lo scenario ricordava un gigantesco anfiteatro. Al centro, gli edifici erano stati eretti sul nudo pavimento di pietra. Nella forma e nell'aspetto differivano dalle case sulle piattaforme. Vidi un edificio in pietra che, con il suo tetto alto e la torre a punta, sembrava un piccolo tempio. Pochi metri accanto c'era un edificio a più piani. Era fatto di pietra e le sue finestre emettevano un bagliore rossastro, lattiginoso. C'erano molte persone che si affaccendavano, e anche se avevo una buona vista, lo spazio aperto che molto probabilmente era il centro della città, era così buio che riuscivo a malapena a distinguerne le sagome. La Città Sotterranea ... un nome ben meritato.

    Un uomo muscoloso mi passò accanto e mi urtò, improvvisamente strappandomi improvvisamente dai miei pensieri. Sospirai e mi asciugai il sudore che nel frattempo mi colava dalla fronte nonostante l'aria fredda. Poi cercai Qalian che nel frattempo era andato avanti. Lo trovai ai piedi di una scalinata, sotto un albero storto e senza foglie. Stava parlando con qualcuno. In fretta, scesi le scale. Mentre mi avvicinavo a loro, lo straniero mi indicò, e Qalian fece un gesto per tranquillizzarmi. Solo quando mi avvicinai, capii che era una donna. I suoi capelli erano corti e biondi, in netto contrasto con il suo viso morbido con labbra carnose e rosse. Tuttavia, i suoi occhi... Sentii qualcosa che bruciava nel mio stomaco, protestando, arrabbiato. I suoi occhi erano di un blu glaciale, così spaventosi che sembravano brillare persino nella debole luce della caverna. Anche se erano oggettivamente belli, suscitavano in me una sensazione che non ero in grado di analizzare.

    Apparivano freddi.

    Prima che potessi considerare di nuovo la voce che risuonava dentro di me, Qalian iniziò a parlare.
    "Jaél, posso presentarti ...?" Indicò la giovane con la mano aperta, il palmo rivolto verso l'alto. "Questa è Yaléna."
    Tentai di rispondere, ma non vi riuscii.
    Yaléna mi esaminò rapidamente, dalla testa ai piedi, e poi distolse lo sguardo da me.
    "Sembra che stia per farsela nei pantaloni, Ne sei assolutamente sicuro? Non è ancora troppo tardi."
    Qalian sorrise in modo suadente e annuì. "Lo sono. E puoi fidarti di lui, hai la mia parola."
    La donna si morse le labbra e corrugò le sopracciglia. Quindi restituì il saluto di Qalian.
    "Molto bene, andiamo."

    Iniziammo a muoverci. Forse era solo la mia immaginazione, ma avevo l'impressione che il numero di sguardi astiosi intorno a noi fosse aumentato. L'aria e l'oscurità nella caverna si fecero improvvisamente ancora più pesanti. Qalian mi guardò da sopra la spalla. Non c'era traccia di paura o disagio nei suoi occhi. In un certo senso brillavano persino carichi di aspettativa. Ma perché? Ero consapevole del fatto che c'erano molte persone ambigue qui intorno. Eppure, perché Qalian e la nostra guida sembravano essere così familiari l'un l'altro?

    La nostra destinazione era un vicolo buio direttamente accanto alla casa a più piani con le finestre rosse. Un cartello all'ingresso la identificava come "La Nube d'Argento". Decisa, la donna entrò nell'oscurità e noi la seguimmo. C'era un'oscurità impenetrabile all'ombra degli edifici, e il mio disagio aumentò quando vidi che la nostra guida, alla fine del vicolo, entrò in uno spazio ancora più piccolo.

    Questo è un fottuto labirinto, dannatamente pericoloso.

    Non c'erano persone, solo mucchi di spazzatura e pozzanghere di escrementi. Vi furono solo due incontri. In primo luogo, incontrammo due uomini che si riscaldavano a un falò. Quando Yaléna vide il fuoco da lontano, accelerò i suoi passi e prese a calci uno degli uomini alla testa con tutta la sua forza. Questi emise un grido soffocato e cadde, mentre l'altro uomo, terrorizzato, cercò di sollevarsi contro il muro. Yaléna non glielo permise. Si chinò verso di lui, tenendo il viso vicino a quello del mendicante, e mormorò qualcosa su "fuoco vivo", "vicolo" e " i fratelli". Poi lo buttò a terra e ci disse di andare avanti.

    Il nostro secondo incontro con esseri umani in questo oscuro labirinto sotterraneo fu con una figura avvolta in un lenzuolo, appoggiata al muro di una casa. La riconobbi a malapena a causa del suo velo. Mentre passavo, però, mi afferrò la coscia con le sue dita ossute. Emisi un grido e mi voltai. Tolse un lenzuolo che le copriva la testa, rivelando un volto poco più vecchio del mio, ma coperto da ulcere marce e pulsanti.

    Larve carnarie.

    Sussurrò qualcosa che sembrava una richiesta bramosa, ma gli uscì dalla bocca solo un rumore gutturale e sferragliante. Con uno strattone, liberai la gamba dal suo artiglio e mi affrettai a seguire Qalian e Yaléna.

    Quando finalmente arrivammo, dopo quella che mi sembrò un'eternità, ero esausto come se avessi girovagato per un giorno intero. Avevo paura che non mi sarei mai liberato dell'odore disgustoso che mi si impregnava addosso.

    Yaléna si fermò davanti a una spessa porta d'acciaio e bussò due volte. Qualche istante dopo un portello si aprì e due occhi accompagnati da ispide sopracciglia guardarono fuori. Quando riconobbero il nostro capo, sentii il rumore di uno scricchiolante chiavistello e la porta si aprì. La guardia della porta era un uomo insignificante con i capelli scarmigliati che mi ricordavano me stesso ma in modo sgradevole. Ci guardò con attenzione, ma i suoi gesti dimostravano che era un subordinato di Yaléna. Con sollievo notai che l'edificio, a differenza di quanto mi aspettassi, vedendo l'esterno, era pulito e illuminato da diversi candelabri alle pareti. C'era perfino un leggero profumo di lavanda nell'aria, che dopo l'onnipresente odore di escrementi durante le ultime ore mi sembrava l'odore dei capelli della Dèa Irlanda.

    Senza alcuna conversazione, Qalian e io fummo guidati lungo uno stretto corridoio con numerose porte chiuse. Nonostante la fioca luce che proveniva da sotto di esse, tutto ciò mi opprimeva, sembravano quasi delle porte di celle. Alla fine del corridoio, Yaléna aprì un'altra porta.

    La stanza di fronte a noi era impressionante. Era decorata con mobili e cuscini raffinati e un lampadario a soffitto emetteva una soffusa luce arancione. C'era una foschia nell'aria, e mentre guardavo i bassi tavoli che erano circondati da cuscini, capii da dove proveniva il profumo di lavanda. Complessivamente, c'erano posti per circa due dozzine di persone, ma a eccezione di noi, la guardia della porta e Yaléna solo altri tre ospiti sedevano separatamente ai tavoli, bevendo vino e fumando narghilè. Una rilassante musica d'arpa proveniva da un angolo della stanza che era nascosto dalla mia vista. Iniziai a sentirmi più a mio agio. Poteva essere unicamente una taverna per fumatori?

    Forse un posto esclusivo per clienti ancora più esclusivi.

    Perché mai tali clienti dovessero compiere un difficile viaggio attraverso i vicoli solo per fumare erbapipa con essenze di lavanda, non sapevo dirlo. Strinsi le labbra e guardai impotente Qalian. Egli unicamente sorrise contento e leggermente annuì verso di me.
    "Siediti", disse Yaléna, e indicò un tavolo vuoto in un angolo. Poi si allontanò silenziosamente dietro una tenda, e la guardia della porta tornò all'ingresso.

    Volevo dire qualcosa, ma Qalian mi indicò di aspettare. Ci sedemmo. Furtivamente, mi guardai intorno e esaminai gli altri ospiti. Due uomini, uno di loro giovane, l'altro vecchio e una vecchia che portava i capelli raccolti. A giudicare dai loro vestiti, erano tutti benestanti, come noi. Nessuno di loro ci guardò. Qalian prese una delle candele sul nostro tavolo e la tenne sotto il recipiente del narghilè. Poi si appoggiò all'indietro - i nostri cuscini erano appoggiati a un muro - e sbadigliò allegramente. Osservò la pipa con uno sguardo allegro e rilassato. Nel piatto, le bolle cominciarono ad emergere lentamente. Per un po' feci come lui; poi decisi di rompere il silenzio.

    "Qalian ..."
    Interruppe le mie parole con un gesto e scosse la testa, quasi con indulgenza. "Rilassati, amico mio." Con una mano, toccò il recipiente del narghilè. "Rilassati."

    ~

    Aspettammo più di trenta minuti prima che un uomo paffuto con un sorriso amichevole si avvicinasse a noi. Si presentò come Konthis. La prima cosa che notai fu che la manica sinistra del suo costoso abito bordeaux pendeva floscia. Aveva un solo braccio. Mentre allungava la mano destra per salutare, notai alcuni anelli scintillanti alle sue dita carnose. Un odore sorprendentemente piacevole raggiunse il mio naso, proveniente dal suo profumo. Era piccante e dolce.

    "Perdonatemi per il ritardo", iniziò la conversazione con una voce cupa e scura che non corrispondeva al suo aspetto. "Oggi abbiamo molti clienti. Posso sedermi?"
    Qalian rispose affermativamente alla battuta, e Konthis si sedette di fronte a noi. Per un po' nessuno di noi disse nulla e sentii gli occhi scuri e perspicaci di Konthis su di me. Poi annuì soddisfatto.
    "Bene allora, prima le formalità." Prese una pergamena piegata dalla sua veste, la aprì e la studiò a breve.

    "Jarimàn Bathila, 46 anni, mercante, e ... ah, vieni da Arazeal? Perbacco! Posso dire che il tuo enderaleano è molto buono!"
    La domanda sembrava riferirsi a Qalian. Lui sorrise.
    "L'abilità arriva con la pratica, immagino."
    Konthis annuì. "Sì, vero, e poi c'è ... Jaél Thalas, anch'egli Arazaleano."
    Annuii e provai a sorridere con la stessa delicatezza di Qalian.
    "Molto bene." Piegò di nuovo la pergamena e si sporse leggermente in avanti. "Allora iniziamo, siete d'accordo?"

    Qalian soffiò il fumo verso l'alto da un angolo della bocca. Come tutti i consumatori di erbapipa aveva gli occhi leggermente annebbiati, ma sembrava comunque avere una mente chiara.
    "Prego", rispose.
    "Per completezza, lasciate che spieghi ancora una volta le regole e il motivo della vostra visita, che speriamo non sia l'ultima." La sua voce era amichevole, ma potevo percepire una certa asprezza in essa. "Non appena avrete pagato il resto..." continuò.
    "Dobbiamo pagare prima di ricevere i servizi?" rispose Qalian che sembrava indignato.
    "Queste sono le regole, Matris. Mi dispiace", rispose Konthis senza abbassare lo sguardo.
    Qalian guardò contrariato l'uomo corpulento, ma fece un cenno di assenso.
    Konthis sorrise. "Bene, ora un servitore vi farà un segno e poi vi accompagnerà alle vostre stanze." Guardò di nuovo la pergamena. "O meglio, alla vostra camera, le ragazze vi stanno aspettando, qualsiasi cosa succederà dopo dipende da voi."

    Le ragazze?

    Un brivido mi percorse la schiena e guardai Qalian con uno sguardo nervoso.
    Konthis notò il mio sguardo. "Stai bene, Matris?", chiese.
    Prima che potessi rispondere, Qalian disse: "E' solo un po' emozionato." Mi guardò con rimprovero. "E' la sua prima volta."
    Konthis si accigliò. "Bene, capisco."
    "Appena avrai finito, suona il campanello sul comodino, aspetta qualche istante, poi suona di nuovo, e qualcuno si prenderà cura di ..." - sembrò cercare la parola giusta - "... del resto. E' tutto. "Lasciò vagare lo sguardo tra Qalian e me. "Ci sono altre domande che vorreste farmi?"
    Qalian ebbe una domanda: "Presumo che lasceremo questo posto nello stesso modo in cui siamo entrati?"
    "Sì. Yaléna vi accompagnerà fuori."
    Il mio compagno mormorò cupamente. "Capisco, e tu puoi garantire il nostro ... anonimato?"
    Konthis fece una breve risata. "Possiamo garantirti che nessuno, tranne i nostri assistenti, ti avrà visto arrivare e lasciare questo posto, e puoi stare certo che gli altri nostri ospiti non hanno alcun interesse nel parlare della tua presenza. Penso di non dover spiegare il perché."
    Qalian si sfregò il mento con il pollice e l'indice. Sembrava pensare. Poi annuì e tese fortemente la mano a Konthis.
    "Bene, siamo d'accordo."
    Konthis sorrise felicemente. Prima, strinse la mano di Qalian, poi la mia. La sua stretta di mano era forte e ferma. In seguito, Qalian prese una piccola borsa gonfia dal suo cappotto e la svuotò sul tavolo.
    "Quindici monete d'oro, puoi contarle se vuoi."

    I miei occhi si spalancarono.

    Quindici monete d'oro?!

    Che fortuna! Una moneta d'oro valeva mille penny!

    Mille penny...

    Abbastanza per comprare una casa decente o un cavallo da battaglia della razza migliore. La mia testa girava mentre pensavo alle cose che si potevano acquistare per una somma quindici volte superiore a quella. Eppure Qalian aveva la faccia seria mentre guardava l'oro scintillante. Queste ricchezze provenivano dai tesori dei misteriosi "fratelli e sorelle" di Qalian? Probabilmente sì. Distolsi a disagio lo sguardo dalle monete e guardai il nostro ospite, che le guardava contento.

    "Non sarà necessario." Agitò la mano e un ragazzo allampanato che indossava un indumento rosso entrò varcando due tende. La sua testa era piegata in segno di umiltà. Come raggiunse il nostro tavolo, Konthis gli indicò le monete. Le raccolse rapidamente e silenziosamente le portò via. Dopo di che scomparve dietro le tende, Konthis parlò di nuovo.
    "Bene allora, soddisfatevi!"
    Qalian sorrise e soffiò una nuvola di fumo. "Grazie."
    Senza altre parole, Konthis si alzò e se ne andò. Dopo soli cinque minuti le tende si aprirono di nuovo e il ragazzo magro ci indicò di seguirlo.

    Qalian annuì brevemente e prese un'ultimo tiro dalla sua pipa. Notai con disagio che aveva quasi fumato due vasetti pieni di erbapipa; un ammontare che poteva indurre uno scapolo spavaldo e inesperto in un sonno comatoso per diverse ore. Qalian, tuttavia, non sembrava affatto stanco. I suoi occhi avevano un luccichio lattiginoso tipico dei consumatori di erbapipa, e tutti i suoi movimenti erano calmi, ma vidi nei suoi occhi anche lo strano, intimidatorio luccichio che avevo notato quella sera quando mi parlò del "nettare dei peccati".

    Ci alzammo e camminammo attraverso la stanza verso il ragazzo. Anche quando ci fermammo davanti a lui, non alzò lo sguardo, ma piegò la testa verso terra. Si voltò e lo seguimmo nel lungo corridoio che si apriva dietro le tende. Come nel corridoio che portava dall'ingresso al salotto, ogni otto braccia c'erano pesanti porte d'acciaio su entrambi i lati. Ogni porta aveva un numero sopra l'architrave, scritto su una targhetta d'oro dall'aspetto malizioso e costoso. Ci fermammo davanti alla porta numero 16. Silenziosamente, il ragazzo estrasse una chiave pesante da un grande anello e la infilò nella mano di Qalian. Poi si inchinò brevemente, si voltò e andò via. Qalian giocò con la chiave come un prestigiatore e poi la inserì nella serratura.
    La porta si aprì senza rumore.

    ~

    La stanza era ampia e lussuosa. Un lampadario emetteva una fioca luce colorata da uno schermo di carta rossa. Nel mezzo c'era un pomposo letto a baldacchino e l'aria profumava di rose e lavanda. Ancora prima che notassi le due ragazze legate, un brivido gelido mi scese lungo la schiena mentre entravo nella stanza dietro a Qalian, la pesante porta si chiuse di scatto. E prima che Qalian potesse informarmi sui servizi forniti da questo posto, i pezzi si unirono e formarono un insieme coerente e terribile. Mi guardai intorno, sopraffatto. Il mio sguardo saltò tra i diversi elementi inequivocabili della stanza 16. Le ragazze legate sul letto, completamente nude, i loro occhi indubbiamente annebbiati da un narcotico. La scatola su un tavolino, contenente dei chicchi angolari, che identificai immediatamente come quelli di bacche di agrifoglio. Persino una fornaia dell'Antica Aranath sapeva del loro effetto afrodisiaco. Infine, gli utensili appesi alle pareti.

    "Ti piace?", Chiese Qalian. Si era seduto su un vasto assortimento di cuscini bordeaux. Era a malapena a un braccio di distanza dalle ragazze legate sul letto, eppure non le guardava affatto. Negli angoli della sua bocca vedevo ancora il sorriso che sembrava non finire mai.

    Ci divertiremo un po'.

    Mostro,

    pensai, disorientato. Senza una parola attaccai Qalian. Piangendo a dirotto saltai in avanti, mi lanciai su di lui e iniziai a strangolarlo. Qalian sembrava non esserselo aspettato e per un momento pensai di avere il sopravvento. Poi, tuttavia, iniziò a ridere - o almeno ci provò. Il risultato fu un rantolo soffocante. Pieno di rabbia, aumentai la pressione, mentre sulla mia faccia si dipingeva una smorfia carica d'odio. Ma Qalian continuava a ridere. I suoi occhi brillavano di gioia e divertimento. Se avessi assistito alla scena senza farne parte, probabilmente l'avrei considerato un falso, un combattimento dimostrativo. Non tentò minimamente di liberarsi dalla mia presa.

    Sei un fottuto bastardo! Maledetto pezzo di merda!

    Strinsi più forte. Sentivo i peli della sua barba pizzicarmi le dita mentre stringevo la sua carne calda. Eppure non successe niente. Qalian rideva ancora, e solo dopo un minuto mi resi conto che qualsiasi essere umano normale avrebbe dovuto essere incosciente ormai. Eppure non fu così. Non successe niente. Dopo un po' le risate di Qalian si interruppero, ma non perché l'avessi ucciso. La sua faccia, che non era nemmeno diventata rossa, cominciò a mostrare di nuovo l'espressione di beata serenità. All'improvviso mi sentii impotente e ridicolo. Non avevo mai visto combattere Qalian, ma dal giorno in cui ci eravamo incontrati, avevo sentito l'aura di potere che lo circondava come un velo di calore proveniente da un fuoco acceso. Era pericoloso. La paura prese il sopravvento.

    Potrebbe uccidermi,

    rimbombò nella mia testa. Una volta, due volte, ancora e ancora, come un cupo rullo di tamburi.

    Potrebbe uccidermi!

    "Ma non lo farò", disse Qalian. Le sue labbra non sembrarono muoversi.
    Poi mise la sua mano destra sul mio petto, e un secondo dopo caddi all'indietro come se una palla di cannone mi avesse centrato. Colpii il duro pavimento di pietra e persi conoscenza.


    La canzone dei Perduti

    Eternamente tormentato,
    In agonia e dolore,
    Stanno soffrendo nella disperazione
    Una rovina infinita e malvagia!

    La loro vita era senza Sentiero —
    Nessuna fede, convinzione o credo!
    Ora, punizione che subiscono
    Per ogni azione malvagia!

    La loro vita è stata corrotta dalla depravazione.
    Nella morte sono Perduti per l'eternità!

    Nella vergogna, sono morti,
    E appena sono nati.
    Invece di sentirsi umiliati,
    Ridevano solo con disprezzo!

    La loro caduta è ricominciata,
    Le loro vite divennero depravate,
    E una volta i loro corpi non bruciati
    Furono gettati in una tomba,

    La loro vita è stata corrotta dalla depravazione.
    Nella morte sono Perduti per l'eternità!

    Si nascondono in antiche rovine,
    Accovacciato nel buio,
    Sforzarsi di gettare rifiuti
    A qualsiasi scintilla vivente.

    I loro corpi stanno decadendo,
    Le loro menti sono piene di odio!
    Sperano in una spada sacra
    Per porre fine al loro terribile destino!

    La loro vita è stata corrotta dalla depravazione.
    Nella morte sono Perduti per l'eternità!

    Attenzione alla corruzione e alla depravazione,
    Oppure sei un Perduto per l'eternità!


    The Song of the Lost Ones

    Eternally tormented,
    In agony and pain,
    They're suffering in despair
    An endless, wicked bane!

    Their life was without Path—
    No faith, belief, or creed!
    Now, punishment they suffer
    For ev'ry evil deed!

    Their life was corrupted with depravity.
    In death, they are Lost Ones for eternity!

    In shame, they passed away,
    And newly they were born.
    Instead of feeling humbled,
    They only laughed with scorn!

    Their downfall started over,
    Their lives became depraved,
    And once their unburnt bodies
    Were thrown into a grave,

    Their life was corrupted with depravity.
    In death, they are Lost Ones for eternity!

    They lurk in ancient ruins,
    Crouching in the dark,
    Striving to lay waste
    To any living spark.

    Their bodies are decaying,
    Their minds are full of hate!
    They're hoping for a holy sword
    To end their awful fate!

    Their life was corrupted with depravity.
    In death, they are Lost Ones for eternity!

    Beware of corruption and depravity,
    Or else you're a Lost One for eternity!
     
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  15. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    In un video che ho visto recentemente ho trovato un discorso per me molto interessante sulla musica di Skyrim, che viene considerata praticamente parte del "lore" dall'autore del video. Mi sento di condividere completamente questa visione.

    E visto che stiamo entrando nella fase più forte, cruenta e intensa della storia di Jaél, invece di postare un canto dei Bardi posto direttamente un brano della colonna sonora, forse uno meno conosciuto rispetto ai soliti, ma per me molto bello, profondo, e intenso, forse adeguato come commento all'episodio che segue.



    Il Macellaio di Ark - Volume 7: Tutte le Anime Morte


    Capitolo 7: Tutte le Anime Morte

    Non so per quanto tempo rimasi lontano dal mondo dei vivi; tuttavia, a giudicare dal fatto che il collo di Qalian mostrava ancora le impronte dei miei polpastrelli, potevano essere passati solo pochi minuti. La prima cosa che pensai quando lo vidi inginocchiato su di me era che la mia patetica vita era finita. La seconda cosa fu che Qalian - che per qualche empia magia aveva avuto abbastanza fiato per ridere anche dopo un minuto di strangolamento - avrebbe potuto farmi morire già in mille modi. Eppure non l'aveva fatto. Invece, si inginocchiò e mi tese la mano destra. Senza pensarci troppo, gli presi la mano e lasciai che mi sollevasse. Poi, notai un cambiamento nella stanza: i legacci erano stati rimossi dalle due ragazze. Ora entrambe le ragazze giacevano fianco a fianco sotto una pesante coperta di lana. Una di loro aveva gli occhi chiusi. Gli occhi dell'altra erano ancora spalancati e fissavano il muro con lo stesso sguardo vacuo con il quale ci aveva accolti quando eravamo entrati nella stanza.

    "Estratto di palma di fuoco", disse Qalian. "Una goccia fa addormentare persino un cinghiale rabbioso." Per un attimo un accenno di dolore - o era rabbia? - offuscò il suo sguardo. "Non vogliono che la merce faccia resistenza".

    "La merce?", risposi dopo una lunga pausa, ma era più un'affermazione che una domanda. All'improvviso mi sentii insopportabilmente stupido.

    "Sì."

    Deglutii. "Qalian, io ..." - Feci con la mano destra un gesto stanco, che cercasse di abbracciare ogni cosa. "Non capisco." Sembravo a pezzi e annebbiato. "Affatto."

    Qalian sorrise. Poi si sedette sul bordo del letto e cominciò a spiegarmi tutto.

    ~

    Trenta minuti dopo, che mi sembrarono un'eternità, Qalian suonò il campanello della stanza. Le ragazze dormivano ancora nell'ampio letto, rigide e immobili.

    Qalian mi aveva dato un prezioso pugnale poco prima. Era di qualità eccelsa ed era più facile da maneggiare rispetto alla mia vecchia spada di ferro. Aveva fatto solo un cenno affermativo in risposta al mio sguardo insicuro, come un padre che incoraggia il proprio figlio prima della sua prima esibizione.

    Aspettammo entrambi alla porta, in silenzio. I suoi occhi brillavano, come la sera in cui mi aveva parlato per la prima volta dell'incendio. Ma questa volta, c'era anche qualcos'altro nel suo sguardo: desiderio.

    Udimmo un rumore di passi avvicinarsi e notai come Qalian piegasse leggermente le ginocchia. Ci fu un bussare alla porta. Qalian suonò di nuovo il campanello, proprio come concordato con Konthis. La porta si aprì leggermente.

    Nessuno viene al mondo come un essere buono o cattivo, nonostante ciò sia quello che il Cammino vuol farci credere, Jaél. - Nel giorno della nostra nascita, le nostre anime non sono altro che pagine vuote, e solo noi decidiamo cosa vi verrà scritto sopra.

    Una testa sbirciò all'interno della stanza dall'apertura della porta. Un uomo barbuto con grandi occhi e un naso bulboso. I suoi occhi strabuzzarono quando Qalian si precipitò su di lui. Infallibilmente e senza alcuno sforzo, egli vibrò il suo pugnale fino al manico nel collo dell'uomo, che cadde immediatamente. Il suono dell'uomo che cadeva goffamente sul pavimento mi ricordava quello delle pellicce appena macerate che mio padre lasciava cadere sulle assi di legno della nostra casa. Emise un rantolo di protesta. Qalian, al contrario, sembrava bloccato sul posto. Il suo occhio sinistro convergeva selvaggiamente verso destra, l'occhio destro verso sinistra e gli angoli della bocca facevano su e giù. Mi ricordai del mio primo omicidio, delle immagini e dell'estasi.

    Il nettare dei loro peccati.

    Poi si liberò dalla paralisi, si pulì gli schizzi di sangue dalla sua guancia e mi sorrise. Non mi ero mosso di un dito...

    Scriviamo su di loro?

    Una pozzanghera rosso scuro si diffuse da sotto la schiena del morto come i petali che si schiudono di una rosa. Qalian si voltò e uscì dalla porta. Per un momento barcollai, e poi lo seguii.

    Figurativamente parlando, Sì.

    Solo noi decidiamo in che direzione andare nella nostra vita: la via del peccato o la via della rettitudine. Non è facile scegliere la rettitudine, Jaél. Perché la tentazione di essere debole si annida in ogni angolo. Indossa le vesti dell'avidità, dell'ira e dell'indolenza. Noi li chiamiamo "demoni".

    Qalian mise la mano sulla porta d'acciaio della stanza opposta e si fermò.

    Ogni volta che ci arrendiamo a loro, avanziamo sul sentiero del peccato.

    Le sue labbra si muovevano e mormoravano qualcosa che non riuscivo a capire.

    Le prime volte è ancora possibile sfuggirgli. Ma poi più pecchiamo, peggio diventa. E alla fine

    - La porta d'acciaio iniziò a brillare, emettendo fumo, ma Qalian non gli toglieva la mano. -

    loro ci possiedono.

    Il calore e l'odore del metallo fuso iniziarono a riempire l'intero corridoio.

    Questi demoni creano Tiranni. Schiavisti. Assassini. Sono dappertutto e portano nomi diversi.

    Poi la porta con il numero 13 si piegò nel centro come un pezzo di carta bagnata che era tenuto in posizione verticale. Qalian tolse la mano, aprì con un calcio la porta ed entrò.

    Coloro che si sono dedicati completamente a loro, li chiamiamo "Corrotti". Perché questo è quello che sono.

    Sul bordo di un grande letto sedeva un uomo con un viso magro e aristocratico. Lo riconobbi; aveva aspettato con noi nel salotto. Davanti a lui vi era inginocchiato un ragazzo di cui non volevo neanche indovinare l'età. Vi risparmio i dettagli della crudeltà della quale fui testimone. Rimasi comunque sopraffatto dalla situazione, quindi non fui in grado di comprendere cosa stesse succedendo. Posso solo dire che la vista dell'uomo che aveva la bocca spalancata dallo spavento mi fece formicolare lo stomaco. Sentii come il battito del mio cuore accelerare e il mio sangue iniziò a riscaldarsi nelle mie vene.

    Coloro che sono responsabili del male nel nostro mondo, coloro che sono troppo deboli per resistere alla tentazione, per resistere ai demoni. E' a causa loro che c'è guerra, sofferenza e morte. Noi, Jaél, siamo eccezionali. Poiché siamo nati predestinati, e

    - senza esitare per un secondo, Qalian andò verso il letto, spinse il ragazzo da parte con lo stivale e affondò il pugnale obliquamente nel collo dell'uomo -

    il fuoco scorre nelle nostre vene.

    Una fontana di sangue zampillò copiosa, e questa volta la morte non avvenne in silenzio.

    L'uomo emise un terribile urlo e serrò entrambe le mani sulla sua ferita. Per qualche secondo, Qalian guardò la scena e sorrise. Poi afferrò l'uomo morente e lo sollevò di peso con una forza che non avrei immaginato avesse, nonostante il suo fisico atletico.

    Il Fuoco.

    Le grida rantolanti dell'uomo si fecero più forti. Attraverso l'abito di Qalian potevo vedere come si tendeva la parte superiore delle sue braccia. Poi strinse. Il sangue scese dalle sue maniche come un torrente, e sentii un velo di calore formarsi attorno a lui.

    Non sappiamo perché noi siamo stati scelti tra tutte le persone esistenti o da dove proviene la forza che ci guida, ma sappiamo una cosa: siamo qui per proteggere il mondo e per ripulirlo.

    Contro ogni logica sentii una gioia euforica quando vidi l'uomo morire. Mi formicolò lo stomaco e le mie ginocchia si rilassarono.

    Lo giudichiamo,

    mi passò per la testa.

    Lo giudichiamo per i suoi peccati!

    Le mie dita si serrarono sul pugnale. Il mio respiro si fece veloce e ansimante. Ogni muscolo del mio corpo era pronto ad agire. Le grida dell'uomo erano diventate più silenziose e affannate mentre il vestito di Qalian era ora completamente intriso di sangue. Per un momento ebbi la nausea e sentii la bile salire alla mia bocca.

    Questa è follia! Questo è un omicidio!

    una voce dentro di me urlò, forte e chiaro; era la vecchia versione di me stesso, ma allo stesso tempo era patetica e debole, e si sbagliava.

    Quindi ... è nostro compito ... uccidere tutti coloro che hanno ceduto ai demoni?

    Tutti coloro che avevano usufruito dei servizi di questo posto meritavano di morire. Lo avevano fatto a spese di anime giovani e innocenti che avevano avuto la sfortuna di essere troppo povere, troppo insignificanti - o semplicemente nel posto sbagliato al momento sbagliato. I proprietari del bordello li avevano rapiti, drogati e ora li offrivano a coloro che erano ricchi e spietati sufficientemente da mettere i loro bisogni al di sopra dell'etica.

    Erano lascivi peccatori. Concupiti dai demoni.

    Le grida si ripercossero nel corridoio, e pochi istanti dopo si udì un rumore affrettato di passi.

    Stanno arrivando ... e vogliono fermarci.

    Il pensiero mi venne in mente con una serenità quasi indifferente. Sentivo - lo sapevo - che non avrebbero avuto la minima possibilità. Quando la prima persona apparve sulla porta, Qalian rilasciò il collo dell'uomo, che non piangeva più e crollò silenziosamente sul pavimento.

    Non tutti ... ce ne sono troppi. Solo quelli che il Fuoco vuole che muoiano.

    Lentamente e quasi casualmente, Qalian si voltò verso di me. L'umanità che avevo visto nei suoi occhi pochi istanti prima era completamente scomparsa.

    E' questa l'unica ragione della nostra esistenza, Jaél. Siamo quelli che stanno tra l'umanità e la sua completa corruzione, la depravazione che deriva unicamente dalla debolezza dell'uomo.

    La sua faccia era coperta di sangue. Gocce rosse solcavano le sue guance. Alcune di loro si impregnavano nella barba mentre altre gli colavano dal mento come rugiada mattutina sui Fiori rossi di Malphas. Il bagliore nei suoi occhi neri non poteva più essere negato nemmeno dalla parte più pia e sacerdotale della mia mente. L'immagine che ho ancora davanti agli occhi anche oggi, ha al centro una caratteristica dell'uomo che potrebbe essere sorta dalla mente di un dio folle: il suo sorriso.

    Questo è esattamente il motivo per cui siamo qui, Jaél. Queste persone sono dedite al peccato. Sono corrotte, e solo la loro morte riuscirà a

    - Probabilmente ti starai immaginando la folle faccia del Mago Malvagio delle rappresentazioni teatrali, ma hai torto. Se non fosse stato per il sangue, il cadavere e il ragazzo tremante, quel sorriso avrebbe potuto essere quello di un ragazzo che stava per guadagnare un soldo in maniera onesta. Non c'era alcun senso di colpa sul suo viso, nessun desiderio di sangue; solo beatitudine. In effetti ... mi guardò come se la sua azione fosse stata la cosa più naturale di questo mondo.

    E aveva ragione,

    pensai quando lo guardai.

    Quello che avevamo fatto e quello che stavamo per fare era giusto.

    Ogni angolo di questo posto era corrotto, e così pure le persone che facevano uso dei suoi servizi. Eravamo qui - per

    purificare le loro anime.

    Un grido acuto interruppe la mia trance. Sentii il rumore di una spada che veniva estratta dal suo fodero e quando mi voltai vidi colui che la brandiva agitandosi. Ero sorpreso che non mi sentissi affatto nervoso o sopraffatto. In effetti, sembrava come se il tempo si fosse fermato. Ogni mossa di quell'uomo, ogni spasmo dei suoi muscoli, il su e giù del suo petto quando respirava, osservavo il tutto con una chiarezza di pensiero che non avevo mai sperimentato prima. Notai come la presa della mia mano si fosse indurita attorno all'elsa del mio pugnale con una calma quasi stoica. Il Fuoco si gonfiava e il calore stava crescendo dentro di me. Poi le mie gambe si mossero in un modo che prima non avrei mai creduto possibile. Preparai le mie cosce e piegai leggermente le ginocchia. Nello stesso istante, un impulso attraversò il mio corpo e balzai in avanti come un predatore. Sollevai i muscoli della mia spalla destra e girai l'anca prima destra e poi in avanti, il che mi fece spingere in avanti il braccio destro dritto come un dardo di una balestra pyrean. Il mio pugnale penetrò profondamente nel cuore di quell'uomo.

    Lo assolvo,

    mi passò per la testa. Un formicolio esplose nel mio stomaco e nei miei lombi. Il mondo smise di girare. Sentii il mio spirito salire, al di sopra di tutto,

    lontano dal mio corpo,
    nell'oscurità,
    nella luce, sono libero, lo vedo, li vedo, le sue azioni, i suoi peccati,
    sempre più luminosi,
    Li vedo, io -

    ~

    - sono tutt'uno con la sua mente.

    L'uomo che uccido mi sta di fronte, da ragazzo. Siamo in un vicolo buio, sento delle urla. Il ragazzo prende a calci un altro bambino, ancora e ancora, finché la faccia del bambino non è altro che una massa informe sanguinolenta. Il corpo non sussulta più. La mano stringe una pagnotta di pane.

    Il suo primo peccato.

    Un lampo mi attraversò la mente e mi ritrovai in un altro ricordo.

    Questa volta è un giovane uomo, scarsamente barbuto, ma dal viso già segnato. Parla con un'altra figura che annuisce con approvazione. La mano destra dell'uomo ossessionato afferra un coltello e lo infila profondamente nel cuore dell'altro. Prima che la sua vittima tocchi il terreno, la sua mano sinistra lo priva rapidamente del suo borsello dalla cintura. Corre via.

    I demoni sono dentro di lui,

    me ne rendo conto con lucida chiarezza.

    Ha permesso loro di entrare.

    Un altro lampo.

    L'uomo, ormai ossesso, mi sta di fronte da adulto. Lo guardo direttamente in faccia, ma lui non mi vede. Non devo fare alcuno sforzo per notare i demoni nascosti dentro il vuoto dei suoi occhi. Ridono maliziosamente, perché sanno del loro trionfo.

    Lo possiedono,

    mi rendo conto.

    E' perso.

    L'uomo si prostra e parla con una giovane prostituta. Con la mano destra, gioca con un penny; lo gira e lo rigira davanti ai suoi occhi come se fosse un prestigiatore in una fiera. Voglio aiutarla, voglio dirle di correre, ma non posso. La ragazza è d'accordo e inizia a seguirlo. La mette a terra e la trascina in una cantina buia. Riconosco l'edificio. La mia vista si offusca e sento che la connessione cala. Un lampo, poi l'oscurità.

    Vedo il mio corpo mondano, vicino al corpo di quello che ho ucciso. Per un momento c'è un silenzio perfetto. Niente si muove. Nessun suono, nessun pensiero. Vedo il viso dell'uomo, distorto dal dolore, e un tocco di malinconia si insinua nei miei pensieri.

    E' schiavo dei suoi peccati. Non sa cosa fa.

    Ma ha avuto una scelta.

    Avrebbe potuto scegliere il percorso virtuoso, ma ha scelto il peccato. Ha scelto

    i demoni.

    E l'hanno divorato. Guardo il mio pugnale, conficcato profondamente nel suo corpo. Il sangue esce copioso dalla ferita, ma rimane immobile nell'aria, un pezzo di rosso scarlatto, ghiaccio immobile. Non c'è più speranza per lui, mi rendo conto.

    L'ho salvato.

    Poi, con un forte tuono, tornai nel mio corpo fisico. Il fuoco mi divorava come una tempesta divora una piccola barca sul mare. Mi riempiva le vene con estasi, con lava liquida, e bruciavo come il sole. Una folle risata emerse dalla mia gola, la mia bocca si muoveva in modo maniacale; mi allontanai come un burattinaio pazzo.

    Assaporo i suoi peccati!

    me ne resi conto, e il pensiero amplificò fortemente la mia eccitazione.

    Poi il rapimento svanì, veloce come era sorto.

    Anche se era stata un'esperienza forte, questa uccisione non fu intensa nemmeno la metà della prima che feci. La ragione mi sembrava ovvia: mentre i peccati del bruto che avevo ucciso al Bue Rosso erano stati un flusso rapido, i peccati di questa guardia non erano che un rivolo. Sbattei le palpebre per togliere il velo rosso sui miei occhi. Guardai il viso dell'uomo. La sua testa si appoggiò alla mia spalla e la mia mano sinistra si appoggiò sulla sua schiena come se stessi confortando un amico. Mi diede un'occhiata implorante e rantolante. Poi i suoi spiriti vitali svanirono e scivolò a terra con uno stanco sospiro.

    ~

    Fu quando la pozzanghera color rubino raggiunse i miei piedi che mi svegliai dalla mia trance. Ero stranamente commosso e il mio sguardo si alternava tra il pugnale, le mie mani e il cadavere. Rimase solo un pizzico di formicolio nel mio stomaco. Tutto era successo in una frazione di secondo: l'attacco della guardia, il mio colpo mirato e l'estasi. Guardai Qalian che stava ancora vicino al cadavere. Mi fece un cenno soddisfatto e asciugò il pugnale sul lenzuolo. Poi si avvicinò al ragazzo apatico che si era rannicchiato contro il muro. Anche se i suoi occhi erano spalancati, notai lo stesso vuoto che riposava negli occhi delle due ragazze che Qalian aveva "ordinato" per noi. Il mio compagno si inginocchiò davanti al ragazzo, gli mise la mano insanguinata sulla spalla e gli sussurrò qualcosa. Quando il ragazzo lo guardò senza capire, Qalian ripeté le sue parole con una voce più piena. Il ragazzo allora annuì e strisciò sotto il letto.

    "Te la stai cavando bene", disse alla fine Qalian.

    Volevo rispondergli, ma non ce la feci. Il retrogusto dell'estasi era ancora troppo potente. Solo ora mi resi conto che le mie ginocchia e le mie mani stavano tremando.

    Il mio Fratello sembrava essere divertito dalla cosa. Scosse la testa con indulgenza, si alzò e sbirciò nel corridoio.

    "Arriveranno altre dozzine di guardie", disse senza una traccia di disagio. Se fossimo stati ladri, assassini o briganti che avevano fatto irruzione in una locanda per futili motivi, sarebbero seguite cose come "preparati" o "stiamo vicini nella lotta". Ma non disse nulla, perché il silenzio che ci circondava, come refoli di calore delle fiamme ci diceva tutto ciò che dovevamo sapere. In effetti, il fuoco mi aveva guidato, e con esso dentro di me avrei salvato tutte le anime morte che abitavano questo luogo, i visitatori e gli operatori allo stesso modo. Konthis, Yaléna, la donna nel salotto. - Avevano tutti ceduto ai demoni, e non importava se lo avessero fatto per tutta la vita o solo una volta di troppo.

    Annuii a Qalian. Le parole che fiammeggiavano dai suoi occhi erano inconfondibili.

    Compi il tuo dovere.

    ~

    Ricordo solo frammenti di quello che successe durante i minuti successivi - o furono ore? Quante persone uccidemmo? Due dozzine? Tre? Non me lo ricordo. La maggior parte dei miei ricordi si concentrava sull'estasi. I nemici cadevano come foglie sotto i miei colpi come nelle antiche leggende del Popolo della Cenere. Sfuggivo facilmente ai loro pietosi tentativi di difesa, e prima di rendermi conto di quello che succedeva, la mia lama affondava profondamente nella loro carne e io assaporavo i loro peccati. Ricordo come mi ero guardato allo specchio durante il combattimento. La mia faccia era intrisa di sangue, la mia veste era rossa come un'alba di Qyra, e i miei occhi brillavano della follia che conoscevo solo dalle fiabe. Non mi sorpresi del fatto che alcune delle guardie cercarono di fuggire quando ci videro. Ma fu invano: nessuno dei corrotti lasciò vivo il bordello.

    Solo un omicidio ricordo particolarmente bene: quando arrivammo al secondo piano, sorprendemmo un uomo che stava tentando di aprire una porta del balcone. Come ci notò, cadde in ginocchio e implorò pietà. Qalian afferrò l'uomo per il colletto e lo trascinò in una stanza adiacente. Una mezza aeterna di circa 16 inverni giaceva sul letto. Era completamente nuda e le sue membra erano legate alle colonne del letto. Le catene erano talmente strette che si erano formati dei calli sanguinolenti blu ai polsi e alle caviglie. Con notevole sobrietà notai che una volta la ragazza doveva essere molto carina. I suoi capelli erano un oceano imperioso di riccioli marroni, e il suo viso era di una bellezza delicata e fragile come si poteva trovare solo in quelli di sangue di aeterna. Tuttavia, era stata sfigurata. Profonde ferite le coprivano la schiena come solchi su un campo appena arato, numerosi lividi stavano affiorando sulle sue cosce e sulle sue braccia. Tutte le ferite erano fresche, indicando che era stata maltrattata proprio quella mattina. Qalian afferrò il collo del vecchio e lo costrinse a guardarla mentre sussurrava parole nel suo orecchio. Egli scoppiò in lacrime, chiese misericordia, parlò della sua famiglia, del Sentiero e della Retta Via. Mi venne da ridere. Di fronte alla morte, tutti si rammaricavano delle loro azioni - ciò mi apparve chiaro dopo il mio terzo omicidio. Anche se avessimo voluto perdonarli, non saremmo stati in grado di farlo. Chiunque avesse peccato una volta avrebbe peccato ancora; i demoni si sarebbero occupati di ciò.

    Questo era ciò che Qalian disse all'uomo, ma quello rimase ostinato e privo di discernimento, giurando che si sarebbe pentito. Alla fine, conclusi la tragedia. In contrasto con i precedenti omicidi che avevo eseguito con il mio pugnale, istintivamente presi il gatto a nove code che l'uomo aveva usato per torturare la ragazza. Egli lottò e fece una smorfia, ma Qalian lo strinse forte finché lo strangolai. Il sapore dei suoi peccati era stantio. Corruzione. Frode. Era un uomo cattivo, un cattivo padre, e l'atto di tortura che aveva compiuto oggi e che gli era costato una notevole quantità d'oro era stato il primo del suo genere. Quando alla fine crollò di fronte a me, una borsetta di pelle splendidamente ricamata cadde dalla sua veste. Il suo contenuto si distribuì sul pavimento accanto ai miei stivali macchiati di sangue. Stavo per voltarmi quando notai un oggetto d'oro scintillante: una spilla su cui era incisa la testa di un orso. Uno stemma di famiglia. Sconcertato, mostrai la mia scoperta a Qalian: avevamo ucciso un nobile. Quali sarebbero state le ripercussioni per noi? La sua risposta fu quella che mi diede spesso, a prescindere dalla domanda: un sorriso.

    Yaléna, la bellezza dagli occhi freddi, fu quella che si difese nel modo migliore. Invece di cercare di scappare come gli altri, ci tese un'imboscata nel corridoio. Il combattimento tra lei e Qalian durò un buon minuto, ma considerando la facilità con cui bloccava i suoi attacchi, pensai che lui lo stesse prolungando solo per divertimento. Non appena la concentrazione della donna vacillò per una frazione di secondo, Qalian ne approfittò per pugnalarla profondamente nell'addome. Ella si piegò rantolando, cercando invano di impedire che il sangue scuro uscisse dalla ferita. Aprì la bocca nel tentativo di dire qualcosa, ma non ebbe mai la possibilità di farlo: con un colpo massiccio e mirato Qalian le separò la testa dal busto. Per un momento, egli socchiuse gli occhi mentre il suo viso era inondato di gioia, e il calore nella stanza aumentò a un livello tale che persino io riuscivo a malapena a reggermi in piedi.

    Meno di cinque minuti dopo, anche Konthis pronunciò il suo ultimo grido. Come tutti gli altri, implorò pietà, ci promise di cambiare vita, ci offrì oro e donne.

    Un attimo dopo eravamo fuggiti dalle ombre della Città Sotterranea.
     
    Ultima modifica: 11 Febbraio 2026
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  16. alaris

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    Bellissimo video condividendo l'analisi fatta.
    Mi è piaciuto molto questa affermazione:
    "essere a Skyrim è come essere a casa e gran parte di questa sensazione ci viene restituita proprio dalla colonna sonora che accompagna ogni singolo momento della nostra avventura"
     
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  17. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    Un libro difficile, l'ottavo. Rituale. Esoterico. Questo libro e la parte mancante del libro successivo hanno molta importanza in una tra le quest più abissali del gioco. Ho pensato di mettere come commento la musica del video del Guardiano Nero di cui ho tradotto i sottotitoli. Un video che è rimasto e rimarrà per sempre nella mia vita come qualcosa di estremo, profondo, assoluto.




    Il Macellaio di Ark - Volume 8: Maschere


    Capitolo 8: Maschere

    Passarono tre mesi prima che Qalian mi considerasse degno di eseguire il rituale per divenire un Fratello della Bilancia Nera a tutti gli effetti. Mi chiese se volevo davvero intraprendere quella strada ora che ero diventato consapevole della sua vera natura. Il fatto di essere rimasto, era già una risposta sufficiente. Dopotutto, cos'altro avrei dovuto fare?

    Ero fuggito da una paura indefinita, lasciando la mia vecchia vita per scoprire da dove venisse. Per quanto possa sembrare assurdo, ebbi la sensazione di aver trovato la strada giusta in Qalian e nel

    Fuoco.

    Siamo nati Servi della Bilancia,

    mi disse una sera.

    Ma sta a noi riconoscere la nostra determinazione.

    Lui stesso era figlio di un nobile, come mi aveva confidato. Anche se, a differenza di me, ricordava i primi anni della sua vita, aveva sempre la vaga sensazione che fosse destinato a essere diverso. Anche nella sua mente c'era qualcosa di nascosto che non era in grado di spiegare e aveva anche dei fugaci momenti in cui quel qualcosa attraversava la soglia della sua coscienza. La sua prima Purificazione fu un'esperienza cruciale: un'assassina era stata assunta da una famiglia rivale per vendicarsi. Era camuffata da cameriera ed era entrata nelle sue stanze per ucciderlo, ma lui la vide attraverso quel travestimento e la sconfisse. Il nettare dei peccati di lei fu il suo primo passo.

    Non volle dirmi quali altri ostacoli lo aspettarono dopo quel momento. Sapevo solo che io stavo per superarne uno. Non mi importava dell'incertezza durante la lunga attesa. Avevo imparato molto e per la prima volta nella mia vita mi sentivo speciale. Quanto sciocca mi appariva tutta quella gente per le strade! Pieni di ignoranza, vivevano le loro vite ordinarie, pregavano gli dei e credevano che il solo seguire il Sentiero e mostrare pietà fossero sufficienti a proteggerli dall'abisso. Ahimè, quanto erano illusi! Non vi era alcun potere divino in grado di liberarci dalla responsabilità di proteggerci dal peccato. Noi soli decidevamo in cosa cedere e quando agire debolmente.

    Le persone non vogliono assumersi la responsabilità di se stessi, amico mio,

    mi disse una volta Qalian.

    Non l'hanno mai fatto.

    Iniziai a vedere sempre di più il mondo come un tavolo da gioco. Le stelle, la natura o delle divinità a noi sconosciute dettavano le regole e poi osservavano deliziosamente come l'umanità lottasse per farvi fronte. Avevano forse il potere di rimuovere la tentazione e il peccato dal mondo? Non lo sapevo. Tuttavia, il male non avrebbe mai dovuto prendere il sopravvento, ed era per questo che eravamo chi eravamo.

    Era una sensazione appagante essere un uomo vedente tra un'infinità di ciechi. Tante volte nella mia vecchia vita mi ero sentito impotente, arrabbiato per la poca giustizia che trovavo nel nostro mondo. Quante volte - anche nel mio piccolo villaggio - avevo visto un uomo colpevole e peccatore che eludeva la sua giusta punizione a causa dello status, del prestigio o dell'oro, mentre un vagabondo veniva gettato in prigione solo per aver rubato un pollo. Questi eventi mi avevano inasprito, ma pensavo che fossero semplicemente così che andavano le cose. La Bilancia Nera, però, cambiò tutto, e il pensiero di farne parte mi riempì di trionfo ed euforia in un modo che non ero nemmeno in grado di comprendere. Era questa la ragione della mia ansia? Che io, Jaél, il figlio del Conciatore, avessi sempre percepito il mio vero destino? Quello di portare la Giustizia nel mondo?

    Anche adesso, dopo aver realizzato la follia della Bilancia, non posso rispondere alla domanda. So solo che mi sembrò

    giusto

    a quel tempo.

    In contrasto con ciò che si poteva pensare, i Fratelli della Bilancia non sceglievamo arbitrariamente le loro vittime. Quando un corrotto era responsabile di troppi peccati, il membro scelto per l'uccisione era informato della "missione" con una lettera. Non capii mai come queste lettere trovassero sempre la giusta strada, indipendentemente dai luoghi e dalle circostanze. Contenevano solo due informazioni: un disegno e un nome. Il resto - la raccolta di ulteriori informazioni e la pianificazione dell'assassinio - era compito del prescelto.

    Prima della mia prova, Qalian aveva ricevuto quattro di queste lettere e avevo assistito a tre delle uccisioni.

    Adesso potresti stupirti della disinvoltura con cui sto scrivendo queste cose, ma come ho detto: non c'è quasi nessuna circostanza a cui la mente umana non si adegui. E io mi ero adattato alle Purificazioni. Erano sempre giustificate, per quanto crudeli apparissero. Tutte le persone che uccidemmo erano corrotte ed erano riuscite a sfuggire alla giustizia con ricchezza o astuzia. Ma non riuscirono ad evitarci. La Bilancia era più vecchia di Enderal, dei NovaLuce, forse anche delle maree. Nessuno sapeva quale principe, dio o entità informe tirasse le fila, e nessuno sapeva come gli eletti fossero diversi dalla gente comune.

    Anche se fossi stato in grado di farlo, non indagai mai sull'argomento. Non mi importava del perché avessi incontrato Qalian e da dove la strana visione avesse avuto origine.

    Con il Fuoco nel mio sangue non ero più solo "uno qualunque". Ero speciale.

    ~

    Era esattamente quello che provavo quando sedetti vicino a Qalian in una carrozza tre lune più tardi. Era giunto il momento, mi era stato detto. Finalmente ero degno.

    Degno...

    Volevo guardare fuori dalla finestra, ma mi fu ricordato che il vetro era velato da un drappo nero. Nessun raggio di luce penetrava nella cabina, solo una lanterna al soffitto emetteva un po 'di luce.

    "Dovrai abituarti a questo", disse Qalian. "Anche io non conosco le posizioni dei bastioni."

    "Bastioni?"

    "Le fortezze. I loro templi. Ce n'è uno in ogni continente, ma nessuno sa dove siano."

    Annuii. "Se fossi una spia, sarei capace di far saltare la copertura." replicai.

    "Non lo faresti", rispose Qalian. "La Bilancia Nera non può essere distrutta, tanto quanto un pensiero proibito non può essere cancellato. Puoi vietarlo per legge, puoi bruciare tutti gli scritti che ne parlano, ma non scomparirà mai. Questa prova non riguarda la tua lealtà", continuò. "Se non fossi leale, ti avrei ucciso molto tempo fa."

    "Di cosa si tratta allora?"

    "A proposito dei limiti." Si fermò un attimo, come se stesse ordinando le sue parole. "Potresti credere di averli già superati, ma non l'hai fatto. Nel profondo" - indicò tra gli occhi con il suo indice - "esistono ancora."

    "Noi, che dedichiamo tutto noi stessi, alla Bilancia, siamo diversi dagli altri, Jaél."

    Annuii. "Il Fuoco."

    "Sì, il Fuoco. Ma non cadere in errore, non sai tutto. Sei stato guidato dalla sua forza, senti la sua voce dentro di te e hai assaporato i peccati dei corrotti. Tuttavia, questa è solo una piccola parte di ciò che costituisce un vero servitore della Bilancia."

    Il mio stomaco mi prudeva come se il Fuoco approvasse le parole di Qalian. Le sue parole risuonavano nella mia mente. Sentivo che c'erano ancora miglia tra me e il mio compagno e mentore. A parte l'ovvio - la sua abilità nell'uccidere e la sua sicurezza di sé - c'era altro che non ero in grado di spiegare. Più ci pensavo, più mi rendevo conto che era qualcosa nel suo

    sguardo,

    qualcosa che riguardava il modo con il quale guardava il mondo. "Lucido" fu la parola che mi venne in mente.

    "E cosa lo definisce esattamente?" chiesi alla fine.

    "Nessun limite", rispose. "Dedizione totale."

    Quando vide la mia faccia confusa, sorrise. "E' quello che hai cercato per tutta la vita senza trovarlo. E' ciò a cui tutti aspiriamo, ma che solo pochi sono destinati a vivere." Si appoggiò all'indietro e incrociò le gambe. "E tu hai l'opportunità di essere uno di loro."

    Non aggiunsi altro perché sapevo che Qalian non voleva

    - non poteva -

    dirmi di più.

    Circa un'ora dopo arrivammo. Il cocchiere, che la sera ci aveva prelevati senza proferir parola, aprì la porta, tenendo un cappuccio di stoffa nera nella mano destra. Non ero in grado di riconoscere altro se non la chiara luce delle stelle all'esterno. Qalian prese il cappuccio con entrambe le mani.

    "Mi dispiace, ma questo è necessario."

    Mi resi conto di cosa stava per fare e non feci resistenza. Il tessuto scivolò silenziosamente sopra la mia testa, e tutto divenne nero come la pece. Poi Qalian mi prese la mano e mi guidò fuori. Sentii un rumore particolare quando iniziai a camminare.

    Neve.

    "Vieni", disse Qualian mentre mi tirava per il braccio sinistro.

    Lo seguii.

    ~

    Dopo circa mezz'ora entrai per la prima volta nel Bastione enderaleano della Bilancia. Gli echi dei nostri passi indicavano che eravamo entrati in una specie di grotta. Qualche istante dopo il suono di parecchie altre voci si mescolò al nostro. Mi fu detto di sedermi. La mia benda venne rimossa, ma mi ordinarono di non aprire gli occhi fintanto che non avessi sentito il suono di una campana. "Guarda attentamente", sussurrò Qalian prima che le voci e i passi si dissolvessero e che una grande porta fosse chiusa.

    Tenni diligentemente gli occhi chiusi. Un limpido scampanellio risuonò.

    Aprii gli occhi. Ero in una grande stanza rotonda con alte mura e un soffitto a cupola che sembrava quasi l'interno di una cappella. Era vuota tranne che per numerosi candelabri dalle tremolanti fiamme cremisi e una colonna simmetrica di alti pilastri precisamente distanziati che portavano dall'altra parte. Solo in un secondo momento notai i dipinti alle pareti.

    I dipinti erano diversi da quelli che ero abituato a vedere nei templi di Enderal. Non rappresentavano dei santi o le dodici tappe del viaggio dei Pionieri. Erano divisi in nove diverse immagini. Girai la testa a sinistra per esaminare l'immagine accanto a me.

    Mostrava un uomo atletico in piedi che percorreva una strada di pietra irregolare diretta su di una collina. Era nudo tranne che per un perizoma. L'ambiente era brullo e simile alla tundra, magnificamente illuminato da un limpido chiarore lunare. L'uomo distoglieva lo sguardo dalla luna. Indossava una semplice maschera d'acciaio. Non aveva ornamenti, ma solo due strette fessure per gli occhi, eppure qualcosa mi affascinò in un modo che non ero in grado di descrivere. Sembrava... impeccabile. Ogni muscolo del corpo dell'uomo era contratto. Allungava le mani verso il cielo, come se si aspettasse una benedizione divina. Fissai il dipinto per un momento senza fine. Emetteva qualcosa che poteva essere descritto, come un'aura, e mi faceva provare gioia e ansia. Solo pochi minuti dopo notai una piccola scritta nell'angolo inferiore del dipinto. Aguzzai la vista per leggerla.

    La rinascita.

    Tenni lo sguardo sul dipinto per qualche altro istante, aggrottando le sopracciglia; poi mi girai. Il dipinto era affascinante, ma avevo una prova da superare, anche se non ero ancora consapevole della sua natura. Così rivolsi nuovamente lo sguardo avanti e aspettai.

    Tuttavia, non successe nulla. Iniziai a sentirmi a disagio. Cosa si aspettavano da me? Guardai incerto dietro di me, la porta d'acciaio era chiusa.

    Forse dovrei mostrare pazienza.

    Cercai di calmare i miei pensieri. Abbassai di nuovo lo sguardo e provai a meditare come mi aveva insegnato Qalian. Passarono cinque minuti. Dieci. Niente.

    Sentii il mio stomaco brontolare e mi diedi dello stupido perché non avevo mangiato niente prima della nostra frettolosa partenza.

    Mi sto solo stirando le gambe - sono sicuro che a nessuno dispiacerà.

    Le ginocchia scricchiolarono mentre mi alzavo. I miei polpacci erano indolenziti dalla lunga attesa. Con attenzione e lentamente attraversai la stanza, come se i miei ipotetici osservatori potessero sentirsi offesi da qualsiasi mio movimento improvviso. Speravo che una voce strana e misteriosa mi liberasse dall'incertezza, o che apparisse un'altra persona.

    Vana Speranza. Passarono due ore, e nemmeno un granello di polvere sembrava essersi spostato nella sala sacrale. Solo allora capii che nessuno si sarebbe presentato. A qualunque cosa si riferisse questa prova, dovevo agire da solo.

    Ma cosa dovevo fare?

    Ero certo che il modo per superare il test non mi avrebbe condotto verso la porta dietro di me. Così cercai di trovare un indizio nascosto nella stanza. Iniziai a sentirmi impotente. Di cosa si trattava? Forse volevano testare la mia forza di volontà?

    Che assurdità,

    pensai con rabbia. Soppressi l'impulso di tornare alla porta e bussare.

    Che cosa faranno a coloro che non superano il test?

    Ne avevo un'idea, ma non ero ansioso di saperne di più.

    Qalian avrebbe dovuto avvertirmi,

    pensai amaramente.

    O almeno avrebbe dovuto averlo...

    Guarda attentamente.

    Mi fermai. Era un indizio? Ma su cosa? La stanza era vuota. Ma...

    i dipinti.

    Naturalmente - come potei essere così cieco? Avevo considerato le immagini come semplici decorazioni. Dove potevano celare la soluzione di questa prova?

    In fretta mi girai e mi fermai davanti all'immagine a destra della porta.

    Pensai, se i dipinti sono collegati e l'immagine a sinistra che mostra l'uomo - La rinascita - è l'ultima, questa deve essere la prima.

    Osservai il dipinto con incertezza. Anche questo mostrava un uomo, nudo, che guardava lo spettatore. Indossava una maschera, come l'uomo della Rinascita, e anche se era meno atletico, sembrava essere la stessa persona. La maschera, tuttavia, era diversa. Era fatta con un sottile tessuto color pelle e mi sembrava piuttosto una seconda pelle, stretta e raggrinzita come la pelle di un vecchio morente. Distolsi il mio sguardo con una sensazione di disgusto che non riuscivo a spiegare ed esaminai il resto dell'immagine. All'inizio pensai che la superficie riflettente su cui si ergeva fosse un pavimento di pietra levigata, ma poi capii che era acqua. L'area intorno all'uomo era piena di nebbiolina, e solo pochi sparuti alberi di pino, rappresentati in modo surreale, riempivano lo scenario.

    Cosa dovrebbe significare?

    Per un momento adorai il tratto artistico del pittore. Le immagini erano fatte con colori ad olio, eppure sembravano stranamente vive. Quanti artisti al mondo avevano una tale esperienza? Non molti, mi dissi. C'erano anche lettere su questo dipinto.

    Il Limbo.

    Mi accigliai. Gli arcanisti definivano "Limbo" lo stato di squilibrio, dopo aver sovraccaricato le proprie capacità mentali. Meditai sulla parola, scossi la testa e andai al secondo dipinto.

    Le immagini erano abilmente interconnesse l'una con l'altra. La seconda immagine emergeva dalla nebbia del primo dipinto e raffigurava il cielo dal punto di vista di un uccello. Le nuvole erano come fumo crescente, affogate in una luce sanguigna dall'orizzonte rosso pallido. Al centro c'era la sagoma di un uomo: pendeva dal cielo su fili di seta, come un burattino del dio del sole, e la sua bocca era spalancata, come se emettesse un grido. Questa immagine era stata anche intitolata enigmaticamente:

    Il Lavaggio.

    Quel titolo innescò un ricordo in me. Non avevo forse letto di un rituale con quel nome?

    Sì...

    Confermai il mio pensiero,

    il viaggio nomade dei Qyraniani, quando si avviavano a cercare la Montagna Rossa. Prima di andarsene, dovevano eseguire una purificazione simbolica in uno dei loro fiumi sacri, presumibilmente per mondare il loro sé precedente.

    Un nuovo inizio, per così dire, una purificazione spirituale. Poteva essere quello il significato dell'immagine?

    Mi guardai intorno velocemente. Ero ancora solo. L'immagine successiva, era anch'essa connessa con quella precedente, mostrava l'uomo nudo, coperto di terra e inzuppato d'acqua, che si trascinava verso la costa, probabilmente proveniente dal mare avvolto dalla nebbia. Il suo titolo era

    La Prima pietra.

    Il sole splendeva sul corpo dell'uomo, e la sua luce era anche il fondamento della immagine successiva, che suscitava vergogna in me. Mostrava l'uomo a terra, che ora sembrava più atletico e ben nutrito rispetto all'ultimo dipinto, nell'atto di fare l'amore con una donna. La sua pelle era lucida, impregnata di sudore, e sul suo petto era coperto di schizzi di sangue. Indossava una maschera di stoffa, sotto la quale si vedeva un sorriso diabolico. La donna con cui l'uomo aveva rapporti sessuali gli mostrava le spalle. Era stilizzata in modo non convenzionale. I suoi lunghi capelli intrecciati scendevano giù per la sua schiena come un torrente di perle nere, e due corna emergevano dalla sua fronte. La sua faccia era irriconoscibile. L'ambiente in cui si trovava la coppia assomigliava a un macello. Le pozzanghere di sangue sul pavimento abbagliavano la vista e un cadavere giaceva ai piedi dell'uomo. Mi inginocchiai e lessi il titolo dell'immagine:

    Il Primo Fuoco.

    Solo quando ebbi letto l'ultima parola, fu come se un velo fosse caduto dai miei occhi.

    Sì, Jaél...

    Questa è una evoluzione,

    mi passò per la testa.

    Una trasformazione.

    Non avevo idea, se fosse stato fatto a caso o fosse voluto, che l'uomo del primo dipinto camminasse attraverso strati di nebbia. Ma non c'erano dubbi: ero io, prima che avessi la visione, quando vivevo nel pallido grigiore che chiamavo casa mia ed ero sempre consapevole che la mia vita rimaneva indietro rispetto alla mia vera determinazione - Nel "Limbo". Il "Lavaggio" era a dir poco la visione che mi aveva strappato da questa vita, la "Prima pietra" era la mia fuga da Fogville. E

    "Il Primo Fuoco"

    - ebbi un brivido gelido lungo la schiena -

    era il mio primo omicidio.

    Guardai il dipinto successivo. Mostrava l'uomo, seduto di fronte a una fontana asciutta, all'interno di un cortile di un tempio che era ricoperto di viticci. Invece della maschera di stoffa, ora indossava una maschera di metallo sottile quanto la lama di un rasoio, ma la sua faccia era ancora visibile al di sotto. Al suo fianco sedeva una donna con i capelli rosso fuoco. L'immagine era intitolata

    Il Compagno

    e ne compresi immediatamente il significato. Anche se Qalian non era una donna, e la nostra prima conversazione non si era svolta in una bella rovina, fu senza dubbio Qalian che mi salvò dal caos che stavo vivendo dopo il mio primo incontro con il Fuoco.

    Nulla di tutto questo è una coincidenza.

    Qalian sapeva che ero un potenziale fratello, che il Fuoco mi scorreva nelle vene? Il suo sguardo curioso quando ero entrato nella taverna mi suggerì che era così.

    Se i primi dipinti mostravano il mio sviluppo, allora quelli successivi avrebbero potuto aiutarmi a superare questa prova!

    Stimolato dai miei pensieri, continuai ad ispezionare i dipinti. Sospettavo cosa avrebbe mostrato il prossimo e le mie aspettative si avverarono. Il suo titolo era

    La Pioggia di Fiamme

    e mostrava l'uomo e la donna dai capelli rossi su di un campo di battaglia. La sua maschera ora sembrava essere più spessa, e un cielo plumbeo, denso di nuvole e perforato solo da tre raggi di luce morenti aggiungevano un'atmosfera cataclismatica all'immagine. L'uomo e la donna stavano in piedi spalla a spalla. Il volto della donna esprimeva lussuria e impeto battagliero. Corpi coperti di sangue, con facce asimmetriche e senza sopracciglia, erano sparpagliati per terra. L'immagine simboleggiava senza alcun dubbio l'incidente nella Città Sotterranea, la lezione di Qalian. Il quadro successivo mostrava alcune donne, tendere la mano all'uomo. Se non avessi visto le immagini precedenti, probabilmente l'avrei considerato sgargiante.

    Il Tempo del Riposo.

    Il mio cuore pulsava frenetico. I paralleli tra le immagini e le mie esperienze precedenti erano finiti qui. Dopo il "Tempo del Riposo", che in un certo senso descriveva il mio "apprendistato" con Qalian, ero stato portato qui. La soluzione all'enigma doveva essere nei prossimi due dipinti murali. I miei occhi si fecero pesanti e iniziai a tremare leggermente mentre guardavo la prossima immagine che era nascosta nell'ombra dei pilastri.

    Il Presente.

    L'uomo era all'interno di una stanza circolare. La sua faccia era ancora coperta da una maschera d'acciaio, ma alla luce delle candele della sala era chiaramente visibile che non era metallo

    perfetto.

    No .. La faccia dell'uomo era ancora abbastanza riconoscibile al di sotto, e sembrava

    debole.

    Sentii aumentare dentro di me un'ondata di disgusto che non riuscivo a spiegare. L'uomo nudo era inginocchiato nel mezzo della grande sala, la sua faccia malaticcia ed elegiaca era girata verso il soffitto del dipinto, con le braccia che gli pendevano debolmente lungo i fianchi. Il suo corpo era liscio e splendente, la sua pelle coperta di macchie marroni.

    Cosa...?

    Con la comprensione arrivò il panico.

    Fissai il dipinto. All'inizio non potevo credere a quello che vedevano i miei occhi. Quando guardai più da vicino i miei dubbi furono cancellati dagli accurati segni del pennello. A prima vista mi ero sbagliato. Le macchie che ricoprivano il corpo dell'uomo non erano marroni, ma rosse. Non erano causate da fango o sporcizia, ma dal sangue.

    Un taglio orizzontale aveva reciso la gola dell'uomo e il sangue fuoriusciva da esso. Solo in quel momento notai un piccolo oggetto alla sua sinistra che gli era indubbiamente scivolato dalla sua debole mano: un pugnale. Istintivamente distolsi lo sguardo e indietreggiai.

    No,

    pensai. No. Non erano necessarie ulteriori riflessioni per comprendere il messaggio del dipinto. Dovevo uccidermi.

    E' difficile dire cosa provai in quel momento. Ero molto restio a spogliarmi nudo come il mio alter ego dei ritratti ma dopo un minuto di riflessione lo feci. Dovevo. Non volevo assolutamente inginocchiarmi in mezzo alla stanza, come un credente che si aspetta una benedizione, ma lo feci. Mai nella mia vita sentii così tanta ansia. Sollevai il pugnale alla gola. Il mio orecchio interno udì un suono disgustoso e lacerante, alimentato dal ricordo del mio primo omicidio. No...

    nessun uomo sano di mente avrebbe usato il coltello su se stesso, con le mani tremanti, il corpo fradicio di sudore freddo, gli occhi chiusi come un bambino che cerca di svegliarsi da un incubo.

    Tuttavia, un uomo sano di mente non avrebbe seguito la visione. Un uomo sano di mente avrebbe accettato la punizione nella stalla, vagando con alcuni lividi e ossa rotte.

    Ma nessun uomo sano di mente veniva scelto dalla Bilancia Nera.

    Chiusi gli occhi e strinsi la mano tremante attorno all'elsa dell'arma. In quel momento, non volevo altro che svegliarmi da questo incubo ridicolo, lasciare che l'acciaio freddo cadesse a terra, alzarmi e fuggire, in qualche modo...

    Senza limiti...

    Tagliai.
     
    Ultima modifica: 13 Febbraio 2026
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  18. f5f9

    f5f9 si sta stirando Ex staff

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    :emoji_fearful: epopea impressionate! (mi fa venire in mente l'ultimo anno della prima era di peterson)
     
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  19. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    Stiamo arrivando al finale. Il nono volume è il momento in cui la svolta si prepara, in cui l'abisso non è come sembra.

    Ma in Enderal niente è come sembra.

    Mi sembra giusto il brano musicale della Rhalata come commento.



    Il Macellaio di Ark - Volume 9: L'Ascesa


    Capitolo 9: L'Ascesa

    La prima cosa che sentii fu stupore. Non provavo dolore, anche se sentivo chiaramente il taglio alla gola. Invece, provai una sobria certezza. Mi ero appena ucciso.

    Chiusi gli occhi e aspettai.

    Il dolore esplose dopo esattamente ventisette secondi. Provai a urlare, ma emisi solo un rantolo soffocato. Caddi e rotolai di lato, le mie ginocchia raccolte al petto come un bambino che sta gelando.

    Dopo novantasei secondi il mio campo visivo era diventato un vetro colorato sporco di rosso scuro, e le mie forze si stavano affievolendo. La pozzanghera rossa sotto di me era diventata grande, e mi chiesi se i numerosi animali che il mio padre adottivo o i suoi fornitori avevano ucciso per ottenere le loro bellissime pellicce avessero provato le stesse sensazioni che stavo provando io. Dopo centocinque secondi sentii come la vita mi stesse abbandonando ed emerse una piacevole sonnolenza. Che bella sensazione sarebbe stata, semplicemente chiudere gli occhi e dormire, per sempre e in eterno, in pace e tranquillità ... Dopo centocinquanta secondi smisi di contare.

    Mi svegliai.

    Il primo cambiamento che notai era difficile da descrivere. Anche se la stanza intorno a me era superficialmente identica, sentivo che qualcosa non andava, come se un uomo deforme cercasse di nascondere la sua vera faccia sotto una maschera. L'altro cambiamento era di natura fisica, e lo notai quando istintivamente misi la mano destra sul petto. Il mio cuore non batteva più. Esaminai il mio collo incredulo. Il taglio era ancora là, ma il flusso di sangue si era fermato. La mia vista era tornata alla normalità, la mia mente era chiara. Notai un terzo cambiamento quando mi guardai intorno.

    I dipinti avevano preso vita. La nebbia nel "Il Lavaggio" girava su se stessa. Un lampo fatto di pittura ad olio balenava all'orizzonte, svanendo in un grigio latteo un momento dopo. L'uomo stesso stava levitando su e giù come un cadavere dimenticato nell'oceano. Non ero in grado di capire quello che vedevo, e il mio sguardo passava da "La Prima Pietra" a "Il Primo Fuoco".

    La stessa cosa.

    Tutti i dipinti si muovevano. I raggi del sole di "Il Tempo del Riposo" mi accecavano, e il sangue denso scorreva lentamente dal collo dell'uomo nel dipinto della prova. Per un attimo non successe nulla. Poi, sentii un suono come quello di un panno che si strappava, e allo stesso tempo tutti i volti mascherati delle figure dipinte si girarono nella mia direzione. Mi fissavano tutti, e anche se le loro maschere coprivano almeno parzialmente i loro occhi, sentivo il loro sguardo su di me come un potere oscuro. Avrei dovuto provare paura, ma invece il Fuoco iniziò a scintillare e risvegliarsi dentro di me.

    Hei. non vogliono farmi del male,

    mi passò per la testa.

    Vogliono guidarmi.

    Vidi le figure lasciare i loro dipinti. La vernice di cui erano composte scivolava dal loro corpo. Per un momento si fermarono. Poi scattarono verso di me. I loro passi non facevano rumore. Solo la vernice sgocciolante faceva un suono cosà surreale che non saprei descrivere. Ad ogni passo che facevano, lo scintillio dentro di me si intensificava. Formarono un cerchio attorno a me e si fermarono. Poi tutte assieme alzarono la loro mano destra portandola al volto. Lentamente e con fermezza le guardavo, desideroso di non perdere nessun particolare della situazione, e sentivo cambiare le emozioni. Disprezzai l'uomo magro di "Il Limbo". Quanto era debole e quanto era patetico. La speranza sorse in me quando guardai l'uomo di "Il Primo Fuoco". L'uomo di "La rinascita", il dipinto che avevo visto per primo, lo adoravo. Emanava dignità e potere, che non avevo provato prima. Niente poteva penetrare l'acciaio freddo della sua maschera. Aveva attraversato il

    Limite.

    Era perfetto.

    Il Fuoco ora riempiva ogni parte del mio corpo, le mie braccia, le mie gambe, il mio petto e i miei lombi.

    Hai scelto la strada giusta,

    Sentii un sussurro dentro di me.

    Ora lasciati andare.

    Sospirai, come un uomo che tiene tra le braccia la sua amata dopo anni di separazione. Poi ho annuii alle figure dei dipinti.

    Tolsero le loro maschere e io urlai.

    [Qui alcune pagine sono state accuratamente asportate dal manoscritto originale.]

    ... riaprii gli occhi. Ero completamente nudo, disteso sul caldo pavimento di pietra della sala, ma non sanguinavo più. Subito la mia mano si spostò alla mia gola. La ferita era sparita, anche se il sangue era ancora visibile sul mio collo, sul mio petto e sul pavimento. Mezzo sollevato, mezzo scioccato, aprii la bocca e rimasi senza fiato. Poi mi sdraiai sul pavimento e fissai il soffitto. Una calda e piacevole sensazione riempà il mio corpo. Avevo passato la prova; lo sapevo quanto sapevo che sarei stato perseguitato fino alla fine dei miei giorni da ciò che avevo visto sotto le maschere delle mie controparti dipinte. Un suono di incredulità, destinato a diventare una risata, lasciò la mia gola.

    L'avevo fatto. L'avevo visto.

    E ora ero un Fratello della Bilancia.

    Una sensazione di potere salà dentro di me mentre pensavo a questo. Questo potere era diverso da quello che provavano gli arcanisti quando lasciavano che le eventualità diventassero la verità, o da quello che facevano gli sciamani quando si collegavano al mondo degli spiriti con il loro canto. La magia della Bilancia era diversa, incontaminata,

    immacolata.

    Girai la testa con uno sforzo e guardai i dipinti. L'uomo mascherato era sparito. Non ero sorpreso.

    Quando mi alzai, sentii una pesante stanchezza sopraffarmi. Mi vestii e presi il mio pugnale dal pavimento. Il sangue sulla sua lama era ancora fresco. Lo guardai a lungo. Poi lo ripulii nei miei pantaloni e lo misi nel suo fodero. Un attimo dopo lascai la sala.

    Oh, quanto mi sentivo completo quel giorno.

    ~

    La mia cronaca giunge al termine e non voglio perdere tempo con altre narrazioni inutili. Il tempo scorre più veloce di quanto l'inchiostro su questo foglio non si asciughi, ed ero molto stanco degli eventi degli ultimi giorni. Leggere la pagina precedente mi ha riempito di rabbia. Quanto erano inappropriate le mie descrizioni, quanto fragili i miei pensieri. Posso solo sperare che siano sufficienti.

    Permettimi di iniziare la parte finale con una correzione: contrariamente alle affermazioni di alcune persone, non sono un assassino senza scrupoli. Tutto ciò che ho scritto finora è veritiero, non importa quanto possa sembrarti bizzarro. La Bilancia Nera mi aveva scelto, molto prima che me ne accorgessi. Mi aveva trovato, mi aveva dato un assaggio del mio destino e mi aveva fatto diventare uno di loro. Se c'era una cosa di cui la Bilancia era infallibile, era questo:

    Tutte le persone che hanno ucciso erano dei corrotti. Avevano peccato, erano colpevoli di crimini, erano malvagi: chiamali come preferisci.

    All'inizio, prima di ogni uccisione mi assicuravo che lo fossero veramente. Ma dopo, anche una prova superficiale mi era sufficiente. La Bilancia non si è mai sbagliata, anche se l'obiettivo poteva sembrare insignificante. Erano tutti peccatori.

    Quindi non perdere tempo chiedendoti se le mie vittime fossero innocenti. Perché non lo erano. Piuttosto chiediti: Era giusto ucciderli?

    Allora credevo che fosse giusto. Gli insegnamenti della Bilancia mi hanno guidato, ed è stato cosà semplice: abbiamo una scelta. Decidiamo di abbracciare i demoni commettendo peccati.

    Decidiamo di essere corrotti.

    Noi, i prescelti della Bilancia, puniamo coloro che sono deboli. Non tutti purtroppo, ma abbastanza. Abbastanza - da proteggere gli innocenti, abbastanza da far entrare la paura nei cuori dei peccatori, ma soprattutto abbastanza da far sì che il mondo venga preservato dalla sua totale corruzione.

    Oggi ricordo l'orgoglio che provai quando con un sorriso stanco vidi Qalian e gli altri. Non vi erano molte persone, forse una dozzina, forse meno. Nessuno applaudì o sorrise, poiché non era necessario. Gli uomini e le donne presenti erano consapevoli di ciò che avevo visto e fatto.

    Tuttavia, fui sorpreso quando Qalian mi disse che era ora di tornare in Ark. Strinsi brevemente la mano a coloro che come me avevano il Fuoco dentro, e poi mi misi di nuovo seduto nell'oscurità dell'interno della carrozza, confuso, esausto, ma pieno di orgoglio. Non rispose alla mia domanda sul motivo per cui dovevamo partire così presto.

    Ancora oggi molti bastioni della Bilancia mi sono sconosciuti, e ogni volta che rifletto su di essi mi rendo conto di quanto poco sapessi allora. Come potevo? Nemmeno sei mesi dopo tradii la Bilancia, ed era ingenuo credere che la sopravvivenza della prova fosse tutto ciò che costituiva un portatore del Fuoco. No ... c'era molto di più. Gerarchie, rituali, storie ... nessuno di loro avrebbe mai potuto saperlo.
    Tutto accadde rapidamente in Ark. Qalian mi insegnò l'arte del combattimento con la spada e l'importanza di meditare regolarmente. Gli effetti si videro fin da subito. Ogni mattina mi sentivo più sveglio e più potente. Sorridevo delle persone intorno a me, della loro goffaggine e inerzia. Tutto intorno a me sembrava cosà chiaro! Solo tre giorni dopo Qalian mi consegnò un documento sigillato in cui mi fu ordinato di uccidere per la prima volta in nome della Bilancia. Vorrei affermare che mi ricordo ancora adesso tutte le mie vittime, ma non lo faccio. Gli unici ricordi che non svaniscono mai sono quelli del nettare. La procedura era sempre la stessa: dopo aver ricevuto il nome della vittima, iniziavo a ricercare e a studiare un piano. La Bilancia Nera mi concedeva tutte le risorse di cui avevo bisogno - oro, armi, veleno - mi bastava chiederle in una lettera che lasciavo al cocchiere nascosto. Quando ero da solo con la mia vittima, la uccidevo e consumavo i suoi ricordi. Poi coprivo le mie tracce. Molte persone ancora adesso ammirano la mia "perfidia" e la mia "astuzia" poiché grazie ad esse non fui mai catturato. Tuttavia, non penso di essere stato particolarmente intelligente o furbo. Mi sembrava di avere un certo talento nell'uccidere, eppure ricordo che commisi molti errori che avrebbero potuto costarmi la vita. Ero protetto dalla Bilancia.

    Man mano che eseguivo con successo una nuova uccisione, Qalian faceva sempre meno parte della mia vita. Era un mentore e il suo dovere era stato adempiuto. Mi pentii all'inizio di aver perso la sua presenza, ma poi iniziai a godermi il silenzio e la solitudine. Avevo abbastanza oro per soddisfare tutti i desideri mondani, e fui sorpreso di quanto rapidamente il vino e l'amore persero sapore per me. Nell'autunno dell'anno 6291, quattro mesi dopo la mia prova, mi ritrovavo a passare praticamente quasi tutte le mie serate da solo nella stanza di una locanda o passeggiando per la natura o per la città. Mi presi il tempo di osservare le persone. Quanta poca attenzione ricevevo. Le mie sembianze, brutte e poco appariscenti, non davano adito a nessuno di pensare che celassero un sicario: un uomo alto e atletico, dal sorriso malizioso, con una faccia incappucciata e nascosta. Mi è sempre piaciuto l'anonimato e il ruolo che dovevo interpretare. Mi consideravo un vagabondo silenzioso e un servitore di giustizia che cancellava i corrotti dalla vita come il vento estivo dalle foglie appassite degli alberi. Il mio destino non era facile da sopportare - mai più sarei stato in grado di realizzare i sogni mondani, mai più sarei stato in grado di amare veramente qualcuno. Eppure facevo parte di qualcosa senza il quale il nostro mondo sarebbe precipitato nell'abisso, marcio di gente peccatrice.

    Gli altri erano ciechi. Io invece vedevo.

    Non avrei mai immaginato quanto presto tutto questo sarebbe cambiato.

    La giornata iniziò come un giorno qualsiasi. Mi svegliai prima dell'alba dopo un sonno senza sogni e mi sentii piacevolmente calmo quando mi alzai in piedi. Mi ero sistemato in una taverna vicino alle porte della città. Lo scalpore del mio ultimo e recente omicidio era già cessato, e nessuno mi aveva chiesto del mio Sentiero o della mia origine quando avevo pagato la mia stanza dando tre settimane di anticipo da una borsa piena di penny. Il mio sguardo vagava pensoso nell'accogliente stanza. E si fermò su un camino spento.

    Sbadigliai e mi sfregai gli occhi.

    Quando sarà la prossima volta?

    La neve era fitta sugli alberi, ma iniziava a sciogliersi al sole.

    Presto arriverà la primavera,

    pensai, e diventai malinconico. Immaginavo bambini che correvano su prati fioriti, e gli artigiani di Ark che si radunavano sotto le querce verdi nel giardino della taverna. Per la prima volta dopo tanto tempo desideravo compagnia.

    Meditai, accesi un fuoco e consumai un pasto frugale. Fu quando feci per uscire dalla stanza per fare una passeggiata che notai una pergamena chiusa con un nastro rosso che giaceva sotto la fessura della mia porta. La riconobbi all'istante: veniva dalla Bilancia Nera. Dopo la mia tristezza accolsi con febbrile eccitazione la gioia nel vederla, mi inginocchiai, presi la pergamena e l'aprii. Lessi lettera dopo lettera e le ripetei anche dopo averla finita. Poi gettai la pergamena nel fuoco. Quando il documento si trasformò in cenere, ebbi una forte sensazione di disagio che non riuscii a spiegarmi. Era diversa dall'ansia ottusa della mia vita passata che avevo cacciato e che, come avevo notato, appariva sempre quando mettevo in discussione le mie azioni, ma aveva comunque lo stesso colore. La ignorai, accesi una candela e mi sedetti al piccolo tavolo di legno alla finestra per inventare un piano.

    Tre giorni dopo lasciai la locanda su un cavallo appena comprato. La primavera si stava avvicinando, ma le giornate erano ancora brevi, e pensavo di tornare ad Ark prima che facesse buio, cosa che feci. Diedi il mio cavallo allo stalliere dell'affollata taverna, gli buttai un penny e mi diressi verso la sala da pranzo.

    Nella mia stanza sistemai sul letto gli strumenti che sarebbero serviti per la successiva Purificazione, come un venditore di coltelli alla sua bancarella del mercato. Il mio obiettivo - un giovane - era una facile preda, potevo sentirlo, e cosà scelsi liberamente. Decisi di prendere il lungo pugnale che avevo usato nel bordello quando aiutai Qalian. Poi ho riflettei sul piano. Poco prima di mezzanotte lascai il "Nomade Danzante".

    La notte era stellata e relativamente calda. La neve che si scioglieva cadeva dai tetti con un rumore sordo. Secondo il documento, avrei trovato il mio obiettivo in una nobile casa di una delle strade più costose della città.

    Sono sempre i ricchi a vedersi al di sopra di ogni cosa,

    pensai amaramente quando mi stavo avvicinando al portone che portava al quartiere Nobiliare. Mostrai i miei documenti alle guardie e mi fecero un cenno di passare.

    Se solo avessero saputo.

    Non molto tempo dopo, arrivai a destinazione. Come tutte le case nel Quartiere Nobiliare, era impressionante. Era circondata da alte mura e un arco di pietra circondava il cancello. Quest'ultimo era chiuso, ma dietro di esso era visibile un vicoletto che portava all'ingresso della grande casa. Due torri sul lato orientale e occidentale della dimora la facevano sembrare un castello. Nella mia vita precedente, pensare ai costi di un edificio così lussuoso mi avrebbe affranto, ma ora lo facevo freddamente. Non si vedevano guardie, ma una luce tremolante proveniente dall'interno indicava che era occupata.

    Contai su quello.

    Analizzai la proprietà due volte. Sul retro era protetta dalla Roccia del Re, al suo fianco c'erano altre due case nobiliari. Sul lato ovest del muro, a poche braccia da dove si fondeva con la roccia, trovai quello che stavo cercando.

    Finalmente.

    Lo stomaco cominciò a formicolare e la cenere cominciò a brillare.

    Il posto che avevo scelto per il mio piano era una bella panchina sulla riva del fiume Malphas dove le sue acque si increspavano disegnando un sublime scenario notturno. Da là avevo una visuale chiara del cancello della tenuta del peccatore. Faceva freddo, ma non stavo congelando. Un uomo dai capelli grigi e una giovane donna passarono e mi sorrisero. Anch'io gli sorrisi.

    Poi il vicolo che portava alla tenuta esplose in fiamme con un forte tuono. Un brivido freddo mi scese lungo la schiena e la fronte cominciò a sudare.

    Le reazioni che avevo preventivato non tardarono ad arrivare. In primo luogo, la coppia notò il fuoco. La giovane donna emise un grido acuto e si aggrappò al suo compagno. Poco dopo sentii un distinto rumore di stivali avvicinarsi. L'odore del fumo riempì l'aria e non potei combattere un sorriso silenzioso. Poi anch'io feci una faccia spaventata e fuggii dando l'impressione di essere in preda al panico. Ma a differenza degli altri non scappai dalla tenuta o verso di essa. Mi accorsi con soddisfazione che le porte erano spalancate. Due guardie uscirono. Un'altra guardia uscì dalla guardiola, guardando impotente le altre e gli alberi in fiamme che illuminavano la notte come fiaccole in una marcia funebre. Nessuno notò che il fuoco non si era diffuso. Non avevo intenzione di provocare un incendio su larga scala perché non volevo che delle persone innocenti si facessero male. Mi interessava solo l'uomo che doveva morire stanotte.

    Mi liberai della finta espressione di panico nel momento in cui entrai nell'oscurità della strada laterale vicino alla tenuta. Rallentai il passo e presi un gancio di ferro dalla tasca.

    Mi fermai in una parte della cinta muraria che avevo scelto per il mio piano. Era tre volte la mia altezza, ma era vecchia e crepata. Sfruttai i vari appigli che concedeva e mi tirai su con l'aiuto del mio gancio. Poi mi sdraiai sulla parte superiore del muro e analizzai la situazione. Gli alberi bruciavano ancora e il portiere aveva aperto il cancello. Proprio mentre stavo guardando in basso, due guardie attraversarono il cancello aperto, ma si fermarono guardandosi attorno impotenti. Il portiere urlò qualcosa che non riuscii a capire. Altre quattro persone, probabilmente del personale, avevano abbandonato l'edificio e si erano unite alle due guardie.

    Perfetto.

    Scivolai giù dal muro e mi nascosi dietro un cespuglio. Adesso era il momento.

    Chiusi di nuovo gli occhi e ascoltai il Fuoco crescere dentro di me. Era contento e sentiva, proprio come me, il nettare avvicinarsi. "Presto", mormorai. Poi volsi lo sguardo sulla siepe che era stata piantata direttamente davanti alla casa. Sentii un formicolio avido e affermativo. Tesi i muscoli e sentii, il mio corpo proiettarsi attraverso le mie costole, il collo e il cranio, fuoriuscirmi dagli occhi. Rimasi a bocca aperta e vacillai per un momento. All'inizio non successe nulla. Poi le siepi iniziarono a bruciare.

    Sospirai e sorrisi, come se mi stessi congratulando con me stesso. Se le siepi avessero iniziato a bruciare improvvisamente come gli alberi, un occhio allenato avrebbe potuto scorgere subito la magia dietro quegli avvenimenti. Al momento tutto sembrava insolito, ma non quanto lo fosse la stregoneria.

    Un giovane fu il primo a notare l'apparente diffusione del fuoco. Reagì con un pianto abbastanza poco virile. Nel frattempo, alcune guardie si erano avvicinate. Stavano portandosi dietro un carro del fuoco - una delle invenzioni degli Starling che non ho mai imparato a capire. Girando costantemente una manovella poteva essere usato, per sparare in linea retta un getto d'acqua costante da un barile di bronzo. La sua comparsa mi fece sbrigare. Gli abitanti che fino ad allora erano rimasti indecisi sul da farsi, fuggirono lungo il vicolo ardente verso il cancello. Mi precipitai silenziosamente sul lato della casa e mi schiacciai contro il muro. Cercai una porta per le consegne sul retro della casa. Ogni grande tenuta aveva una di queste porte, in modo che i sacchi di farina, carne e verdure per la cucina, non dovessero essere trasportati attraverso la porta principale. Mentre mi aggiravo furtivamente lungo il muro, udii lo sfrigolio del fuoco colpito dall'acqua del carro nella fredda nottata.

    Devo sbrigarmi,

    pensai, ma senza il nervosismo o il panico che avevo provato nella mia vita precedente. Misi la mano sulla serratura, evocai il fuoco e la guardai sciogliersi. Quindi aprii con cura la porta ed entrai. Il retro puzzava di carne salata, cipolle e alcol, e dopo un po' trovai un nascondiglio adatto tra tre casse.

    Sorrisi, feci un respiro profondo e spensi il fuoco. Era solo una questione di pazienza ora.

    ~

    Stimai che il tempo giusto per agire era tre ore dopo la mezzanotte. Il mio piano era perfetto. Tutti avevano agito come avevo previsto - lo sapevo anche se solo pochi rumori mi dicevano cosa stava succedendo.

    Come previsto, il panico scemò quando l'incendio iniziò lentamente a diminuire. Sorrisi, immaginando i volti delle guardie accorgersi che le fiamme sulle cime degli alberi non si estinguevano, non importa quanta acqua vi versassero.

    Avrebbero potuto provare a estinguerlo fino a quando il Guardiano Nero si fosse svegliato,

    pensai. Solo dopo il mio ordine le fiamme iniziarono a ritirarsi, lente e riluttanti come un lupo costretto a lasciare un animale che aveva ucciso in una radura senza assaporarne la carne. Dopo tre ore tutte le voci all'esterno erano sparite. Poi la porta si aprì e si chiuse diverse volte, e dopo alcune urla arrabbiate di un uomo - sicuramente il mio obiettivo - ci fu il silenzio.

    Senza dubbio avrebbe cercato qualcuno da incolpare il giorno dopo,

    pensai amaramente.

    E lo avrebbe sicuramente trovato.

    Ripensavo alla pergamena nella mia mente. Mitumial Dal'Joul, ventiquattro inverni.

    E' un assassino.

    Anche se i registri della Bilancia Nera affermavano che i demoni si erano impossessati di lui solo poche lune fa, avevano causato più danni con lui che con altri in un'intera vita. Aveva peccato tre volte, e ogni volta ne era uscito impunito. Il giovane Dal'Joul, il cui padre era morto quest'anno, era considerato impulsivo e irascibile - tratti che avrebbero messo subito nei guai qualunque giovane di basso stato sociale. Eppure suo padre, un facoltoso sarto che, secondo indiscrezioni, si era semplicemente guadagnato il titolo nobiliare attraverso il suo successo mercantile, aveva usato i suoi contatti per proteggerlo da qualsiasi conseguenza.

    E' un peccato,

    pensai.

    Forse non sarebbe stato troppo tardi allora.

    Il primo omicidio lo aveva commesso a fine estate. Aveva strangolato una ragazza nella sua camera dopo averla violentata. L'omicidio fu imputato a uno dei suoi servi. Il secondo omicidio fu commesso, allo stesso modo, in un bordello. Il corpo di una giovane prostituta venne trovato nelle fogne. Il terzo omicidio fu invece il risultato di una rissa da taverna. Il giovane Dal'Joul ebbe una discussione con il locandiere che a detta sua era reo di aver insultato suo padre che era morto. Nel bel mezzo dell'acceso diverbio, Mitumial estrasse un coltello e pugnalò l'oste in piena vista degli astanti. Anche se vari testimoni vennero chiamati in Tribunale, il risultato fu ovvio. Com'è facile far girare il mondo se le lingue dei testimoni possono essere oliate d'oro. Forse il Tribunale lo avrebbe condannato prima o poi, ma sicuramente dopo dozzine di altre vittime causate dall'istigazione dei demoni che ascoltava.

    Ma la Bilancia lo avrebbe impedito.

    Mi alzai in piedi e iniziai a muovermi silenziosamente.

    Nessuno mi notò mentre sgattaiolavo attraverso la cucina e l'atrio, su per le scale, lungo il corridoio, decorato da fini vecchie bardature, verso la camera dell'uomo che intendevo uccidere. Se avessi sciolto la serratura si sarebbe sentito un odore sgradevole, presi quindi dalla mia tasca un grimaldello, sbloccai il meccanismo ed entrai. Ripenso spesso a cosa sarebbe successo se fossi stato più consapevole di ciò che mi circondava. Avrei notato un dettaglio di cui penosamente mi resi conto solo minuti più tardi, con le mani intrise di sangue e un cuore, stanco eppure agitato come risultato dello strano e rivelatore nettare? Forse le cose avrebbero preso un corso diverso. O forse no.

    La debole luce di un cielo senza luna illuminava uno scenario lugubre davanti a me. Un letto a baldacchino grande e fuori posto con lenzuola spiegazzate si trovava nella parte anteriore della stanza. I libri che erano caduti dagli scaffali giacevano alla rinfusa sul pavimento e una scimitarra, presumibilmente intesa come un pezzo di decorazione, era stata piantata in un tavolo dall'aspetto costoso come in una natura morta insipida. Arricciai il naso e cercai di immaginare cosa avesse sentito la prostituta che era stata uccisa dal giovane nobiluomo. Sentiva il suo destino avvicinarsi mentre entrava nella stanza in cui ogni angolo, bottiglie vuote di vino e abiti gettati con non curanza gridavano negligenza?

    Presumibilmente lo sentiva.

    Immaginavo come lei provasse a minimizzare il suo disagio mascherandolo con una risatina. Guardai il letto su cui dormiva l'indemoniato. Ansimava goffamente, le sue gambe erano spalancate e le mani distese come uno scudiero. Lì aveva preso ciò che voleva dalla ragazza. Aveva già iniziato a strangolarla? Cercava ancora di stare calma? Quando le sue urla di lussuria divennero reali, ebbe paura? Mi morsi il labbro inferiore e scossi la testa, cercando di liberarmi da quei pensieri spiacevoli. Avrei saputo cosa era successo a sufficienza, che Dal'Joul lo volesse o no. E mi sarebbe

    piaciuto.

    Estrassi il mio pugnale dal fodero. Scivolai quasi senza rumore, come un serpente che si avvicina alla sua preda. Guardai la mia vittima con un misto di pietà e disprezzo. Indipendentemente dai suoi ventiquattro anni, Mitumial Dal'Joul aveva le tenere caratteristiche di un ragazzo. Una scarsa barba sul suo mento e le sue guance erano lisce. Il suo petto nudo era coperto di macchie rosse e le sue spalle erano piccole e liscie. Fino a un certo punto mi aveva ricordato me stesso, a parte l'odore invadente di sudore e alcol. "I demoni sono dentro di te", dissi inconsciamente.

    Aprii la mia borsa di pelle e ne tolsi un panno nero e spesso. Poi mi sedei accanto a lui sul bordo del letto. Nell'ombra probabilmente avevo l'aspetto di una madre che cantava una nenia al suo bambino per farlo dormire. Risi brevemente, Dal'Joul reagì con un sospiro di protesta, ma non si svegliò. Poi rotolò di lato, si portò le ginocchia al petto e incrociò le braccia come un bambino. Scossi la testa. Se non avessi saputo delle azioni di questo fragile uomo, lo avrei considerato il classico figlio di un nobile miserabile e viziato. Ma lui non era uno di questi. Si era concesso ai demoni, non solo una volta, ma molte volte, e altri avevano dovuto pagare il prezzo della sua mancanza di forza di volontà. Quindi la Bilancia Nera lo aveva condannato a morte. Mi presi un momento per meditare su come sarebbe stata l'uccisione. Poi afferrai il collo di Dal'Joul con la mia mano destra, tenetti premuta la sua testa contro il cuscino e gli infilai un bavaglio nella sua bocca con la mia mano sinistra.

    ~

    L'uomo aprì gli occhi all'istante. Tesi i muscoli, aspettandomi che cercasse di respingermi. Invece non lo fece. Sentii il suo respiro irregolare sul mio naso, come se si fosse aspettato di svegliarsi con un bavaglio in bocca. I suoi occhi grigio-blu erano spalancati e mi fissavano con orrore.

    Con orrore? O ... rassegnazione al proprio destino?

    Avevo programmato di pugnalarlo immediatamente nel petto con il pugnale che avevo messo sulla mia gamba, rapidamente, senza indugi. Eppure c'era qualcosa nei suoi occhi che mi irritava, e non ero in grado di dargli un nome. Per un momento restammo entrambi nella strana posizione. Poi Mitumial Dal'Joul, assassino di tre innocenti, iniziò a piangere. Quello che prima fu un luccichio nei suoi occhi arrossati presto riempì gli angoli, e le lacrime iniziarono a imperlargli le guance. Un singhiozzo soffocato era udibile attraverso il bavaglio. Lo guardai irritato. Ero abituato ai corrotti che cominciavano a piangere o imploravano pietà quando stavano affrontando la loro punizione. Ma era la paura che vedevo nei loro occhi, e le loro lacrime erano il risultato dell'istinto di autoconservazione. I suoi singhiozzi, il suo sguardo, le sue lacrime, comunque ... erano qualcosa di diverso. Sembravano ... tristi. Ero devastato.

    E se fosse innocente?

    mi passò per la testa.

    Che succede se la Bilancia si è sbagliata?

    Perché, no. Anche nella taverna della Costa dei Contadini avevo trovato due persone che erano state in grado di parlarmi delle sue azioni. Dubitare della sentenza della Bilancia era Tradimento. Tradimento di me stesso, della Bilancia,

    del tuo destino.

    Strinsi la presa intorno al suo collo. Non c'era ancora alcuna reazione.

    Si rassegna. Sa che non c'è alcuna salvezza, e si arrende al suo destino.

    Per un momento il tempo sembrò fermarsi. Tutto accadeva con una chiarezza ultraterrena, come se non esistesse nulla, tranne me e l'uomo che stavo per uccidere. Pensai che potevo

    sentire

    il movimento dei suoi occhi imperlati di lacrime nelle loro orbite.

    Fallo. Esegui il tuo dovere.

    Con un grido che poteva essere un'espressione di rabbia e di impotenza, tolsi la mia mano dal bavaglio, afferrai il mio pugnale e lo spinsi profondamente nel petto della mia vittima. I suoi occhi si spalancarono, brillando di sollievo, il che causò un'ondata di rabbia dentro di me.

    Rimpianto!,

    mi balenò nella mente pieno di rabbia.

    Rimpiangi la tua debolezza!

    Gli tolsi la lama dal petto, e lo pugnalai nuovamente, questa volta un pochino sotto la laringe. Sentii resistenza e spinsi più forte. Ora Mitumial Dal'Joul emise un grido strozzato, ma non tentò ancora di difendersi. Irritato, estraei il mio pugnale e lo fissai. La sua testa era affondata di lato e il bavaglio gli era caduto dalla bocca. Sembrava che volesse dire qualcosa, ma solo un rantolo lasciò la sua bocca. "Perché?", Chiesi, a lui come se lo stessi domandando a me stesso. "Perché non ti penti?" Lui non rispose. La vita scivolò dal suo corpo, potevo sentirlo.

    I suoi peccati,

    mi vennero in mente.

    Se lo perdo ora, non sarò in grado di vederli.

    Per l'ultima volta, sollevai la mia lama e la piantai nel suo collo. Questa volta, una fontana di sangue schizzò contro di me, ma mentre il liquido caldo sulla mia pelle di solito provocava in me una sensazione di trionfo, questa volta non sentivo nulla. Poi il Fuoco mi afferrò e io mi tuffai nel nero.
     
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  20. MOB2

    MOB2 Profetessa Skaragg

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    Il decimo volume. La chiave di svolta. Penso che dovrò scrivere un commento su questo volume, che per me acquista un valore assoluto, ma per ora ne posto solo il testo integrale. Ricordiamo che per i SureAI la lettura di questa serie di libri è una quest, e dopo il DLC Forgotten Stories ha acquistato ancor più un'importanza capitale.

    A commento posto la musica "Nel Crepuscolo", perché questo è il volume del crepuscolo, dove la luce e l'oscurità si compenetrano e si intrecciano tra di loro.




    Il Macellaio di Ark - Volume 10: La Caduta


    Capitolo 10: La Caduta

    Per un momento non vidi nulla. Poi la mia vista si schiarì e sentii il fuoco riempirmi le vene. Con un occhio vedevo la realtà, il momento in cui mi sedetti sul bordo del letto, il pugnale insanguinato che ancora si conficcava nel corpo della mia vittima, che si contorceva debolmente nell'agonia della morte. La sua visione era sfocata e limitata, uguale a quella di un uomo che sbircia da un buco della serratura in un'altra stanza. Quello che vedevo con l'altro occhio invece era più chiaro. I suoi pensieri. I suoi ricordi.

    Vidi un corridoio coperto di tappeti rossi. Era il corridoio che avevo appena passato per raggiungere la stanza di Mitumial. Dalla sua stanza sentii provenire dei singhiozzi. Feci un passo in avanti e sentii una voce provenire dal nulla. Era dura, fredda e senza amore.

    "Sei inutile."

    Sentivo che apparteneva al padre di Mitumial che era appena morto poco tempo fa.

    Mentre mi avvicinavo, i singhiozzi si fecero più forti e si mescolarono alle urla.

    Una scossa attraversò la versione spettrale di me stesso e mi gettò in un altro ricordo. Lo vidi, diciassettenne, seduto a un grande tavolo riccamente imbandito. Aveva la testa abbassata. All'altro capo del tavolo sedeva suo padre, il cui volto mi era familiare. Una donna era seduta al suo fianco i cui occhi guardavano con aria sognante e impassibile nel vuoto.

    "Questo mondo non è fatto per i deboli, perché non lo capisci?"

    "Lo faccio, padre." La voce di Mitumial era monotona.

    "A quanto pare non lo fai, o non ti comporteresti come una dannata pescivendola."

    L'immagine divenne nera e io tornai nel corridoio. Le grida ora cominciavano a moltiplicarsi. Feci un altro passo verso la sua stanza. Ancora uno. E un altro. Quindi: un nuovo ricordo. Questa volta vidi Mitumial in piedi davanti a una porta, con le spalle rivolte verso di essa. Sembrava stesse ascoltando. Un uomo e una donna urlavano l'un l'altra dietro di essa, l'uomo inveiva furiosamente mentre la donna lo implorava. La voce maschile apparteneva al padre di Mitumial. Il suono sordo di un impatto fu udibile e poi ancora e ancora. Non avevo bisogno di vedere la scena per capire cosa stesse succedendo, e nemmeno Mitumial. La sua faccia era una smorfia di disgusto e rabbia.

    Lo disprezzava per quello che faceva a sua madre. Lo disprezzava per le sue azioni.

    Ero di nuovo nel corridoio, dopo essere arrivato alla porta della stanza di Mitumial. Il fuoco bruciava avidamente e in modo lampante in me, ma la sensazione inebriante che mi trasmetteva nelle vene mi sembrava sbagliata. Dovevo sentirmi trionfante, invece mi sentivo ... colpevole. Vuoto. "No", sussurrai.

    Ha ucciso. Aveva permesso ai demoni di entrare in lui, e questa sarebbe stata la sua giusta punizione.

    La porta nella memoria di Mitumial si spalancò e io entrai. La stanza era ugualmente devastata come quella in cui il mio reale me stesso sedeva di fianco al suo corpo morente, ma questa volta i fogli e i libri sparsi e il tavolo rovesciato erano i testimoni silenziosi di un'esplosione di furia. Rabbia. O disperazione? Mitumial era accucciato sul suo letto, senza barba e pulito, completamente diverso dall'uomo nella cui gola avevo appena piantato un pugnale. Lacrime si erano asciugate sulle sue guance, lacrime -

    Lo sapevo

    - che suo padre lo aveva disprezzato, chiamandolo ragazza. Adesso i suoi occhi erano asciutti e arrossati, e sembravano fissare il nulla. Era affranto.

    Perché vedo questo?

    Non capii nulla di quello che stava accadendo intorno a me. Quello che avrei dovuto vedere erano i suoi peccati, i momenti in cui aveva permesso ai demoni di entrare. I momenti in cui era stato debole e aveva scelto il peccato e l'avidità invece della fermezza e della virtù. I momenti che lo avevano reso il mostro

    che era!

    Mi incamminai deciso verso di lui. Un fulmine mi colpì con fragore, illuminando l'immagine. Poi tutto tornò alla normalità e nulla era cambiato.

    Quasi niente. Ero ancora nella stanza di Mitumial e nella sua testa. Ma gli scaffali non erano stati rovesciati e lui non si era accucciato sul letto. Su quest'ultimo giaceva un libro aperto. Mi inginocchiai e lo lessi. L'inchiostro sulla prima pagina era ancora fresco.

    15, Il giorno del Kraken, 6098 a.C.S.

    Mio padre dice che non c'è posto nel mondo per i deboli. Ma lui ha torto. Mi ci è voluto molto tempo per rendermene conto. Sento la verità nelle mie parole mentre le scrivo. Lo ho odiato per le sue cattive azioni; i suoi loschi affari, i suoi "viaggi" nella Città Sotterranea, le cose che ha fatto a mia madre che senza dubbio hanno contribuito alla sua morte. Perché mi feriva solo verbalmente invece di picchiarmi va oltre la mia comprensione. Forse perché ero suo figlio, dopotutto? Non lo so.

    Ciò che invece non è riuscito a capire è questa semplice verità: lui è il vero debole. Nonostante la ricchezza, lo status e l'onore del suo Cammino, dentro non è altro che un bambino disperato, che cerca di usare il suo potere per ottenere accettazione e stima. Quanto è facile cadere in questo tipo di schema quando non ne siamo consapevoli. Mi vergogno al pensiero delle cose che ho fatto. Erano piccole cose, ripetevo alla mia mente cercando una giustificazione, ma solo ora mi sono reso conto di quanto mi stavo avvicinando allo stesso ciclo di violenza e auto-disprezzo di mio padre. Perché ho picchiato quel nobile ragazzo? Allora mi dissi: perché mi ha trattato in modo irrispettoso. Oggi so che volevo solo dimostrare a mio padre che sono davvero un uomo forte. E sono sicuro - se non me ne fossi reso conto, una cosa avrebbe portato a un'altra, e un innocuo atto di bullismo avrebbe portato a comportamenti peggiori. Presto sarei stato esattamente ciò che temevo.

    Sono convinto: cambierò. E una volta che sarò la persona retta che sto cercando di essere, mio padre realizzerà la perfidia delle sue azioni.

    Ce l'ho in me ... e anche lui ce l'ha. Lo credo dal profondo del mio cuore.

    Stordito, fissai il libro aperto di fronte a me.

    Voleva cambiare.

    Era davvero possibile? Le sue intenzioni erano così nobili?

    Ma come?

    pensai.

    Era un corrotto!

    E una volta che i demoni hanno vissuto dentro un essere umano per troppo tempo, non è possibile tornare indietro. Una strana inquietudine si insinuò dentro di me, e con orrore mi resi conto che mi era familiare. Era la sensazione di essere fuori contesto che mi aveva portato a lasciare Fogville, a tradire la mia Strada e a unirsi alla Bilancia Nera. E ora era tornata nuovamente.

    Sentii dietro di me un suono sordo, come una sacca che cadeva a terra. Era Mitumial Dal'Joul. Un uomo più anziano che identificavo come servitore della casa era in piedi sulla soglia. Mitumial era riverso a terra e aveva il viso tra le mani. Il fuoco infuriava selvaggiamente dentro di me, ma questa volta il suo effetto inebriante sembrava fuori luogo, come un intruso.

    "Siamo arrivati troppo tardi", sentii dire dal domestico. Evitò lo sguardo del suo padrone. "Mi dispiace." Quando ebbe la risposta, si è girò e se n'è andò.

    Sentii come una scossa attraversare il mio corpo. Il fuoco si era nutrito, aveva visto i peccati. Mitumial Dal'Joul stava morendo. Il mondo spettrale intorno a me cominciava a svanire, lentamente ma con coerenza, come l'inchiostro di una lettera sotto la pioggia. Irritato, guardai il diario sul letto e poi il ricordo dell'uomo che avevo giudicato. L'uomo che aveva assassinato tre persone innocenti.

    L'uomo che aveva ceduto al peccato.

    Aveva disprezzato le azioni di suo padre.

    Voleva cambiare sé stesso e suo padre.

    Eppure era diventato un assassino. Perché? Qual era il messaggio portato dal servo?

    Una debole luce cominciò a brillare dentro di me, un brivido di comprensione. Chissà come sarebbero andate le cose se avessi chiuso gli occhi nell'ultimo momento in cui ero nella memoria di Mitumial. Ma invece guardai. Con una lentezza torturante, i miei occhi vagarono dal pavimento di marmo pulito agli scaffali pieni di antiche conoscenze e mi fermai sopra l'opulenta cornice della porta che avevo attraversato per entrare nella stanza pochi istanti prima. Uno scudo rotondo in una cornice dorata era attaccato al muro, dipinto con una cresta. Mostrava un orso.

    ~

    I ricordi dei momenti dopo che mi svegliai erano pallidi e sfocati come quelli della mia fuga da Fogville. Ricordo chiaramente, tuttavia, che mi alzai dal letto con movimenti lenti e calmi che un osservatore esterno potrebbe aver frainteso come segno di serenità o, alla luce dell'atto che avevo appena commesso, come un segno di sangue freddo. Mitumial Dal'Joul era morto; Non dovevo più guardarlo per saperlo. Il cuore mi batteva forte nel petto, intossicato dal nettare dei suoi peccati. Eppure mi sentivo freddo. Non ricordo più la mia fuga dall'edificio. Quando mi avvicinai al cancello della città, potevo ancora sentire l'odore del fumo dell'incendio che avevo provocato. Il cancello era chiuso, ma c'era una luce nella guardiola. Non avevo idea di come spiegare alle guardie perché volessi lasciare la città a un'ora così tarda, ma non dovevo spiegazioni. In caso di necessità, se fosse stato l'unico modo per guadagnare distanza, avrei semplicemente trasformato il cancello e tutte le guardie in cenere. Di nuovo sentii una paura paralizzante nello stomaco. Solo che questa volta non c'era via d'uscita.

    Avevo seguito una menzogna, dall'inizio alla fine. Non c'erano demoni che si impossessavano delle persone. Non c'erano peccati, nessuna corruzione.

    C'erano solo causa ed effetto.

    Io stesso avevo decretato il destino del giovane Dal'Joul uccidendo suo padre.

    Voleva cambiare.

    I miei occhi bruciavano, le mie membra mi facevano male. I miei pensieri non erano più in armonia con il Fuoco. Ha sentito la dissonanza e mi ha punito per questo.

    Torna indietro,

    Sentii la sua voce che mi parlava dalle fiamme,

    torna indietro e fai ciò che devi fare.

    Eppure l'ignorai. Il mio pugno era serrato saldamente attorno al mio pugnale mentre camminavo verso il corpo di guardia. Vidi l'ombra tremolante di un uomo. Il piccolo edificio era separato dall'esterno da sbarre. Deglutii, preparandomi a parlare. E mi fermai.

    Conoscevo il viso che mi guardava attraverso la finestra e conoscevo il sorriso che si dipingeva sulle sue labbra. L'uomo si appoggiò allo schienale della sedia, aveva le gambe incrociate e le braccia dietro la testa.

    "Dove sei diretto?", Chiese Qalian. Parlava come un uomo che si imbatte in un buon amico dopo una lunga notte nelle taverne. Non avevo bisogno del

    Fuoco

    per capire cosa stava succedendo nella testa del mio mentore.

    Lo può sentire.

    Rimasi in silenzio, incapace di rispondere. La situazione mi ricordò il mio vecchio me: appartato, con la lingua pesante e nessuna esperienza di vita. Anche Qalian decise di rimanere in silenzio, così ci limitammo a guardarci per un po'. Il suo corpo sembrava non gettare ombre nonostante la brillante luce delle candele di fronte a lui, ma forse era solo frutto della mia immaginazione.

    Alla fine ruppe il silenzio.

    "Non ti fermerò, ma verranno a prenderti."

    Rimasi in silenzio.

    "Eravamo tutti dove tu sei adesso."

    Ero pieno di rabbia opaca. "Eri tu?"

    "Sì amico mio." Lasciò vagare il suo sguardo, come in molte delle nostre conversazioni precedenti. "Noi eravamo."

    "E' colpa nostra, Qalian, non è colpa dei demoni o dei peccati, è solo colpa nostra."

    Una parola si formò sulla mia lingua. Prima c'era un solletico, poi c'era una forma chiara, e prima che me ne accorgessi, parlai.

    "E' un ciclo".

    Qalian sorrise come un maestro sorride al suo studente quando arriva a una conclusione comprensibile, ma ingenua. Quindi scosse la testa.

    "Non ti fermerò", mi ripetè.

    Dovrai prendere una decisione. E spero che sia quella giusta.

    Le mie mani tremavano, e la mia paura era travolgente. Sentii le lacrime solleticarmi dentro gli occhi.

    Era tutto invano.

    Avevo creduto di essere speciale, di rendere il mondo migliore con le mie azioni, di trovare il mio destino. Ma non avevo trovato nulla. Mi ero unito a un gruppo di pazzi che si erigevano a giudici della vita e della morte con magie selvagge ed empi rituali.

    "Apri il cancello." La mia voce era semplicemente un sussurro.

    Qalian annuì, con una punta di rimpianto. Si aspettava la mia risposta. Dopo tre respiri, il meccanismo del cancello cominciò a muoversi e a vibrare verso l'alto. Mi girai e partii senza guardare nuovamente Qalian.

    "Nessuno lascia la Bilancia Nera", sentii la sua voce dietro di me. Non era né arrabbiato né malizioso, solo triste.

    "Nessuno."

    Sparii nel buio della notte.

    ~

    La mia mano fa male. Sento che si avvicinano.

    Voglio finirla da solo. Vorrei affermare che le mie ragioni sono emozioni come senso di colpa o senso dell'onore, ma è una bugia. La pura paura mi sta guidando. La paura di ciò che la Bilancia Nera fa ai traditori.

    Il luogo in cui ho iniziato a scrivere questa trascrizione sarà il luogo in cui lascerò questo mondo. Era destino che la mia vita finisse qui? Il fatto che io mi stia nascondendo in un vecchio emporio abbandonato nel bel mezzo di una foresta rende probabile questa conclusione. Non ero a conoscenza dell'ironia del mio destino prima che mi svegliassi ieri mattina tra queste mura di fredda pietra.

    Avevo vagato tutta la notte, e ricordo una strana figura che aveva camminato a trenta braccia di fronte a me per tutto il tempo. La seguivo. Poco prima di trovare la radura, si voltò verso di me un'ultima volta e mi sorrise. L'ornamento tra i suoi capelli suonava come i campanelli eolici di Kilé. Poi scomparve come se non fosse mai stata lì.

    Vorrei avere parole più significative per concludere questa trascrizione. Ma non ne ho. Come ho detto prima, è pensato per essere un resoconto, niente di più. Un racconto di ciò che ha reso il Jaél il figlio del conciatore, il senza nome, il Macellaio di Ark.

    Sono così stanco che i miei occhi sono pieni di lacrime e le mie mani tremano in attesa di quello che sto per fare. Diverse decine di persone sono morte a causa della mia lama, eppure ora sono troppo codardo quando si tratta di togliermi la vita.

    Ho un ultimo appello da farti. In parole semplici, la mia storia non sarà solo distorta dagli araldi e dall'Ordine, ma anche dalla Bilancia Nera. Ero nato nell'ombra e lì rimarrò. In nessun luogo troverai tracce delle mie azioni, e con astuzia e perfidia copriranno le tracce che lascerò. Oltre a queste semplici parole - stavo allontanandomi dal mio Sentiero, ero un mostro - ci saranno altre illazioni che soddisferanno studiosi e filosofi. Non ascoltarle.

    Non sono altro che menzogne.


    Epilogo: Lettera del Cronista

    Caro Turas,

    Ho riso leggendo la tua ultima lettera. No, la Bilancia Nera non esiste, e sì, considero la tua ricerca sulle sue macchinazioni una perdita di tempo.

    Perché me lo chiedi? E' molto semplice.

    Jaél il figlio del conciatore era un pazzo delirante, fino all'ultimo angolo ragionevole del suo cervello. Ha sofferto di orride illusioni e quasi tutto ciò che hai letto nelle pagine precedenti non ha senso. Ora so bene che questa affermazione si adatta perfettamente alla dichiarazione conclusiva del libro. Ma permettimi di far luce sulla vita e le azioni del Macellaio di Ark - su ciò che è realmente accaduto - e vedrai come ciò che dico è infinitamente più sensato delle divagazioni metafisiche del figlio del conciatore sui demoni, la Bilancia Nera e il Fuoco.

    Jaél il figlio del conciatore nacque da un carpentiere e dalla sua compagna nell'anno 6056 a.C.S. in un piccolo villaggio recante il nome di Northwind. Pertanto, la sua vera età all'inizio della cronaca era di trentadue anni invece che ventotto. Ciò aumenta anche l'età in cui è stato abbandonato da due a quattro. Essendo di statura fragile e corporatura piccola, la sua età sembra essere stata semplicemente sottovalutata.

    Il suo padre naturale si chiamava Samaél Chipblade ed era un uomo assolutamente violento e mentalmente disturbato. Entrambe queste caratteristiche - mi addolora dirlo - erano da attribuire alla sua religiosità profondamente radicata. Ossessivamente puntuale, visitava il tempio locale diverse volte ogni giorno per pregare, non perdeva mai una singola messa o un sermone, ed era in grado di recitare tutti i 101 versetti del Sentiero nella loro interezza. Niente vi era nulla di più importante per lui che rispettare il Sentiero e amare il nostro signore; ed era questo ciò che si aspettavano da lui i suoi compaesani - e, come potrai indovinare, questo lo portò anche a vivere una vita molto isolata.

    Anche se di solito seguiva i sermoni del prete, spesso pensava che il loro contenuto fosse troppo superficiale e il trattamento dei Senzaruolo di Northwind troppo indulgente. Quando non pregava, lavorava, negando a sé stesso desideri come l'amore, l'alcool o anche la musica. E così il villaggio fu sorpreso quando le voci che Samaél sarebbe diventato padre iniziarono a circolare. Sebbene lui lo negasse, tutti sapevano chi era la madre: una giovane prostituta errante, spesso vista a casa sua nelle ultime settimane. La conoscenza pubblica della gravidanza mise Samaél in una situazione difficile - abbandonare una donna incinta e ucciderli entrambi, erano un grave peccato sia che la donna interessata fosse di basso rango o una prostituta - ma, cosa più importante, non si adattava alla percezione che aveva di sè. Quindi scelse l'unica opzione a sua disposizione: sposò la donna - non più vecchia di venti inverni all'epoca - e cinque mesi dopo nacque il giovane Jaél.

    Come si potrebbe immaginare, non era nato sotto una stella fortunata. Sebbene Samaél fosse sempre stato astutamente aggressivo e irascibile secondo il prete che ho interrogato, questa aggressività aumentò con la genitorialità. La paura e l'orrore erano riconoscibili nella giovane compagna di Chipblade, erano stati quasi palpabili durante la messa di tre giorni, mi ha confessato. Quindi le cose hanno fatto il loro corso e - come se non l'avessero già fatto - Samaél segregò se stesso e la sua "famiglia" sempre più al di fuori del mondo esterno. Ormai avrai indovinato cosa è successo, caro Turas, quindi non mancherò di farla breve: Samaél Chipblade ha abusato sia della sua compagna che del suo giovane figlio. Ciò che era iniziato con sguardi di rimprovero e maledizioni si era trasformato lentamente in regolari punizioni con una verga.

    Questo ovviamente fatto semplicemente per "proteggere" i suoi cari, come ha confessato al sacerdote una volta. Sia la sua compagna che il suo ragazzo erano stati concupiti dai "demoni", orribili demoni il cui unico scopo era quello di cacciarli dalla retta via, per contaminarli. "Non si possono eliminare per sempre", aveva detto al prete, con voce tremante, "Perché ritornano sempre, qualunque cosa tu faccia." Non importa quanto siano devote le preghiere o casti i pensieri. "Tornano sempre."

    Perché il prete non è intervenne? Perché non sospettava completamente di quanto fossero veramente brutte le cose. La punizione corporale per i bambini e le donne non è inaudita, specialmente non tra la popolazione rurale, e la verità gli apparve solo quando, una mattina, vide la giovane donna andare al pozzo del villaggio. Una folata di vento le portò via il velo che la copriva e rivelò un'abbondanza di tagli, ematomi e ossa rotte. Ti ricordi il naso simile a un corvo del Macellaio? E' un residuo di un tale "esorcismo".

    C'è poco altro da dire su questo triste periodo della sua vita, fatta eccezione per la sua tragica fine. In un atto di disperazione, la madre di Jaél si tolse la vita, ma solo dopo aver spappolato il cranio del marito con un pesante martello. Il ragazzo fu ritrovato affamato cinque giorni dopo nella camera da letto dei suoi genitori, gli occhi vuoti si concentrarono sull'altare di Malphas insanguinato. Fino ad oggi non so se fosse stato presente durante l'orribile atto o se fosse entrato nella stanza quando entrambi i genitori erano già morti. Non piangeva, non parlava e i suoi occhi non avevano più nulla in comune con quelli di un bambino di quattro anni.

    Quando ho chiesto perché il ragazzo non fosse stato affidato a una famiglia del villaggio, con gli occhi abbassati il prete ha confessato che nessuno era disposto a prenderlo. Un bambino che aveva già visto omicidi e violenze in così giovane età avrebbe indubbiamente portato disgrazia a coloro che gli fossero stati vicino, disse la gente. E inoltre, i tempi erano duri e il grano era raro. Alla fine, Jaél venne vestito con una coperta di lana e il prete andò con lui nella strada della nebbia e lo depositò davanti a un santuario, nella speranza che qualcuno potesse avere pietà del ragazzo. Conosci già Gilmon, il conciatore che in seguito lo avrebbe allevato. Non condivideva né il fervore religioso di Samaél Chipblade né la sua brutalità, ma, come certamente concludesti dagli scritti del Macellaio, diede di tutto al ragazzo tranne che un ambiente in cui la sua anima sfregiata potesse guarire.

    Quando compì undici anni, iniziò un apprendistato con il prete locale e divenne il guardiano del tempio di Fogville cinque anni dopo. Gli abitanti del villaggio lo vedevano come un uomo silenzioso e rispettoso con un'espressione costante di disagio; e infatti ci vollero tre giorni prima che la sua scomparsa dopo la festa della Notte della Stella d'Estate fosse notata.

    Nel terzo capitolo del suo racconto, Jaél ci racconta finalmente degli eventi che accaddero al "Bue Rosso", una piccola taverna non lontana da Ark dove un atto di vendetta essenzialmente inoffensivo si intensificò fino a sfociare nel suo primo omicidio. In un incredibile dettaglio racconta i sentimenti inebrianti che lo hanno preso durante l'omicidio, per poi rivolgere la sua attenzione al suo primo incontro con Qalian, che lo ha accompagnato come mentore e amico durante le lune e gli inverni seguenti.

    Qui, tuttavia, fatti e finzione, verità e fantasia, iniziano a mescolarsi per la prima volta. Il locandiere del Bue rosso potrebbe ancora ricordarsi di un uomo magro dall'aria triste e umiliata che poi, insieme ai due cavalieri, era scomparso presto la mattina dopo. Un uomo come Qalian, tuttavia, non era mai stato visto nella taverna. Ora, mentre questa incoerenza potrebbe essere attribuita alle innumerevoli facce che il locandiere deve aver incontrato da allora, il fatto che entrambi i giganti - Naratil e Jorah Dal'Karek, che sono davvero brutti ceffi - siano stati visti in Ark pochi giorni dopo, entrambi in la salute perfetta, rende l'opposizione inutile. No, non hai frainteso, Turas - entrambi gli uomini che, secondo il Macellaio, sono morti in modo sanguinoso quella notte sono in effetti sani e salvi e in realtà ho parlato con loro durante le mie indagini.

    Non ho ancora capito cosa sia realmente successo al Bue Rosso, ma sospetto fortemente che quella sera il bisogno interiore di Jaél di vendicarsi dell'umiliazione subita abbia fatto sì che la sua follia mettesse radici per la prima volta. Si sentiva debole e la violenza a cui era sottoposto inconsciamente gli ricordava le situazioni in cui suo padre lo aveva messo.

    Ma allo stesso tempo gli mancava ovviamente il potere di fare qualcosa contro tutto questo - e a questo punto la sua immaginazione prese il sopravvento e si inventò una variante degli eventi che semplicemente non era mai stata vera. Quindi fuggì a testa bassa nella foresta.

    Ora potresti dire che la mia affermazione - che gli omicidi erano solo un prodotto della sua immaginazione - non è altro che una congettura. Ma lasciami prima continuare con il mio resoconto e spiegare la mia tesi negli scritti sottostanti.

    Circa sei lune prima che iniziassero gli omicidi con una provata connessione con Jaél Tannerson, egli affermò di essere arrivato in Ark. Testimonia di aver trovato rifugio in una taverna insieme al suo mentore e ai suoi compagni solo per spazzare via una specie di "bordello di bambini" "nella Città Sotterranea il giorno seguente, insieme a Qalian. Ancora: il locandiere del "Nomade danzante" riconobbe Jaél su un disegno, ma non fu in grado di ricordare una persona che corrispondesse alla descrizione di Qalian. Anche il bordello di cui parlava non era mai esistito nella forma descritta, come mi hanno assicurato i miei contatti nella Città Sotterranea. "Ma il segreto e la segretezza non sono il fulcro centrale di una simile istituzione?" potresti chiedermi ora. Sì, caro Turas, lo sono, ma una tale istituzione potrebbe esistere solo sotto la protezione di una grande organizzazione come la Rhalâta. E in queste circostanze si può essere certi che la distruzione di una simile fonte di guadagno non sarebbe mai stata tollerata dalla Rhalâta. No ... Entrambi sappiamo di cosa sia capace questa organizzazione e cosa facciano a chi agisce contro la loro autorità. Ma nella realtà accadde che sempre più senzatetto e ammalati furono trovati assassinati nei vicoli di Città Sotterranea, tutti a malapena riconoscibili da una miriade di ferite da arma da taglio: l'impronta distintiva del figlio del conciatore.

    I primi momenti della narrativa di Jaél e dell'allineamento alla verità si sono verificati tre mesi dopo e coincidono con il superamento del cosiddetto "esame". Allora, i primi cadaveri furono scoperti, e qui iniziamo a parlare del "Macellaio di Ark" a causa del modo brutale della morte delle sue vittime. L'anno seguente, durante il quale Jaél causò scompiglio in Ark, riuscendo a fuggire prima alle guardie e poi al Sacro Ordine stesso a causa della sua perfida intelligenza, furono commessi un totale di due dozzine di omicidi in cui il coinvolgimento del Macellaio era fuori da ogni dubbio; e un'altra dozzina che gli potevano essere attribuiti. Una seconda persona non è mai stata coinvolta, e non tutte le sue vittime erano colpevoli di crimini.

    Probabilmente ti starai facendo la stessa domanda dall'inizio di questa lettera: Perché le deviazioni? Perché inventare una misteriosa società segreta con lo scopo di tenere sotto controllo il male? Perché il discorso di un "nettare del peccato" che consente all'omicida di entrare nei ricordi della sua vittima viene ricompensato con l'estasi sessuale?

    Da parte mia ho trovato una soluzione a questo indovinello, e si basa sulla mia convinzione che pochissimi assassini e criminali di questo mondo si considerano cattivi, credendo invece di fare la cosa giusta. Siamo così bravi a creare modelli di pensiero che ci aiutino a riconciliare le nostre azioni con la nostra coscienza. Non era diverso per Jaél il figlio del conciatore, e l'essenza di ciò che lo ha spinto a commettere i suoi crimini è profondamente radicata nella sua infanzia.

    Puoi sicuramente immaginare che la sua infanzia abbia avuto profondi effetti su Jaél Tannerson. Sono certo che, a livello inconscio, Jaél sapeva cosa gli aveva fatto suo padre e che lo odiasse con passione. Sai anche che i bambini non possono ancora distinguere la loro persona dall'ambiente, specialmente nei primi anni. Sospetto che sia stato così anche per Jaél. Quanto più odiava suo padre, più odiava sé stesso, si biasimava per il dolore subito da sua madre e da lui. L'aveva detto mio padre, no? "Voglio solo proteggerti, sono i demoni, sempre i demoni, tu gli permetti sempre di tornare nel tuo cuore". Ancora e ancora il ragazzo falliva in questo, ancora e ancora. E ancora e ancora lui e sua madre dovevano pagare caro per questo. Come desiderava la pace, l'amore di suo padre, per l'armonia. Ma non l'avrebbe mai ricevuto, perché quando i demoni possederono sua madre un'ultima volta, lo derubarono delle uniche due persone che avesse mai conosciuto.

    Incapace perfino di provare a elaborare le sue esperienze, le immagini orribili, l'odio crudo, il senso di colpa e un'accusa pungente, una realizzazione profonda era confinata in uno scrigno mentale che la sua mente di bambino ha sepolto nel suo subconscio, così non avrebbe sentito nulla ma una paura diffusa e onnipresente che gli impediva di provare qualcosa di simile alla vera felicità.

    Fino al giorno del suo trauma, quando fu confrontato con i suoi ricordi repressi per la prima volta vedendo il suo stesso cadavere. Sono sicuro che trovare il suo cadavere putrefatto rappresentava la parte di lui che era stata repressa e rinchiusa, dormiente tutti questi anni. Ora, tuttavia, la presenza opprimente era diventata troppo forte per essere ignorata ancora. Sarebbe morto se non avesse imparato a capire, calmare o guarire; e così scappò via dalla sua vita, la sua unica bussola era una sensazione impalpabile che lo avrebbe portato alla sua morte, proprio come la fiamma è per la falena. Lo puniva con una paura insopportabile quando agiva contro di essa; e lo ricompensava con un'estasi maniacale quando faceva qualcosa di "giusto". Senza quella sensazione, non avrebbe mai lasciato il suo villaggio, non avrebbe mai iniziato a uccidere per il suo immaginario costrutto della "Bilancia Nera", anzi, senza di essa non sarebbe mai diventato il "Macellaio di Ark", invece di porre fine alla sua pacifica e anche un po' triste esistenza come sacerdote di Fogville. Ha soprannominato questa sensazione "Fuoco". Lo invocava cercando il perdono.

    Con ogni decisione, con ogni omicidio, ogni passo che faceva, voleva solo una cosa: trionfare dove aveva fallito prima. Per raggiungere finalmente la pace che aveva sempre sperato. Voleva purificare il mondo dei demoni che avevano causato tanta sofferenza alla sua famiglia - suo padre, dopo tutto, aveva solo voluto proteggere la sua famiglia da loro. Puoi seguire? I demoni, il Fuoco, la Bilancia Nera - non era altro che il suo inconscio desiderio di assoluzione! Assoluzione per un crimine che non ha mai commesso! I demoni che Jaél vedeva nelle sue vittime non erano altro che proiezioni del senso di colpa che provava per la morte dei suoi genitori, e uccidendo cercava di espiarlo.

    Forse la mia tesi sembra assurda a prima vista, ma pensa a tutti i paralleli tra il racconto di Jaél e il suo passato! La più probabile è la sua scelta di parole: "peccatore", "demone" e "pulitore dell'anima". L'umanità è debole e marcia, ma c'è un ordine nascosto che la protegge dalla sua caduta. Che cosa potrebbe essere, se non una ricostruzione del suo background familiare! Continua con la persona immaginaria di "Qalian". Non è un'incarnazione idealizzata di ciò che Jaél avrebbe voluto essere? Forte, senza legge, pieno di desiderio di vivere e assolutamente devoto alla Bilancia Nera, senza i dubbi che Jaél aveva fino alla fine e che alla fine sarebbero stati la causa dell'ultimo parallelo con la sua infanzia - il suo fallimento. Anche se dozzine dovettero sacrificare la loro vita a causa della folle ricerca del perdono da parte del figlio del conciatore, finì con la stessa cognizione che era finita per il ragazzino nel passato. Ma non importa il sacrificio in sé - alla fine era stato troppo debole. La sua volontà, la sua scrupolosità, la sua fede nella correttezza della sua causa - non servì a nulla. Aveva fallito - e ha lasciato questo mondo come un uomo distrutto.

    Vedi, caro Turas: i paralleli sono troppo ovvi per essere puramente casuali. Non sono riuscita a decifrare solo due simboli nella sua storia: la donna velata che appare nella sua visione e il rituale di ammissione. Ho le mie teorie, ma sono ancora vaghe.

    Puoi tranquillamente inclinarti all'indietro, fidati: il giorno in cui un mago selvaggio entrerà nella tua stanza per ucciderti per poi digerire i tuoi peccati - che sicuramente sono innumerevoli! - non arriverà.

    La Bilancia Nera non esiste, e nemmeno il Fuoco o "Qalian".

    Per me la storia del "Macellaio di Ark" è principalmente la triste testimonianza di un uomo che ha estirpato innumerevoli vite innocenti nella sua ricerca del perdono. Di chi è, alla fine, la colpa? Sua? Di suo padre? E se hai scelto quest'ultimo, come puoi sapere se anche Samaél Chipblade con la sua religiosità malata e le sue "purghe" non stesse semplicemente cercando di curare una cicatrice sulla sua anima, una cicatrice della quale non ha avuto colpa nella sua creazione?

    Su una cosa Jaél Tannerson aveva ragione: è una catena eterna di causa ed effetto. Un ciclo.

    E da qualsiasi parte tu lo possa guardare non troverai qualcuno da incolpare.

    Carolyl Dal'Gamar, Arcanista del Terzo Sigillo e Cronista del Sacro Ordine
     
    Ultima modifica: 17 Febbraio 2026
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